Pandora

Vernant, Jean-Pierre (2006). Pandora, la prima donna (Pandora, la première femme). Torino: Einaudi. 2008.

Vernant è stato uno dei maggiori studiosi della grecità (storia, filosofia, mito). Questo libriccino è ripreso da una conferenza tenuta alla Biblioteca nazionale di Francia il 6 giugno 2005 da un Vernant ormai 91enne.

Nnostante il tema scabroso, quanto meno in tempi di femminismo (nonostante le forme da donna intatta che non ha mai generato – pàrthenos – e il fascino – charis – infusole da Atena e Afrodite, dentro di lei si celano l’indole di una cagna e il temperamento di un ladro), Vernant scrive un saggio leggero e profondo. La donna è coessenziale alla natura umana: l’uomo di differenzia dal dio e dall’animale per la condizione umana. La natura umana è definita dal nutrimento, dal fuoco e dalla morte. E in questi elementi, dal contrasto tra apparenza (bellezza) e realtà (caducità e morte): il cibo degli dei è magro ma tereno, quello degli uomini è ricco ma non nutre a lungo; il fuoco degli dei è eterno, quello dell’uomo deve essere curato e nutrito; gli dei sono eterni, gli uomini amano e si riproducono, ma muoiono.

Come sempre, Vernant coniuga miti e filosofia. E lo fa in un modo da farci rimpiangere la sua morte: come se anche lui, come un personaggio d’Esiodo, sia definito dal contrasto tra cristallina saggezza e deperibile animalità.

Da tanta bellezza non può venire alcun male.

1° luglio – Marlon Brando

È morto 4 anni fa, il 1° luglio 2004.

Voglio ricordarlo con la più controversa delle sue interpretazioni, anche se certo non la più bella: quella di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci.

Il motivo: è una pagina nera della censura e dell’oscurantismo italiano.

In Italia il film uscì nelle sale il 15 dicembre 1972, un giorno dopo l’anteprima europea (aveva debuttato il 14 ottobre 1972 a New York); la settimana seguente il film fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a sé stesso”. In seguito a questa e ad altre denunce, cominciò un iter giudiziario che portò il 29 gennaio 1976 alla sentenza della Cassazione che condannò la pellicola al rogo. Furono salvate alcune copie che oggi sono conservate presso la Cineteca Nazionale. Per il regista ci fu una sentenza definitiva per offesa al comune senso del pudore, reato per il quale venne privato per cinque anni dei diritti civili (fra cui quello di voto) e fu condannato a quattro mesi di detenzione (pena poi sospesa). Soltanto a distanza di quindici anni, nel 1987, la censura riabilitò il film, permettendone la distribuzione nelle sale (Bertolucci stesso ne aveva conservato clandestinamente una copia).

La scena che riportò qui sotto non è quella famigerata, ma astenetevi dal guardarla se pensate sia viziata da “esasperato pansessualismo fine a sé stesso”. Se invece siete adulti, appezzate come Brando sappia recitare con ironia anche una scena come questa.

Pubblicato in Recensioni. 4 Commenti »

The Strategy of Conflict – Fuck Your Buddy

Schelling, Thomas C. (1980). The Strategy of Conflict. Cambridge, MA: Harvard University. 2006.

Abbiamo già parlato di Schelling, della sua importanza e delle polemiche che scatenò l’attribuzione del Premio Nobel per l’economia del 2005.

Questo è il libro incriminato, e penso di essere in grado di darvi un’opinione di prima mano.

È un libro molto importante e innovativo, ridefinisce e amplia i termini della teoria dei giochi, introduce il concetto e gli elementi essenziali di una teoria della strategia. Come è sempre il caso di Schelling, è l’argomentazione a fare premio sulla formalizzazione matematica: senza essere un divulgatore, schelling è molto abile a passare dagli esempi semplici, che gli servono a presentare le situazioni stilizzate da cui partire, all’introduzione di casi via via più complessi e più vicini alla realtà. Alcuni esempi sono affascinanti in sé, come la riflessione su come sia possibile per due coniugi incontrarsi se si perdono in un grande magazzino, o dei paracadutisti lanciati su un isola di cui hanno soltanto una mappa.

