George Seurat

Il 2 dicembre 1859, 150 anni fa (per Il Barbarico Re: lo so che oggi è il 3, sono in ritardo di un giorno, ma come i più perspicaci avranno intuito sono sommerso di lavoro e non riesco a stare dietro al blog), nasceva a Parigi Georges Seurat.

Contrariamente a quanto credevo anch’io fino a pochi minuti fa, Seurat non chiamò la sua tecnica (basata sul cerchio dei colori – un giorno ne dovrò parlare) “puntinismo” o “pointillisme”, ma “divisionismo” (che per noi è una tecnica un po’ diversa, fatta a striscette di colore e non a puntini, come l’applicarono Umberto Boccioni, Arturo Noci e altri) o “cromoluminarismo”.

In realtà la sua tecnica è affascinante (e, in questo caso, direi anche conturbante) anche nel disegno a matita Crayon su carta rugosa (questo è L’Echo del 1883).

Ma le sue opere più affascinanti sono quelle in cui applica la sua tecnica di uso del colore (qui l’Ospizio e faro a Honfleur, del 1886).

E ancora, anche se forse un po’ troppo di scuola, questa Modella di spalle del 1887.

La sua opera più celebre, Il circo, è del 1891 e rimase incompiuta a causa della morte del pittore.

Sì, questo post è dedicato a una persona che ama moltissimo Georges Seurat.

L’albero della vita

Oggi ricorre il 150° anniversario della pubblicazione di On the Origin of Species by Means of Natural Selection di Charles Darwin.

Lo ricordiamo invitandovi a visitare questo bel sito.

L’ascensore: una questione di pari opportunità

Quella che segue è una storia scabrosa: innocenti e anime belle si astengano dal proseguire nella lettura.

L’ascensore è per sua essenza il locus della claustrofobia. Tutti temiamo che si possa fermare e che, per quanto gridiamo, nessuno ci venga a salvare. O peggio, che la corda si rompa e precipitiamo fino allo schianto finale, in cantina, tra topi, scarafaggi e generazioni di mozziconi di sigaretta.

E a questi brividi se ne aggiunge, come spesso accade, un altro, vagamente sexy. La speranza che nell’ascensore bloccato ci restiamo con un/a partner del sesso che più e meglio scatena le nostre fantasie.

Il cinema, che dell’inconscio collettivo è spesso il miglior interprete, ha visitato tutta la gamma: dai goccioloni di sangue che piovono dal tetto della cabina in una famosa sequenza de Il silenzio degli innocenti

… alla confessione di Alberto Sordi a Stefania Sandrelli in Quelle strane occasioni.

Nella nostra esperienza, di solito, il peggio che può capitare è una flatulenza rilasciata alla traditora in un ascensore affollato.

Così pensavamo, almeno, fino a quando uno spot ci ha rivelato, all’improvviso, quanto può essere imbarazzante un altro odore, quello delle piccole perdite urinarie o mestruali. Rigorosamente al femminile. Ma niente paura. Individuato il problema, trovata la soluzione: un sottilissimo e pressoché invisibile salvaslip, impregnato di un efficace antibatterico. Al costo di una piccola, ma sopportabile, perdita di afrori feromonici, il rischio di puzzare in ascensore è neutralizzato.

Pare che il ministro Tremonti avesse anche proposto un nome, bocciato però dai pubblicitari: lo scudo ficale.

E noi maschietti? Esclusa  la componente mestruale, anche il maschio di una certa età, magari con problemi di prostata, può soffrire di piccole perdite urinarie. E puzzare in ascensore. E l’industria per noi non ha ancora inventato nulla? Un po’ di creatività, per favore. Un piccolo e discreto dispositivo anche per noi.

Il nome ce l’ho già: il cazzoletto.

Obituary: Edith Piaf (10 ottobre 1963)

Il ritardo del mio convoglio aumenta …

Muore di cancro al fegato, dopo una vita dissoluta e scandalosa. E allora l’arcivescovo di Parigi le nega il funerale religioso. Ma 100.000 parigini seguono comunque il corteo funebre.

Non, je ne regrette rien è l’orgoglioso inno dei perdenti di tutto il mondo, da cantare con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. Ma nelle intenzioni della Piaf era una canzone politica, e di destra se per quello, dedicata alla Legione straniera ai tempi della guerra d’Algeria.

Non, Je Ne Regrette Rien
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Ni Le Bien Qu’on M’a Fait, Ni Le Mal
Tout Ca M’est Bien Egal
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
C’est Paye, Balaye, Oublie, Je Me Fous Du Passe
Avec Mes Souvenirs J’ai Allume Le Feu
Mes Shagrins, Mes Plaisirs,
Je N’ai Plus Besoin D’eux
Balaye Les Amours Avec Leurs Tremolos
Balaye Pour Toujours
Je Reparas A Zero
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Ni Le Bien Qu’on M’a Fait, Ni Le Mal
Tout Ca M’est Bien Egal
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Car Ma Vie, Car Me Joies
Aujourd’hui Ca Commence Avec Toi

Obituary: Orson Welles (10 ottobre 1985)

In questi giorni sono in affanno, viaggio con un ritardo imprecisato come un treno del sud …

Con 24 ore di ritardo ricordo il 24° anniversario (ma allora la leibniziana armonia prestabilita esiste!) della morte di Orson Welles. Quale immagine migliore del fumo nero che esce dal comignolo di Xanadu? No trespassing!

