4 aprile 1968 – Martin Luther King (2)

A completamento del post di ieri, mi sembra utile riportare l’articolo di Marco d’Eramo che compare su il manifesto di oggi, 5 aprile 2008.

Martin Luther King, 40 anni dopo
Marco d’Eramo
Il Lorraine motel è ancora lì, in un quartiere non agiato di Memphis: a vederlo, pare un ambiente improbabile per un evento storico, tanto è liso e ordinario. Eppure alle sei del pomeriggio del 4 aprile 1968 Martin Luther King stava proprio al balcone, al primo (e ultimo) piano di quest’edificio prefabbricato, quando fu ucciso da una fucilata. Oggi - manco a dirlo - l’albergo è diventato un museo nazionale per i diritti civili.
Come tutti gli esseri scomodi, King andava prima ammazzato, compianto con un lutto nazionale, decorato con medaglie postume al valor civile, celebrato come strenuo martire per la libertà, indi musealizzato, e infine ridotto a innocua icona. La prima pietra del suo Memoriale con un scultura di Lei Yixin è stata posta nel 2006 a Washington dove nel 1963 tenne il famoso discorso in cui diceva «Ho un sogno» (I have a dream), frase citata così tante volte a proposito e a sproposito dai più disparati politici europei, da indurci all’oniromanzia comparata; mentre quasi nessuno ricorda la critica che Malcolm X rivolse a questo «sogno» di armonia razziale, quando definì la Marcia di Washington la «Farsa di Wahington».
Non c’è ghetto nero negli Usa che non sia traversato da un Martin Luther King Drive. Quegli stessi ghetti neri che non cessano di ricordarci come il sogno di King sia tuttora solo un sogno, a 40 anni dal suo omicidio: negli Stati uniti, rispetto ai bianchi, ancora adesso la vita media dei neri è sei anni più breve, la mortalità infantile è tripla, la probabilità di essere vittime di un omicidio è sei volte più alta. La percentuale di neri sotto la soglia della povertà è il triplo dei quella dei bianchi, mentre il reddito medio delle famiglie nere è un 35% più basso. Per non parlare dell’incarcerazione, che negli Stati uniti vede in atto il più grande «internamento razziale» della storia.
I neri sono solo il 12,5% della popolazione, ma quasi la metà dei detenuti. Un giovane maschio di un ghetto nero ha la certezza statistica di finire in galera almeno una volta nella sua vita. Anche la desegregazione sembra destinata a rimanere un sogno, se è vero che, grazie ad alcune recenti sentenze della Corte suprema, in tutte le città degli Stati uniti è in corso un processo di accelerata risegregazione razziale delle scuole (tema cui il Christian Science Monitor ha di recente dedicato una copertina). Di decennale in decennale, la rituale celebrazione degli anniversari a cifra tonda ha perciò una funzione insieme assolutoria e disinnescante. Come Ernesto Che Guevara è assurto a icona universale quando il termine «rivoluzione» è diventato una parolaccia, così onorare Martin Luther King è un artifizio della retorica collettiva per rimuovere il problema della superiorità bianca e cullarsi nella convinzione che negli Stati uniti si sia ormai richiusa la piaga razzista: un po’ come in India i benpensanti sostengono che le caste «sono un problema del passato». Quest’anno la compunta ipocrisia dell’anniversario è accentuata dalla concomitanza con l’accesa competizione in campo democratico per le primarie presidenziali e la folgorante ascesa di Barack Obama, Con balzani paragoni tra i due personaggi - e il nemmeno tanto sotterraneo auspicio, da parte di tanti razzisti di qua e di là dell’Atlantico, di vedere l’ascesa del senatore dell’Illinois terminare in un simile sanguinoso epilogo. L’ascesa di Obama sarebbe la dimostrazione vivente che il sogno di King si è avverato, che la vergogna del razzismo è ormai alle spalle e che gli Usa sono pronti per un presidente nero. In realtà il paese può restare benissimo razzista anche con un presidente nero, tanto più se una delle ragioni principali per cui molti americani bianchi votano Obama è che è «il primo nero che non li fa sentire colpevoli di essere bianchi». Obama fa parte di una ristretta, ma consistente borghesia nera che ha già espresso i Colin Powell e le Condoleezza Rice, una minoranza che si apre un varco nell’élite statunitense mentre statisticamente le sorti della comunità nera rimangono stazionarie, quando non si aggravano. Ma soprattutto, Martin Luther King era il portavoce dei neri, mentre Barack Obama fa di tutto per essere un candidato nero sì, ma «postrazziale» e soprattutto non «candidato dei neri». Senza contare altre differenze sostanziali: quelle del messaggio politico innanzitutto. Luther King si rivolterebbe nella tomba a sentire Obama parlare degli eccessi delle «discriminazioni positive» e delle sofferenze che a causa di esse hanno subito i bianchi. Per Obama il dramma della povertà negli Stati uniti non è così tragico e urgente come per King. D’altronde, un nero non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto presidente degli Stati uniti se non si presentasse come moderato, centrista, anzi un po’ conservatore. La differenza del messaggio si articola in una totale diversità dell’azione politica. Mai Obama sarebbe finito in carcere per una manifestazione. E qui va chiarito un malinteso che in Italia si è diffuso, grazie al - magari involontario - contributo di Rifondazione Comunista, e cioè che la politica della non violenza sia non violenta, sia non conflittuale, dolcetta e in scarpette da sera. In realtà il nome originario della politica della non violenza era «disobbedienza civile» e comportava prigionie, arresti, linciaggi e morti per chi la praticava: basti ricordare, a proposito del Mahatma Gandhi, che la famosa Marcia del Sale fu repressa dagli inglesi nel 1930 incarcerando 80.000 persone; o che il momento culminante della lotta per i diritti civili di Luther King avvenne a Selma, in Alabama, in una domenica del 1965 che non a caso fu chiamata «Bloody Sunday». Insomma, non violenza non vuol dire essere innocui e imbelli.
Marco d’Eramo