Anche alcuni risultati teorici sono affascinati e applicabili a contesti quotidiani. Ad esempio, quello che vincolarsi a un esito non è una debolezza, ma un punto di forza in un negoziato:

The essence of these tactics is some voluntary but irreversible sacrifice of freedom of choice. They rest on the paradox that the power to constrain an adversary may depend on the power of binding oneself; that, in bargaining, weakness is often strength, freedom may be freedom to capitulate, and to burn bridges behind one may suffice to undo an opponent (p. 22).

O ancora, quando analizza i rischi inerenti nell’assunzione di decisioni in situazioni di emergenza:

The thought that generaI war might be initiated inadvertently – through some kind of accident, false alarm, or mechanical failure; through somebody’s panic, madness, or mischief; through a misapprehension of enemy intentions or a correct apprehension of the enemy’s misapprehension of ours – is not an attractive one. As a generaI rule one wants to keep such a likelihood to a minimum; and on the particular occasions when tension rises and strategie forces are put on extraordinary alert, when the incentive to react quickly is enhanced by the thought that the other side may strike first, it seems particularly important to safeguard against impetuous decision, errors of judgment, and suspicious or ambiguous modes of behavior. It seems likely that, for both human and mechanieal reasons, the probability of inadvertent war rises with a crisis.

But is not this mechanism itself a kind of deterrent threat? Suppose the Russians observe that whenever they undertake aggressive action tension rises and this country gets into a sensitive condition of readiness for quiek action. Suppose they believe what they have so frequently claimed – that an enhanced status for our retaliatory forces and for theirs may increase tbe danger of an accident or a false alarm, theirs or ours, or of some triggering in­cident, resulting in war. May they not perceive that the risk of all-out war, then, depends on their own behavior, rising when they aggress and intimidate, falling when they relax their pressure against other countries?

Notice that what rises – as far as this particular mechanism is concerned – is not the risk that the United States will decide on all-out war, but the risk that war will occur whether intended or not. Even if the Russians did not expect deliberate retaliation for the particular misbehavior they had in mind, they could still be uneasy about the possibility that their action might precipitate general war or initiate some dynamic process that could end only in massive war or massive Soviet withdrawaI. They might not be confident that we and they could altogether foretell the consequences of our actions in an emergency, and keep the situa­tion altogether under controI.

Here is a threat – if a mechanism like this exists – that we may act massively, not that we certainly will. It could be most credible. Its credibility stems from the fact that the possibility of precipitating major war in response to Soviet aggression is not limited to the possibility of our coolly deciding to attack; it there­fore extends beyond the areas and the events for which a more deliberate threat is in force. It does not depend on our preferring to launch alI-out war, or on our being committed to, in the event the Russians confront us with the fait accompli of a moderately aggressive move. The final decision is left to “chance.” It is up to the Russians to estimate how successfulIy they and we can avoid precipitating war under the circumstances (pp. 188-189).

Ecco, nella lunga citazione che precede – oltre alla briciola di saggezza troppo spesso dimenticata che l’emergenza è una cattiva consigliera (e invece quanto spesso, nelle situazioni di lavoro, l’emergenza viene creata artificialmente a fini motivazionali, dimenticando che però in quelle situazioni si prendono più spesso decisioni sbagliate) – c’è l’essenza del procedimento di Schelling e, immagino, quello che ha più irritato certi pacifisti. Schelling non ha paura di guardare nell’abisso. Lo affronta razionalmente, senza tabù e senza infingimenti. E se le conclusioni sono “scomode” da un punto di vista ideologico o preconcetto, Schelling è disposto a scartare il punto di vista piuttosto che il risultato dell’analisi razionale.

Una perdita d’innocenza? Così sembra sostenere questo bel documentario della BBC. Forse. Ma questo è il mondo in cui viviamo. Ed è meglio sapere quali rischi corriamo.

Armatevi di pazienza e guardatelo: vale la pena.

