Immigrazione clandestina: desecrato il dio Po

La Gazzetta di Mantova è un tesoro di notizie curiose. Sono giunto a sospettare che lo facciano per divertire me, nei pochi giorni che passo in agosto in queste terre.

Questa è comparsa nell’edizione di ieri, 24 agosto 2009:

Po sempre più esotico: catturato un pesce Piranha

la Gazzetta di Mantova — 24 agosto 2009   pagina 12   sezione: PROVINCIA

VIADANA. I pesci piranha nel fiume Po? Quella che fino a poco tempo fa poteva sembrare una leggenda che, col passare del tempo, ha acquisito credibilità dopo diversi avvistamenti, pare trovare la sua clamorosa conferma proprio nelle acque del nostro territorio. Nel Grande fiume, nell’area compresa fra Torricella di Sissa nel Parmense e Torricella del Pizzo nel Cremonese, proprio in questi giorni ne sarebbe stato pescato uno di grosse dimensioni.  A prenderlo è stato Mauro Bonazzi, un espertissimo pescatore di Guastalla nel Reggiano, che, del Po, conosce ogni angolo e maneggia con straordinaria esperienza la canna da pesca.  Proprio pochi giorni fa Bonazzi ha scelto le acque del Po fra il Parmense ed il Cremonese con l’intento di trascorrere una normalissima giornata dedicata alla sua grande passione per la pesca. Pensava di prendere qualche cefalo, qualche carpa o, perché no, anche qualche siluro.  Ed invece ha tirato a riva un pesce mai visto prima nelle acque del fiume.  Il suo occhio di pescatore abilissimo ed esperto lo ha portato a sospettare immediatamente di un possibile pesce piranha.  Fra l’altro alcuni esemplari di questa varietà ittica esotica, e tutt’altro che mediterranea, sarebbero stati avvistati, di recente, nelle acque del Po reggiane.  Bonazzi, vista anche la vicinanza, si è recato a Motta Baluffi (Cremona), all’Acquario del Po per chiedere la consulenza del direttore della struttura rivierasca Vitaliano Daolio.  Esperta guida di pesca professionale, Daolio, dopo un accurato esame, non ha praticamente avuto alcun’esitazione nel battezzare il pesce.  Quello in questione, con estrema probabilità, è un piranha della varietà Piranha Pygocentrus Nattereri, conosciuto comunemente come Piranha rosso, con gli esemplari adulti che raggiungono anche dimensioni di 30 centimetri.  Si tratta di un pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia Characidae, ben diffuso in Sudamerica, nei bacini del Rio delle Amazzoni, dei fiumi Paraguay e Paran bacino fluviale e del fiume Essequibo. È inoltre particolarmente diffuso anche nella zona paludosa del Pantanal, in Mato Grosso Mato Grosso, appunto, e Paranà: ma qui siamo sul Po, nel cuore della Valle Padana.  Da ricordare, infine, che un esemplare di notevoli dimensioni venne catturato qualche anno fa anche nel Canalbianco, nella zona fra Veronese e Rodigino a nord d’Ostiglia.

Al di là del tono sconsideratamente “leggero” dell’articolo, mi sembra che gli elementi di preoccupazione siano molti. Evidentemente, il piranha in questione è un clandestino, immigrato irregolarmente nel nostro Paese. E poiché si tratta di un pesce d’acqua dolce, non può avere attraversato il mare senza l’rresponsabile complicità di qualcuno. E la sfrontatezza, la sfrontatezza di nuotare nelle acque sacre del dio Po. Con il rischio, addirittura, che il Senatùr sorseggi un ampolla di deiezioni della belva amazzonica!

A meno che …

Leggo su Wikipedia: “Nel fiume Maroni, in Suriname, esiste una grossa specie di piranha pesante fino a 5 Kg e apparentemente erbivora; i suoi membri inoltre ospitano colonie di vermi nel loro stomaco.”

Una faida interna alla Lega?