3 aprile 1948 – Il piano Marshall

Mi sembra abbastanza curioso che nessuno abbia commentato, sulla stampa italiana, l’importante anniversario di ieri. Eppure, ricorreva il sessantesimo anniversario della firma del presidente americano Harry Truman alla legge che – con l’istituzione dell’ECA (Economic Cooperation Administration) – dava il via ufficiale al programma d’aiuti. Sempre nel 1948, i 17 paesi coinvolti (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Turchia) diedero vita all’Organisation for the European Economic Cooperation, che diventerà poi l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

Il silenzio è curioso, soprattutto in questa campagna elettorale, dal momento che molte volte Berlusconi ha parlato (in genere a sproposito) della necessità di un’iniziativa simile… forse perché una vulgata storiografica collega la vittoria di De Gasperi nelle elezioni del 1948 alla firma da parte del governo italiano di un trattato di amicizia, commercio e navigazione con gli Stati Uniti (2 febbraio 194 8) che dava via libera, in sostanza, all’applicazione del piano Marshall in Italia.

L’idea del piano era stata lanciata da Marshall (ministro degli esteri statunitense) in un discorso tenuto ad Harvard il 5 giugno 1947:

It is logical that the United States should do whatever it is able to do to assist in the return of normal economic health to the world, without which there can be no political stability and no assured peace. Our policy is not directed against any country, but against hunger, poverty, desperation and chaos. Any government that is willing to assist in recovery will find full co-operation on the part of the U.S.A.

Il piano, bocciato dai sovietici (che in alternativa approvarono il piano Molotov per i loro satelliti), era molto generoso. Il 90% degli aiuti era erogato a fondo perduto e il restante 10% in prestiti a lunghissima scadenza (30-40 anni) e a basso tasso d’interesse (2,5%). Si trattava però, pressoché esclusivamente, di merci d’origine statunitense. I 22 miliardi di dollari originariamente stimati, a seguito della forte opposizione repubblicana in Congresso, furono ridotti a poco meno di 13 miliardi in 4 anni: 3,4 spesi per l’importazione di materie prime e semi-lavorati; 3,2 in aiuti alimentari, prodotti agricoli e fertilizzanti; 1,9 in mezzi di trasporto, macchinari e altri beni d’investimento e 1,6 in carburanti.

L’Italia non fu uno dei beneficiari più importanti, né in termini assoluti, né in termini pro capite.