Anche se Welles stesso dice, in questa intervista del 1960, che Rosebud era a tawdry device, un trucco farlocco …

Bernanke vede la ripresa

Ma mi sa che si era perso il primo tempo

L’elefante mancino

Conoscete elefanti mancini?

Mi hanno raccontato – ma non so se è vero o soltanto ben inventato – che anche molti mammiferi, come noi umani, hanno un emisfero cerebrale dominante e quindi possono essere mancini.

Saperli riconoscere può essere utile. Ad esempio, se un elefante africano carica e uccide un turista, la polizia potrebbe chiederti indizi per incriminare l’elefante assassino.

Come si fa? basta osservare la lunghezza delle zanne. La più corta è quella che l’elefante usa di più. Di solito è la destra, ma se è quella sinistra, l’elefante è mancino.

Leonardo è un genio

Bella scoperta, direte voi.

Ma no, non Leonardo da Vinci, Leonardo il blogger. Leggete qui:

“Tua moglie ha delle gioie?”
“Le aveva, poi mi ha incontrato”.

Vorrei averla scritta io. Vorrei averla pensata io. Mi sbellico dalle risa e dall’invidia.

Il post completo lo trovate qui.

24 giugno 1859 – Solferino e San Martino

Quando ero bambino io, le battaglie delle guerre d’indipendenza si studiavano come le litanie. Qualche accenno nel primo ciclo delle elementari. Poi di nuovo nel secondo. Poi ancora alle medie. Alla fine restava una specie di filastrocca: Monzambano Valeggio e Pastrengo. Curtatone e Montanara. Custoza. La fatal Novara. Magenta. E, appunto, San Martino e Solferino.

Le date si studiavano un po’ meno, o forse sono io che non le ricordo: curiosamente, ricordo un gita lì il 24 giugno 1961 (mi rimase molto impressa non per i luoghi risorgimentali, ma per la gita in sé e per sé, e per di più in macchina – una 600 – con uno zio adorato che mi viziava: su un rettilineo mi fece superare per la prima volta in vita mia i 100 all’ora proprio in quell’occasione), ma non mi pare sapessi allora che era l’anniversario della battaglia.

Né sapevo – ma questo la retorica risorgimentale non ce lo raccontava certo – che fu un’imponente carneficina. L’esercito austriaco era in fuga dopo la sconfitta di Magenta, l’imperatore Franceso Giuseppe (Cecco Beppe, nei racconti risorgimentali) aveva silurato il generale Gyulai (e qui mi riaffiora una canzone: “Bada Gyulai…” – ho trovato il testo, diverso da come lo ricordavo, e lo metto più sotto),  assunto personalmente il comando e ordinato un dietro-front per contrattaccare sul Chiese. Napoleone III e le truppe franco-piemontesi inseguivano ignare. I due eserciti si trovarono l’uno di fronte all’altro, entrambi sorpresi. Fu la battaglia dei record: il fronte si estendeva su oltre 15 km, i combattenti erano più di 200.000 (seconda battaglia ottocentesca per numero di partecipanti dopo quella napoleonica di Lipsia, nel 1813), durò dalle 12 alle 14 ore, lasciò sul campo 14.000 austriaci e 15.000 francesi e italiani (più che nella pur sanguinosa battaglia di Waterloo), 8.000 austriaci furono catturati (dall’altra parte, i prigionieri furono 2.000).

Difficile pensare a tutta questa ferocia percorrendo le bellissime colline moreniche del Garda, che non hanno nulla da invidiare ad altri e più celebri paesaggi collinari italiani.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Se guardaremm in cera
Coi bombol e i cannon.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Te mettèm in caponera
A fa chicchirichì.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Te mettaremm su l’era
A batt el formenton.

Paolo Soleri

Il 21 giugno 2009 Paolo Soleri ha compiuto 90 anni.

Chi è Paolo Soleri? Non lo sapevo fino a circa un anno fa (e direi – non perché io sappia tutto, ma perché sono di una curiosità patologica – che è abbastanza sconosciuto qui da noi). È un architetto torinese, collaboratore di Frank LLoyd Wright, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1956. Se volete saperne di più, consultate Wikipedia in italiano e in inglese.

In Italia la sua opera più nota è la sede delle Ceramiche Solimene, a Vietri sul Mare (1951-1954).

http://www.ceramicasolimene.com/azienda.html

http://www.ceramicasolimene.com/

http://www.ceramicasolimene.com/azienda.html

http://www.ceramicasolimene.com/

/azienda.html

http://www.ceramicasolimene.com/

L’opera più famosa in assoluto, anche se raramente attribuita a lui (io stesso credevo fosse di Frank LLoyd Wright), è la villa che esplode nel finale di Zabriskie Point di Antonioni. Si chiama John Lassen House e si trova a Carefree in Arizona.

Copyright © 2003 Cosanti Foundation

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