The Canon

Angier, Natalie (2007). The Canon: The Beautiful Basics of Science. London: Faber and Faber. 2008.

Ho comprato questo libro, come mi accade spesso, senza saperne molto, dopo una scorsa all’indice e un’annusata alla bibliografia. L’ho comprato alla libreria parigina di WHSmith, e lo dico per chi ci fosse stato e per chi ci dovesse capitare: la parte dedicata alla divulgazione scientifica è al piano di sopra, in fondo a una fuga di stanze e stanzette, ma occupa un’intera parete e ce n’è abbastanza da perderci la testa ogni volta (per capirci, da Feltrinelli International a Roma ce n’è sì e no uno scaffale, insieme ai libri di self-help e vari santoni alla Coelho; Feltrinelli International di Milano mi riesce incomprensibile nello spreco di spazio e di razionalità … e poi Milano è lontana quasi come Parigi). E a pochi metri da WHSmith, sempre in Rue di Rivoli, c’è Galignani, con una sezione in inglese quasi altrettanto ben fornita. Naturalmente, Parigi pone anche altri problemi: se non intendi imbarcare il bagaglio, ma hai soltanto il bagaglio a mano, ci sono i limiti di spazio e soprattutto di peso imposti dalle compagnie (tutte con regole diverse e altrettanto incomprensibili: chi pone soltanto limiti di dimensione, chi ti limita a 5 kg – facili da superare se ti porti il laptop; addirittura, anche se viaggi sullo stesso aereo, il peso che puoi portare in cabina è diverso se il biglietto è Alitalia o AirFrance; e per farti irritare di più, nelle “cappelliere” c’è una bella targhetta che dice che sono collaudate per un peso fantastico, ci potrebbe viaggiare un bambino!).

Insomma, quello che mi ha fatto scegliere questo tra quelli che mi sono comprato nell’ultimo viaggio a Parigi è stato, lo devo confessare, l’endorsement di Richard Dawkins in copertina (questa è l’edizione inglese di un libro originariamente americano): una garanzia, ho pensato, Dawkins con il carattere che ha non loderebbe mai un libro inesatto o mal scritto. Questo è quello che scrive (così non dovete sforzarvi a leggerlo sull’immagine della copertina):

Every sentence sparkles with wit and charm … An intoxicating cocktail of fine science writing.

Sì, lo so non bisogna credere a quelle poche parole di lode che ci sono sulle copertine dei libri. “Indimenticabile”, scrivono, e poi scopri che te lo ricorderai per tutta la vita come il peggior romanzo che tu abbia mai letto. E poi, magari, è quella che in gergo si chiama una “marchetta”, perché Dawkins e Angier hanno lo stesso agente letterario (e infatti è così!).

Il problema è che Dawkins non scrive il falso. Ha ragione. Soltanto che ha letteralmente ragione.”Every sentence sparkles with wit and charm”: letteralmente, ogni singola frase. “An intoxicating cocktail”. In effetti. Il problema non mi sembra neppure quello che sottolinea la recensione del Times che ho appena citato, cioè che Angier scrive in modo inutilmente barocco, e si sente in dovere di evitare le ripetizioni sostituendo (la seconda volta che lo usa) un termine tecnico con un fantasioso giro di parole, e che spesso si perde in irritanti voli lirico-pindarici. Il problema per me è che il libro è scritto come un testo di Woody Allen degli anni di Io e Annie. Aggiungete un po’ di sceneggiature di Friends (ve lo ricordate?) e magari qualche pillola di anfetamina e avete lo stile di Natalie Angier. Un fiume inarrestabile di parole, di battute, di giochi di parole, di riferimenti culturali (alla cultura pop e televisiva newyorkese, soprattutto).