Paese 1948/49
(milioni di $)
1949/50
(milioni di $)
1950/51
(milioni di $)
Totale
(milioni di $)
Regno Unito 1316 921 1060 3297
Francia 1085 691 520 2296
Germania 510 438 500 1448
Italia (incl. Trieste) 594 405 205 1204
Paesi Bassi 471 302 355 1128
Belgio e Lussemburgo 195 222 360 777
Austria 232 166 70 468
Danimarca 103 87 195 385
Norvegia 82 90 200 372
Grecia 175 156 45 366
Svezia 39 48 260 347
Svizzera 0 0 250 250
Turchia 28 59 50 137
Irlanda 88 45 0 133
Portogallo 0 0 70 70
Islanda 6 22 15 43
Totale 4924 3652 4155 12721

Per me, il piano Marshall è un solo ricordo, la serie dei francobolli che finì nella mia collezione agli inizi degli anni Sessanta.

11 marzo

Oggi questo blog compie un anno.

In un anno è stao visitato quasi 58.000 volte, cioè 160 volte al giorno, in media. Ultimamente, raramente le visite quotidiane sono meno di 200. Non so, ma per me è un’enormità.

Alcuni sono amici e conoscenti, ma la maggior parte mi sono sconosciuti, e io sono sconosciuto a loro (anche perché mi nascondo dietro uno pseudonimo).

Alcuni mi commentano regolarmente, e li considero quasi amici. E qui li ringrazio tutti.

Non so voi, ma io mi diverto immensamente e intendo continuare.

Stanislaw Lem – L’indagine del tenente Gregory

Lem, Stanislaw (1959). L’indagine del tenente Gregory. Torino: Bollati Boringhieri. 2007.

Perché tradurre dopo 48 anni un romanzo di Stanislaw Lem (Lem è un grandissimo scrittore di fantascienza polacco: basti per tutti Solaris, un bellissimo di film di Tarkovsky e un discreto remake di Soderbergh)? Perché spacciarlo per “l’appassionante giallo di un maestro della fantascienza”?

Non è un giallo. Non è appassionante. È  ben scritto e angoscioso. Ma non si capisce dove vuol andare a parare. Penso che sia un racconto filosofico, ma un po’ la filosofia mi sfugge. Il passaggio più rivelatore (ma non per questo perspicuo) mi sembra questo:

– Ma se cosl non fosse? Se non ci fosse nulla da imitare? Se il mondo non fosse un rompicapo da risolvere, ma solo un calderone in cui nuotano alla rinfusa pezzi sparsi che, di tanto in tanto e per puro caso, si aggregano in un insieme? Se tutto ciò che esiste è frammentario, incompleto e abortito, gli eventi possono an­che essere la fine di qualcosa senza il suo inizio, o la sua parte cen­trale, o solo il suo principio, o solo la sua fine … mentre noi conti­nuiamo a suddividerli, selezionarli e ricostruirli finché ci pare di avere messo insieme un amore completo, un tradimento completo o una sconfitta completa … mentre in realtà siamo solo frammenti ca­suali. Le nostre facce e i nostri destini sono un puro frutto della sta­tistica, siamo la risultante dei moti browniani, gli uomini sono ab­bozzi incompiuti, progetti buttati giù e lasciati a metà. Perfezione, completezza, eccellenza non sono che rare eccezioni dovute all’i­naudita, incredibile sovrabbondanza dell’esistente! L’immensità del mondo, la sua incalcolabile molteplicità regolano la banalità quoti­diana colmando in apparenza brecce e lacune, mentre la mente, per sopravvivere, scopre e associa frammenti sparsi. Usiamo la religione e la filosofia come un collante con cui aggregare e tenere insieme frattaglie statistiche sparse, per conferire loro un senso unitario e farle suonare all’unisono come una campana celebrante la nostra gloria! E invece sotto a tutto questo non c’è che il famoso caldero­ne … L’ordine matematico del mondo è la nostra preghiera alla pira­mide del caos. Siamo circondati da brandelli di vita privi di signifi­cato, che noi etichettiamo come «eccezionali» perché non vogliamo vedere! Di vero non c’è che la statistica. L’uomo razionale è l’uomo statistico. Prendiamo un bambino: sarà bello o brutto? Gli piacerà la musica? Si ammalerà di cancro? Tutto viene deciso da un lancio di dadi. La statistica presiede al nostro concepimento, è lei a sorteg­giare il coagulo dei geni da cui si svilupperà il nostro corpo, lei a estrarre a sorte la morte di cui moriremo. Ma se è la normale inci­denza statistica a decidere l’incontro con la donna che amerò e la durata della mia vita, perché non potrebbe decidere anche della mia immortalità? Non può essere che, di tanto in tanto, per puro caso, a qualcuno tocchi in sorte l’immortalità, come ad altri toccano in sor­te la bellezza o l’infermità? Se non esistono processi prestabiliti, se disperazione, bellezza, gioia e bruttezza sono frutti della statisti­ca … allora anche il nostro sapere è fatto di statistica: esiste solo il gioco cieco, un’eterna combinazione di schemi fortuiti. L’infinito numero delle Cose deride la nostra passione per l’Ordine. Cercate e troverete: purché abbiate cercato con il dovuto fervore, finirete sempre col trovare: la statistica non esclude nulla, la statistica rende tutto possibile, tutt’al più si tratterà di cose più o meno probabili. La storia, invece, è il realizzarsi dei moti browniani, la danza stati­stica di particelle che non cessano di sognare un altro mondo ter­reno …
– Forse anche Dio esiste solo di tanto in tanto? – disse sottovoce l’ispettore capo. Chino in avanti, la faccia nascosta, ascoltava quel­lo che Gregory tirava fuori a fatica senza osare guardarlo.
– Forse – rispose Gregory con indifferenza. – Ma le interruzioni nella sua esistenza si protraggono piuttosto a lungo.
Si alzò, si avvicinò alla parete e fissò senza vederla una delle fo­tografie.
– Forse anche noi … – cominciò, esitando – anche noi esistiamo solo in modo sporadico. Nel senso che a volte esistiamo con minore intensità, certe altre ci dissolviamo e non ci siamo quasi per niente. Poi, reintegrando con uno scatto improvviso il brulichio scompagi­nato della memoria torniamo a esistere per lo spazio di un giorno …