Vi faccio un esempio (altri li trovate nella recensione del Times), e ve lo faccio “europeo”, così almeno evitate lo straniamento culturale. Angier sta parlano della tettonica a zolle:

In Europe, the Alps delineate where the Italian peninsula, riding on the African plate, slammed into what are today Germany and France at about the same time, a churlish merger that two world wars , a common currency, and the frequent consumption of each other’s pastries have not entirely placated. [p. 226]

Ho visto che il libro è stato tradotto in italiano (è pubblicato da Rizzoli nei saggi BUR) e compiango il povero traduttore. Come avrà fatto a tradurre tutte le allitterazioni e i giochi di parole? Come avrà fatto a rendere i riferimenti culturali? Se qualcuno di voi per caso l’ha letto, me lo fa sapere?

Per il resto, il libro parte da una buona idea: fare il punto sui principali concetti-chiave della scienza contemporanea (nella prima parte, la migliore) e su alcune aree disciplinari (nella seconda). E farlo a cominciare da una serie di conversazioni con scienziati (quasi esclusivamente americani). Il quadro che ne emerge è abbastanza vivido, e probabilmente utile al neofita o al giovane (ma veramente giovane!) studente. Peccato che Angier la tiri tanto per le lunghe (forse sarebbe bastata la metà delle pagine) e sia tanto barocca!.

Eppure la Angier è una giornalista scientifica reputata, e ha anche vinto il Pulitzer.

Colgo l’occasione per segnalarvi l’intervento di Natalie Angier su Edge (una rivista online che merita di essere sempre letta: iscrivetevi alla newsletter!) su scienza e religione (My God Problem).

Gas

Secondo il De Mauro online:

1a: ogni sostanza che, a temperatura e pressione normale, è allo stato aeriforme, in contrapposizione ai solidi e ai liquidi, e non presenta forma e volume propri

1b: sostanza aeriforme che si trova al di sopra della propria temperatura critica, in condizioni in cui non può essere condensata allo stato liquido con il solo aumento di pressione

2a: miscela combustibile, specialmente di idrogeno, metano, idrocarburi e ossido di carbonio, erogata per usi domestici o industriali: contatore, bolletta del gas, cucina, scaldabagno a gas, è finita la bombola del gas, una fuga di gas | flusso di tale miscela erogato da un impianto domestico: accendere, spegnere, regolare il gas| gas tossico

2b: per estensione, fornello: metti la pentola sul gas per far bollire l’acqua

3: miscela di benzina vaporizzata e aria che forma il carburante dei motori a scoppio; aumentare, togliere gas: regolarne l’afflusso con l’acceleratore

Gas è una parola inventata: a un certo punto della (recente) storia umana, un signore (un novello Adamo) ha deciso di dare un nome a una cosa (o, meglio, a una classe di “cose”) che prima non l’aveva. Il signore si chiamava Jan Baptist van Helmont, chimico e medico fiammingo (Brussels 12 gennaio 1580 – Vilvoorde 30 dicembre 1644). Nella sua opera Ortus Medicinæ scrisse:

halitum illum Gas vocavi, non longe a Chao veterum secretum (quel vapore l’ho chiamato ‘Gas’, non tanto diversamente dall’antico ‘Chaos’)

Non tanto diversamente per lui, che parlava fiammingo, lingua in cui la g- si pronuncia ch- aspirata (avete mai sentito come gli olandesi pronunciano il loro van Gogh?), e dunque l’assonanza c’era.

Un po’ più in là sulla destra

Vargas, Fred (1996). Un po’ più in là sulla destra (Un peu plus loin sur la droite). Torino: Einaudi. 2008.

Chi mi segue sa che quest’autrice mi piace e sul blog sono recensiti tutti i suoi romanzi tradotti in Italia (usate la funzione “cerca” nella barra sinistra). La bibliografia completa l’ho messa qui.

Questo è dunque un romanzo “vecchio”, tradotto solo ora. È quello in cui incontriamo Louis-Ludwig Kehlweiler che avevamo incontrato in Io sono il tenebroso (dell’anno successivo ma pubblicato da Einaudi un paio d’anni fa). Sappiamo qualcosa di molto importante sul suo passato, ma non perché sia caduto in disgrazia e perché conviva con il rospo Bufo.

Non mi sono ancora stancato della Vargas, anche se forse di questo si potrebbe dire che – in quanto “giallo” – è un po’ concitato nella spiegazione finale.

Ho poi un dubbio atroce: ma quanto dura la digestione e il transito intestinale di un cane. Meno di 6 ore? Ma non ci hanno raccontato che soltanto la digestione nello stomaco di un pasto normale dura (per noi umani) 4 ore, ma ne può durare molte di più per cibi grassi o pesanti (vedi qui, per esempio). E poi c’è il transito intestinale. Mi pare che per noi umani si parli di 24-36 ore. C’è qualcosa che non torna, nel romanzo.

Belli, come al solito, i dialoghi e le riflessioni.

Non amava con facilità. Di tutte le donne che aveva avuto, perché quando uno è solo in auto ha il diritto di dire «avuto», quante ne aveva amate, onestamente? Onestamente? Tre, tre e mezza. No, era poco portato. Oppure era perché non prendeva più l’iniziativa. Tentava di amare moderatamente, senza esagerare, di rifuggire gli amori densi. [p. 91]

– [...] Come le dicevo, è stato fatto il necessario. È un incidente. Allora?
– Allora, l’arte comincia dove finisce il necessario. [p. 115]

– [...] Uno arriva come un duca nei recessi della memoria e si fa buttare come un villano nelle segrete della quotidianità [p. 141]

– Che ne pensi, di lei? Ti piacerebbe andarci a letto se te lo proponesse?
– Sei strano. Non me lo sono mai chiesto.
– Non te lo sei mai chiesto? Ma che cavolo combini nella vita? Bisogna sempre chiederselo, Marc, per la miseria.
– Ah, bene. Non lo sapevo. E tu te lo sei chiesto? La risposta sarebbe sì o no?
– Be’, dipende. Con lei, dipende dai momenti.
– A che ti serve chiedertelo se non sai dare una risposta?

Già. Profondissima questa. Perché invece sono proprio le domande cui non sappiamo dare una risposta, quelle che vale la pena porsi. Nella vita e nella scienza. Brava Vargas.

Amico fragile – Fabrizio De Andrè

Sentita ieri per caso: un lampo nella memoria. Parole e musica di Fabrizio De Andrè (narrano le leggende che l’abbia scritta una notte, dopo una cena tra amici borghesi, “molto più ubriaco di noi”), ma una delle canzoni più coheniane del nostro.

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi “
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

C’è anche la versione di Vasco.

Rispetto

Per alleggerire un po’, per sollevare questa cappa opprimente…

Non c’è più rispetto
Neanche tra di noi
Il silenzio è rotto
Dagli spari tuoi
Dimmi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Per lasciarmi stare

Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi

Che mi hai fatto male!

Non c’è più rispetto
Uoh uoh uoh uoh uoh

Non c’è più contatto

Oh oh oh oh
Prima ero li
Stavo bene
Con gli amici al bar
Ci credi, ero li
Senza pene
Chiaro come il mar…

Dimmi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Per lasciarmi andare

Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi
Quanti soldi vuoi

Non ti ho fatto male mai!
Oh, ma che dolore
Oh, è un gran dolore!

Non c’è più rispetto
Neanche tra di noi

Non c’è più rispetto
Oh oh oh oh oh
E allora

Tira tira tira
che si spezza dai

Tira tira tira

Io non ti ho fatto male mai!
Oh, ma che dolore
Oh, è un gran dolore!

A Hard Rain’s A-Gonna Fall

Una delle più belle canzoni di Bob Dylan. Forse la più bella per il testo.