Ma dove passa il confine? (metadati 6)

Ne hanno parlato un po’ tutti i giornali. Io riprendo la notizia da tiscali. spettacoli:

“Non è tempo di grande equilibro nelle scuole di samba” commentava il giornale brasiliano O Globo all’indomani del grande carnevale di Rio De Janeiro dove, tra numeri sempre più elaborati di ballo e costumi incredibili, una procace moretta è riuscita a calamitare l’attenzione generale. Lei si chiama Viviane Castro, 25 anni, alta 1 metro e 68 per 60 chili di curve ben distribuite. Viviane ha deciso di mettersi in mostra a Rio contravvenendo all’unica regola ancora valida nel carnevale più pazzo del mondo: non sfilare completamente nudi.

Neanche quattro centimetri di tessuto – Coperta di piume, paillettes e con un copricapo da dea circense, Viviane Castro è finita immortalata da teleoperatori e reporter, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo in un baleno. Completamente nuda, sfilava e ballava sorridente in barba al pudore e alle regole. A chi le ha fatto notare scandalizzato che il suo nudo era integrale, la modella brasiliana ha ribattuto divertita: “Non è vero che ero completamente nuda. Indossavo una copertura strategica di 3,5 centimetri”. Esatto, era applicata proprio dove sta pensando chi legge.

Nessun problema a mostrarsi – In Brasile la Castro non è certo nuova al nudo. Esistono numerose gallerie fotografiche che la ritraggono come mamma l’ha fatta e, forse, come la genitrice non avrebbe voluto che lei si facesse fotografare. Zero vergogna, un ottimo rapporto con il proprio corpo è una gran voglia di esibizionismo. Adesso tutto il mondo lo sa.

Che c’entra con i metadati? C’entra perché questo episodio curioso ci permette di riprendere la riflessione che stavamo facendo sulle classificazioni:

La classificazione non è per mettere ordine all’universo, è per mettere ordine alle nostre idee. [...] Ciò che rende imbarazzante oggi la classificazione di Wilkins e il sistema decimale Dewey è che la nostra cultura, le nostre conoscenze e le nostre sensibilità oggi organizzano il sapere diversamente. Classificare non è uno sforzo inane, ma un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.

La notiziola di Rio ci spinge a fare un’altra riflessione e a porci un’altra domanda. In questo caso, lo scopo della classificazione è abbastanza chiaro: una regola (probabilmente di tipo consuetudinario, ma questo non è importante) stabilisce che al carnevale di Rio non si può sfilare completamente nudi.

Facciamo un esperimento (un esperimento del pensiero, un Gedankenexperiment, come piaceva a Einstein). Riguardate la foto sopra. Secondo voi, è una donna nuda? Completamente nuda? Adesso pensate di essere un giudice di Rio, che deve giudicare le scuole di ballo ed eventualmente squalificare chi sfila completamente nudo. È  nuda? completamente nuda? Fa differenza sapere se ha un cache-sexe o no?