Qui la versione dal vivo del Concert for Bangla Desh:

Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains,
I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways,
I’ve stepped in the middle of seven sad forests,
I’ve been out in front of a dozen dead oceans,
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what did you see, my blue-eyed son?
Oh, what did you see, my darling young one?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it,
I saw a black branch with blood that kept drippin’,
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’,
I saw a white ladder all covered with water,
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken,
I saw guns and sharp swords in the hands of young children,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what did you hear, my blue-eyed son?
And what did you hear, my darling young one?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin’,
Heard the roar of a wave that could drown the whole world,
Heard one hundred drummers whose hands were a-blazin’,
Heard ten thousand whisperin’ and nobody listenin’,
Heard one person starve, I heard many people laughin’,
Heard the song of a poet who died in the gutter,
Heard the sound of a clown who cried in the alley,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, who did you meet, my blue-eyed son?
Who did you meet, my darling young one?
I met a young child beside a dead pony,
I met a white man who walked a black dog,
I met a young woman whose body was burning,
I met a young girl, she gave me a rainbow,
I met one man who was wounded in love,
I met another man who was wounded with hatred,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what’ll you do now, my blue-eyed son?
And, what’ll you do now, my darling young one?
I’m a-goin’ back out ‘fore the rain starts a-fallin’,
I’ll walk to the depths of the deepest dark forest,
Where the people are many and their hands are all empty,
Where the pellets of poison are flooding their waters,
Where the home in the valley meets the damp dirty prison,
Where the executioner’s face is always well hidden,
Where hunger is ugly, where souls are forgotten,
Where black is the color, where none is the number,
And I’ll tell it and speak it and think it and breathe it,
And reflect it from the mountain so all souls can see it,
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’,
But I’ll know my song well before I start singin’,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Qui in un’altra interpretazione, circa 1964, cioè vicina all’epoca della composizione (perdonate l’acustica e la capigliatura).

Infine, la dissacrazione (secondo me riuscita) di Bryan Ferry.

La conosco questa gatta…

Grazie a Incauta per avermi fatto scoprire questi pezzi di profonda verità.

Bohumir Hrabal – Opere scelte

Hrabal, Bohumir. Opere scelte. Milano: Mondadori. 2003.

I Meridiani di Mondadori sono una bellissima collana, curata (anche se oggi molto meno che agli inizi), stampata su carta sottile, maneggevole, dotata di ricchi apparati critici. Però le raccolte di opere, e ancora di più le opere complete, mi mettono sempre di fronte a un problema: se non sei un vero appassionato dell’autore o uno studioso, sei costretto (costretto perché, come è noto, mi sono dato l’imperativo di leggere i libri dalla prima all’ultima pagina, sottoponendomi di buon grado all’imperio implicito dell’autore o del curatore: un libro è informazione in formato sequenziale, e che diamine!), costretto, dicevo, a sorbirti anche gli stentati primi passi giovanili e i balbettamenti senili dell’autore, insieme alle suo opere più celebri e celebrate.

Questo accade anche con il povero Hrabal. I suoi grandi romanzi sono un piacere. Ma le prime e le ultime cose, ancorché interessanti, non reggono il confronto.

I praghesi (in realtà, Lenka, un amica de Il barbarico re, l’unica praghese che possa dire di conoscere un po’) considerano Hrabal lo scrittore nazionale (Kafka scriveva in tedesco). Tutti i grandi “romanzi” (non sono scare quotes, è che in Hrabal il concetto di romanzo è veramente tirato da tutte le parti) sono molto belli: Treni strettamente sorvegliati, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Ho servito il re d’Inghilterra, La tonsura, Una solitudine troppo rumorosa.

Nel primo c’è una scena ironica e toccante – la più bella e sensuale descrizione di un orgasmo che abbia mai letto e al tempo stesso la descrizione di uno dei disastri più atroci della seconda guerra mondiale. L’essenza di Hrabal, per me, è riassunta in queste poche righe.

«Miloš Hrma» mi presentai.
«Viktoria Freie» fece un inchino e mi porse la mano.
«Viktoria Freie?» si meravigliò Hubička.
E io sapevo che questo era il messaggio, lo riconobbi, sapevo che Viktoria Freie era quella mano che consegnava il messaggio e l’informazione, ma questa notizia per ora non aveva fatto piacere al capomanovra Hubička, anzi era ancor più impallidito, quell’apparizione l’aveva proprio scombussolato, vidi che non aveva il minimo desiderio, addirittura a questa bella donna non aveva guardato né il sedere né il petto, come aveva l’abitudine di fare spogliando le donne con gli occhi. E questa tirolese, ora che guardavo, era contemporaneamente un culone e un tettone. E uscii sul marciapiede a dare il segnale a un treno merci perché passasse, lo aspergevo di luce verde. E poi, quando ritornai dentro e comunicai alla stazione seguente l’ora in cui il treno era passato dalla stazione mia, il pacchetto era sparito. E Viktoria sbadigliava e si stirava e mi faceva gli occhi dolci e io a un tratto sentii fiducia in lei, sicché quando disse che si sarebbe volentieri stesa per un’oretta aprii la porta dell’ufficio del capostazione, come aveva fatto a Dobrovice il capomanovra Hubička prima di strappare quel sofà incerato, e lei entrò e io portai il mio mantello e lo distesi sul sofà, il paralume verde spandeva una luce dolce, sentivo come nella colombaia i colombi erano tutti inquieti, addirittura più di quando il capostazione era andato via, come se si fosse infilata da loro una donnola o una faina, con tanto spavento tubavano e sbattevano le ali.
«Mi chiamo Miloš Hrma» balbettai, «sapete, mi sono tagliato le vene perché soffro di eiaculatio praecox. Ma non è vero. È vero che con la mia signorina sono sfiorito come un giglio ma detto tra noi io sono maschio davvero…»
«Voi non siete andato ancora con nessuna?» si meravigliò Viktoria,
«No, ci ho soltanto provato, e per questo vi prego di consigliarmi…»
«Davvero voi non siete ancora andato con nessuna?» era sempre più meravigliata.
«Nessuna, perché Máša, come s’infilò accanto a me dallo zio Noneman a Karlín, Máša si è messa accanto a me, ma non ci sono andato perché, come dicevo, sono sfiorito come un giglio.»
«Sicché voi davvero non siete andato con nessuna» disse e sorrise e aveva le fossette, come le aveva Máša, e i suoi occhi si ammorbidirono come se si meravigliasse per una fortuna o se avesse trovato una cosa rara, e con le dita cominciò a scarmigliarmi i capelli, come se fossi un pianoforte, e poi guardò la porta chiusa dell’ufficio e si chinò sopra il tavolo, tirò giù il lucignolo e spense con un soffio sonoro la lampada e mi cercò con le mani e in­detreggiò con me fino al sofà del capostazione e si rovesciò e mi tirò a sé, e dopo fu tenera con me, come quan­do ero piccolo e la mamma mi vestiva e svestiva, mi permise di aiutare anche lei ad alzarsi la gonna, e poi sentii come sollevò e aprì le gambe, poggiò le sue scarpe tirolesi sul sofà del capostazione, e poi di colpo ero incollato a Viktoria, così come ero incollato nella fotogra­fia col vestitino da marinaretto alla fotografia di Máša, e mi inondò una luce che incessantemente cresceva, salivo sempre più in alto, la terra intera tremava, risuonava un rombo e un fragore, avevo l’impressione che non uscisse né da me né dal corpo di Viktorka, ma da fuori, che l’intero edificio tremasse nelle fondamenta, le finestre tin­tinnavano, udii che in onore di questo mio glorioso e vittorioso ingresso nella vita si erano messi a tintinnare anche i telefoni, i telegrafi cominciarono da soli a battere i segnali Morse, come accadeva negli uffici ferroviari durante i temporali, mi sembrava che anche quei colombi del capostazione tubassero a una voce sola, addirittura anche l’orizzonte si sollevava e fiammeggiò coi colori degli incendi, ora l’edificio della stazione tremò ancora, si mosse un poco nelle fondamenta… E poi sentii come il corpo di Viktorka si tese ad arco, udii come le sue scarpe chiodate si piantarono dentro il sofà di tela cerata, udivo come quella stoffa si strappava, non cessava di strapparsi e da qualche punto dalle unghie delle mani e dei piedi mi convergeva nel cervello uno spasmo di gioia, d’improvviso tutto fu bianco, poi grigio, poi scuro, come se dell’acqua calda calasse e si mutasse in fredda, e nella schiena sentii un dolore piacevole, come se qualcuno mi ci avesse infilato un raffio da muratore.
Aprii gli occhi, Viktorka continuava a scarmigliarmi I capelli e ansimava. E io vidi attraverso una fessura nella finestra che all’orizzonte si sollevava il colore rosso e ambra di un fuoco lontano, come se lampeggiassero i tempi buoni. E i colombi del capostazione tubavano spauriti, svolazzavano per la colombaia, urtavano contro le pareti e il soffitto e cadevano in terra e sbattevano spauriti le ali.
Viktorka Freie si era seduta e ascoltava. Si accarezzò i capelli e disse:
«Da qualche parte c’è un terribile bombardamento.»
Aprii la finestra e tirai la tenda di oscuramento, che fu risucchiata in su. Lontano oltre le colline scoppiavano senza sosta nuovi incendi, l’orizzonte era scarlatto e ripiegato oltre le colline, verso il centro di un qualche disastro.
«Sarà Dresda» disse e si alzò e si pettinò i capelli e il pettine faceva uno strano suono nei capelli. Mi ricordai del suo corpo flessibile, che d’improvviso vidi volare su un trapezio.