Per stabilire se la regola è rispettata o violata è necessario disporre di un criterio di decisione: quando la nudità è completa? La regola ci deve permettere di discriminare le persone vestite (anche soltanto parzialmente) da quelle nude. Nella maggior parte dei casi la scelta è agevole, ma poi abbiamo delle situazioni di frontiera. In prossimità della soglia, la regola di decisione diventa sempre più ambigua e più difficile da applicare.

Quando la regola è di facile applicazione, ci è utile perché ci risparmia la fatica di pensare caso per caso (a questo servono le regole!). Ma al confine la difficoltà di applicazione ci obbliga a porci delle domande che trascendono la regola: qual è lo scopo della norma? nascondere alla vista i genitali? (Perché se non fosse così basterebbe il copricapo della Castro, o che il pezzetto di stoffa fosse applicato su un gomito, o un cache-sexe trasparente).

Al confine, decidere significa davvero tagliare via: o di qua o di là. E dunque, al confine, ogni soglia diventa arbitraria, nel senso che chi deve scegliere esercita il suo arbitrio.

Anche per questo, come dicevamo qualche tempo fa, classificare è un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.

13 gennaio – J’accuse…!

Il 13 gennaio 1898 Émile Zola – schierato con gli innocentisti – pubblica sul quotidiano socialista L’Aurore una lettera aperta al presidente della repubblica francese Félix Faure. È una pietra miliare della letteratura civilmente e politicamente impegnata, e anche un testo essenziale nella letteratura francese. Come spesso accade, tutti lo citano e nessuno l’ha letto.

“Parla per te!”, diranno i miei colti lettori. Va bene, parlo per me. Non l’avevo letto fino a oggi. Ma la lettura che ne ho fatto oggi mi ha talmente impressionato per la forza e l’attualità della lettera aperta che, a parte, ne riproduco il testo originale. Per i più pigri, qui c’è una traduzione integrale e un breve riassunto del caso Dreyfus (sì, me ne sono accorto, è la rivista del Sisde).

Una piccola nota a margine: il centro di controspionaggio del ministero della guerra francese, da cui partirono le accuse a Dreyfus, si chiamava Section de statistique (service de renseignements et de contre-espionnage).

A chi è interessato agli artifici retorici usati da Zola (io, ad esempio, sono molto interessato), suggerisco questo sito.

31 dicembre – Anthony Hopkins

Compie oggi 70 anni.

Lo festeggiamo con la sua interpretazione più nota, quella di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Le battute sono di quelle indimenticabili: “Well, Clarice - have the lambs stopped screaming?” – “I do wish we could chat longer, but… I’m having an old friend for dinner. Bye.”

Per deformazione professionale, trovo anche fantastico il trattamento riservato da Hannibal Lecter a uno sfortunato rilevatore del censimento: “A census taker once tried to test me. I ate his liver with some fava beans and a nice chianti“. Chissà se era il censimento italiano…

Le sue diaboliche capacità d’interprete sono (in)verosimilmente una conseguenza dell’essere nato nei 12 giorni di Natale – oltre che per il fatto di discendere alla lontana, per parte di madre, dal poeta e visionario W. B. Yeats. Ma questa è tutta un’altra storia, che racconto qui sotto.

Omeopatia

Indirizzo terapeutico secondo cui le varie patologie sono curabili somministrando ai malati, in dosi minime, quegli stessi farmaci che, se somministrati a individui sani, provocherebbero in essi sintomi analoghi a quelli da curare (De Mauro online).

In realtà, non finisce qui: secondo i sostenitori dell’omeopatia, “la sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L’opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico bensì un suo potenziamento” (Wikipedia).

La scienza e la medicina ufficiale non hanno più nessun dubbio. Uno studio di Lancet (agosto 2005) mostra che gli effetti terapeutici non sono statisticamente distinguibili dall’effetto placebo. La fisica, inoltre, dimostra che per diluizioni superiori al numero di Avogadro non rimane neppure una molecola del principio attivo.