Se siete curiosi, questa era la voce di Hrabal. Se sapete il ceco, capirete anche di che parla.

L’inattesa piega degli eventi

Brizzi, Enrico (2008). L’inattesa piega degli eventi. Milano: Baldini Castoldi Dalai.

Di Brizzi avevo letto l’opera d’esordio, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Giovanilistico, carino, nulla di più.

Questo l’ho comprato perché il risvolto di copertina e l’incipit facevano immaginare un racconto di contro-storia, come Contro-passato prossimo di Guido Morselli, o Fatherland di Harris, o La svastica sul sole di Philip K. Dick. Cito dalla presentazione editoriale:

L’Italia fascista ha rotto in tempo l’alleanza con Hitler e anzi ne ha contrastato le mire, guadagnandosi nel 1945 un posto al tavolo dei vincitori. Dal conflitto, destinato a entrare nella memoria degli italiani come la Nostra guerra, il Duce esce trionfatore; anche Casa Savoia è eliminata dalla scena politica, e la nuova costituzione «laica e littoria» priva la Chiesa del suo ruolo sociale.
Per il Paese, ora rinominato Repubblica d’Italia, sono stagioni di relativo prestigio internazionale e prosperità economica, ma la vita quotidiana ristagna, avvelenata da decenni di autoritarismo: gli oppositori veri o presunti subiscono la deportazione nelle ex colonie africane, ora dotate di una formale autonomia e promosse al rango di «Repubbliche associate».
Nel 1960, quindici anni dopo l’armistizio, Benito Mussolini è un uomo di settantasette anni ormai prossimo alla fine, e i gerarchi si preparano a dare battaglia per la successione…

In realtà quest’idea che mi pareva stimolantissima non è sviluppata. Mi dico spesso, in questi giorni, che se gli italiani avessero avuto più tempo per fare i conti con il fascismo, e se non circolasse la favoletta che l’unico errore del più grande statista del Novecento, come dice l’attuale presidente della Camera dei deputati, è stato il Patto d’acciaio con Hitler, forse adesso non saremmo governati da una maggioranza schiacciante di fascisti e populisti di destra, autoritari, autarchici, ottusamente benpensanti e chiusi a ogni innovazione. Forse gli anticorpi, di cui parlava Montanelli, avrebbero funzionato. Chissà, magari la nostra società è immunodepressa…

Il romanzo di Brizzi non sviluppa questo tema. Parla d’altro. Di molte altre cose, e non scrive nemmeno in modo memorabile. E alla fine ti chiedi: di che parlava? perché l’ho letto?