Secondo l’Istat, nel 2005 il 7,0% degli italiani aveva fatto uso di rimedi omeopatici nei 3 anni precedenti l’intervista (nel 1999 erano l’8,2%, ma nel 1991 il 2,5%). Sorprendentemente (almeno per me) la propensione a ricorrere all’omeopatia aumenta al crescere del titolo di studio e ed è relativamente più elevata tra dirigenti, imprenditori e liberi professionisti. Nel 71,3% dei casi, chi è ricorso all’omeopatia è soddisfatto dei risultati: per l’effetto placebo, verosimilmente, ma anche perché in tre casi su quattro si usano insieme anche i farmaci tradizionali (qui l’Istat è troppo timido per i miei gusti: dovrebbe chiamarli “farmaci di efficacia clinicamente testata” e chiamare gli altri “rimedi”). Una buona notizia è che il 10% delle persone che sono ricorse all’omeopatia nei 3 anni precedenti l’intervista ha però smesso negli ultimi 13 mesi. Ma il gioiello è questo (cito alla lettera dalla Statistica in breve dell’Istat):

Sono soprattutto le persone in buona salute ad usare in modo esclusivo o prevalente i prodotti omeopatici o fitoterapici, mentre la quota di quanti dichiarano di essersi affidati prevalentemente a trattamenti medici di tipo tradizionale è più alta tra le persone che dichiarano un cattivo stato di salute o che risultano affetti da una o più patologie croniche.

Non potrei essere più d’accordo. Se stai bene, prendi pure i rimedi omeopatici, che sono acqua purissima: eviterai qualsiasi effetto collaterale! Se stai male, curati seriamente, con un farmaco clinicamente testato.

Non ho tanta voglia di essere serio, oggi, ma ci sarebbero tante cose su cui riflettere: ad esempio, come si dovrebbe comportare il servizio sanitario di fronte a metodi di provata inefficacia? E più in generale, le autorità pubbliche? Avrebbero il dovere di fare attività di “alfabetizzazione” in materia scientifica e sanitaria? È giusto che l’Istat – un soggetto pubblico, per di più inquadrato nel settore della ricerca – non prenda nessuna posizione? Qualcuno ricorda il dibattito sulla “libertà di cura” sollevato una decina d’anni fa dal caso Di Bella? E si ricorda anche che finì in una bolla di sapone per la comprovata inutilità del metodo? Quante persone sono morte per aver “scelto” quel rimedio miracolistico invece della chemioterapia?

Intanto, tornando all’omeopatia, guardiamo insieme questo documentario della BBC, che il suo dovere di servizio pubblico lo fa:

Qui invece vediamo James Randi (un prestigiatore scettico che si è votato al disvelamento del paranormale e dell’antiscientifico, giungendo a offrire 1.000.000 di dollari a chi riuscisse a provare l’efficacia dell’omeopatia in condizioni verificabili scientificamente) in una godibilissima conferenza a Princeton.

Rumeni, rom e Grillo

Continua il dibattito sul post razzista di Beppe Grillo, ad esempio su www.murderbynumbers.it, un sito che ci piace pensare come apparentato al nostro.

Mi sembra interessante l’opinione di Giovanna Zincone pubblicata oggi da La Stampa:

I rom non ci invidiano
per questo non si integrano

I romeni ovviamente non sono tutti zingari rom e i rom notoriamente non sono tutti romeni. Comunque, la questione dei rom, in particolare se di provenienza romena, scatta spesso al centro del dibattito pubblico. I rom sono alternativamente descritti come parassiti e delinquenti o fragili emarginati. La realtà è più sfumata: ci presenta una minoranza con grossi problemi di integrazione sociale e culturale. I rom sono intrappolati in una cultura caratterizzata non solo da tratti «simpatici», come il rifiuto di lasciarsi stritolare dal lavoro e il gusto per una vita meno costretta nel tempo e nello spazio, ma anche da aspetti spinosi e inquietanti. È una cultura estranea, vista con diffidenza. Il deperimento di tradizionali fonti di sostentamento della popolazione zingara ha aumentato rischi e sospetti. In un’economia che non ripara e non ricicla, gli zingari non possono fare gli arrotini o aggiustare pentole. In un’epoca di grandi parchi giochi e domestici videogiochi, anche il mestiere di giostraio diventa sempre meno redditizio e più «inquinato» da attività parallele. La cultura di una vita «liberata dai vincoli del tempo di lavoro» cozza con il nostro modo di consumare e produrre. Il loro è un costume di vita sempre più difficile da praticare, costretto a trasformarsi.

Molti dei cosiddetti nomadi hanno accettato da tempo la costrizione dello spazio: sono diventati stanziali. I campi sono luoghi in cui si vive per lo più stabilmente. Non si tratta però di camping a 5 stelle. Quelli irregolari sono terribili: ho visto bambini con i piedi nudi nel fango in pieno inverno. Quelli ufficiali, dipende, possono anche produrre un effetto di gaiezza, ma anche lì sono frequenti e gravi le deficienze nei servizi. Molti rom e altre categorie di «pseudonomadi» sono stanziali e cittadini italiani: si stima che lo siano più della metà. Altri sono stranieri, che però vivono qui da generazioni, magari senza permesso di soggiorno. Gli stranieri sono aumentati. In particolare, subito dopo la caduta del regime di Ceausescu e ora con l’ingresso nell’Unione, sono aumentati i rom romeni. Erano persone abituate a vivere in abitazioni periferiche e svolgere lavori poco redditizi, ma sicuri. L’economia di mercato li ha messi in crisi e la loro accresciuta povertà ha attratto aggressioni razziste, di qui l’esodo. A seguito delle diverse ondate i rom di origine romena in Italia dovrebbero aggirarsi oggi intorno ai 50 mila, gli zingari in generale sarebbero circa 160 mila. Non si tratta di dati, ma di stime. Non esiste un’affidabile rilevazione sulla presenza delle minoranze zingare sul territorio nazionale. Non conosciamo l’entità e i caratteri specifici del fenomeno. Tuttavia l’allarme suscitato da nuovi cospicui flussi, seppure anch’essi di entità ignota, i brutti fatti di cronaca, la confusione tra rom e romeni, generano paura e reazioni istantanee.

Ma i problemi connessi alle minoranze zingare erano già sul tappeto da un pezzo. Bambini che non vanno a scuola, che ci vanno in modo discontinuo, che non imparano. Accattonaggio imposto a donne e minori, matrimoni precoci, tirannide dei maschi e degli anziani non sono eccezioni. La trappola d’una cultura che disprezza la routine lavorativa, unita alla perdita di occasioni di lavoro compatibili con questo disprezzo, ha favorito non solo l’accattonaggio, che sconfina talora nel borseggio, ma ha invogliato a intensificare pratiche più pesanti come il furto con scasso.

Il problema non si esaurisce qui. Il fastidio per i banali ritmi del lavoro, unito a un rispetto eccessivo per il lusso, ha condotto una certa componente di zingari a commettere crimini più gravi: traffico di armi e di droga, sfruttamento della prostituzione, aggressione e sequestro di persona. Né i comportamenti diffusi di fastidioso accattonaggio e microcriminalità, né quelli più circoscritti di grave crimine riguardano tutti i rom. E però hanno generato un notevole allarme sociale e dato luogo a un circolo vizioso. È difficile per un rom che voglia cambiare strada, magari lasciando il campo, farlo. Perché è difficile trovare un lavoro e un alloggio. Datori di lavoro e proprietari di casa sono sospettosi. Ma c’è di peggio. Chi vuole lasciare il campo o mandare i figli a scuola, a volte, è minacciato dai boss. Si sono tentate varie strade per contrastare questa situazione: separare i mansueti dai criminali, espellendo o reprimendo questi ultimi. Tuttavia, l’espulsione dei cittadini italiani rom è impossibile e, per quella dei comunitari – come ha osservato il ministro Amato – occorrono modifiche normative. Ai più disponibili sono stati offerti «patti di cittadinanza»: se mandi i bambini a scuola avrai un posto nel nuovo campo che ha dimensioni ridotte ed è ben tenuto. Sono state sperimentate offerte d’istruzione meno costrittive. Sono state offerte alternative di reddito legali: spazi nei mercati e permessi per la vendita di abiti usati e altro materiale di recupero, che gli zingari tradizionalmente raccolgono. Insomma molte soluzioni sono state tentate anche prima dei nuovi arrivi, perché il problema c’era già ed era già grosso. Alcune hanno persino funzionato.

I nuovi arrivi non aprono un problema, complicano un quadro già difficile. Al centro di quel quadro sta un nodo antico e molto duro da sciogliere. Per questa minoranza, ben di più che per la minoranza islamica, il problema non è solo l’integrazione sociale è anche e soprattutto l’integrazione culturale. Il nostro mondo a loro non piace. Dovremmo convincerli che, a comportarsi come noi, non si vive poi troppo male. Non è compito facile. Qualche volta non è facile convincere neanche noi stessi. I secchioni a mille euro al mese, la sparuta squadra di professionisti e top manager esuberanti di soldi e a secco di tempo non suscitano invidia.

È la stampa, bellezza (2)

Ne hanno parlato stamattina quotidiani, giornali radio e telegiornali: gli infortuni sul lavoro sono in calo.

Boris è andato alla fonte e vi riporta il comunicato-stampa dell’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro):

Roma, 4 ottobre 2007. Si è svolto questa mattina presso la Residenza di Ripetta a Roma, il seminario organizzato da Legacoop “Il lavoro in edilizia: sicurezza ed opportunità” che ha appunto toccato il tema della sicurezza sul lavoro nel settore delle costruzioni. [...]

“Secondo le stime provvisorie dei primi otto mesi di quest’anno – ha dichiarato il direttore generale dell’INAIL, Piero Giorgini – si sta registrando una decelerazione degli incidenti mortali, dovuta in particolare alla riduzione dei casi mortali nelle costruzioni: 150, rispetto ai 222 dello stesso periodo del 2006″.

Nei primi otto mesi del 2007 sembrano diminuire anche le morti sul lavoro in agricoltura (da 82 del 2006 a 58 del 2007) e nel settore dell’industria e servizi dove si è passati dai 778 casi dello scorso anno a 692. “Le stime finali per il 2007 – ha concluso Giorgini – si attestano su una riduzione complessiva di circa un punto-un punto e mezzo”.

“L’INAIL, seppur su dati provvisori, segnala una calo di morti sul lavoro nei primi mesi del 2007. È una notizia bellissima”, ha dichiarato il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, Cesare Damiano. “Ogni morto in meno è una vita umana salvata e questo è frutto di un impegno corale: risultato dell’autorevole monito del presidente della Repubblica, della forte azione di contrasto del lavoro nero e del Pacchetto sicurezza varato lo scorso anno, delle prime applicazioni della legge delega che ha avuto il conforto dell’opposizione, ma anche del ruolo giocato dalle parti sociali – sindacati e imprenditori del settore in primo luogo”.

Una notizia bellissima, senza dubbio. Me ne rallegro profondamente, anche se – come ho già avuto occasione di scrivere – vorrei che di morti (e di feriti) per infortunio sul lavoro non ce ne fosse neppure uno.

E però c’è qualcosa che non torna. A fine aprile i giornali avevano dato l’allarme e scrivevano che “le morti bianche sono ormai una vera e propria emergenza nazionale”. Boris aveva fatto 4 conti ed espresso qualche dubbio, sostenendo che i dati disponibili suggerivano anzi una certa diminuzione nell’anno in corso. Sono contento – va da sé – di aver avuto ragione e, se permettete, di aver avuto ragione due volte: una, perché le morti sul lavoro sono effettivamente diminuite; l’altra, perché le considerazioni che facevo sulla ricerca di sensazionalismo degli organi d’informazione mi sembrano tutte confermate.

I giornali di oggi non ricordano quello che avevano scritto meno di 6 mesi fa, quando parlavano di emergenza e avevano indotto a intervenire persino il Quirinale. Si guardano bene dal chiederci scusa per averci allarmato senza una solida documentazione, ma non per cattiveria o per sfrontatezza. I media non hanno memoria. I media vivono sul quotidiano. I media contano sul fatto che non abbiamo memoria neppure noi lettori.

Il ministro Cesare Damiano, persona fino a prova contraria rispettabilissima, cade come un farlocco nella medesima fallacia che qualche mese fa faceva gridare alla strage: una piccola fluttuazione (in quell’occasione era il concentrarsi in pochi giorni di alcuni casi particolarmente atroci, in questa un dato provvisorio che fa prevedere una diminuzione dei morti sul lavoro) induce a individuare un cambiamento di tendenza, l’inizio di una nuova era. Magari fosse così! Magari potessi condividere l’entusiasmo del ministro. In realtà, è impossibile escludere che una variazione così piccola non sia l’effetto del caso e non è corretto estrapolare una tendenza da una serie così breve. Nella migliore delle ipotesi, la proiezione in ragione d’anno dei morti sul lavoro nel 2007 ci riporterà sui livelli del 2005, dopo la lieve crescita del 2006. C’è ancora molto da fare.