La casa dei nostri sogni

La casa dei nostri sogni (Mr. Blandings Builds His Dream House), 1948, di H. C. Potter, con Cary Grant e Myrna Loy.

Probabilmente Cary Grant riuscirebbe a dare vita anche all’elenco telefonico, come si suol dire. Ma certo questa è una commediola esile esile, che mostra tutti i suoi anni e anche la sua distanza dalle nostre ossessioni italiane in tema di casa. Sospetto che un Vanzina o un Neri Parenti ci avrebbero strappato qualche risata in più.

Comunque il cast è d’eccezione, perché oltre a Cary Grant (sempre vestito impeccabilmente, anche in vestaglia o quando sfinito si mette la cravatta a mo’ di maschera) ci sono Myrna Loy (perfetta nel ruolo della mogliettina snob, un po’ gattina, opportunisticamente insincera e forse fedifraga) e un bravissimo Melvyn Douglas. Grandi tutti i caratteristi.

Qui la lunga scena dell’ingresso nella casa nuova, che mi sembra rappresentativa di quanto ho scritto sui 3 attori principali e sui caratteristi. All’inizio la celebre sequenza della scelta dei colori.

La ragazza di Vajont

Avoledo, Tullio (2008). La ragazza di Vajont. Torino: Einaudi. 2008.

Di Avoledo abbiamo già scritto (parlando di Breve storia di lunghi tradimenti e di Tre sono le cose misteriose) che ha un’enorme capacità di catturarti fin dalle prime righe e una scrittura scorrevole e piacevolissima. Ma abbiamo anche scritto che tende a scrivere sempre la stessa storia (un complotto ai limiti della fantascienza o della fantastoria, di cui il protagonista è largamente ignaro; la confusione mentale del protagonista, che percorre un suo personale viaggio agli inferi, spesso condito di alcool; i bambini e il loro sguardo infantile ed esatto; un rapporto difficile con la compagna e una storia d’amore che ti fa deragliare dai binari del quotidiano) e che spesso alla fine ti delude un po’. Hai divorato il libro, senza riuscire ad abbandonarlo, e alla fine ti chiedi: e allora?

Tre sono le cose misteriose era in parte un’eccezione, per il tema e per il tono della scrittura.

Con La ragazza di Vajont, a mio giudizio, Avoledo ha trovato una sintesi felice e scritto un capolavoro. La scrittura è quella dell’Avoledo migliore. Il protagonista è confuso, come sempre, ma stavolta ne ha ben donde, tra infarti lavaggi del cervello e un passato difficile tanto da dimenticare quanto da ricordare. Il tema – che gioca sulle corde dell’ucronia (con ben altro afflato di Brizzi!) e dell’ergodicità – è di un’attualità spaventosa: fascismo e nazismo sono già qui, tra noi, con il consenso (pare) della maggioranza degli elettori di questo sfigato paese e nessuno si sveglia (anzi, abbiamo trovato un clima nuovo di dialogo, wow).

Non mi soffermo, per ora, sul tema politico ed etico del romanzo. Vi suggerisco soltanto di leggerlo, e in fretta.

Aggiungo che è molto bella, e triste, e matura, la lancinante storia d’amore tra il protagonista e la ragazza del titolo, di cui ignoriamo il nome: del primo, ci si suggerisce tra le righe che sia Giulio, l’alter ego dell’autore, o l’autore stesso; della seconda, l’io narrante ci dice che ha un nome per lui, ma non deve averlo per noi…

A me (ma Avoledo non sarà d’accordo, le sue colonne sonore sono in parte diverse dalle mie) la lettura del romanzo ha fatto tornare alla mente una canzone di Sting, If You Love Somebody Set Them Free (questa è una versione dal vivo, direi al concertone di Wembley per Nelson Mandela l’11 giugno 1988).

Free free set them free (8x)

If you need somebody, call my name
If you want someone, you can do the same
If you want to keep something precious
You got to lock it up and throw away the key
If you want to hold onto your possession
Don’t even think about me

If you love somebody If you love someone
If you love somebody If you love someone
Someone - set them free
Free free set them free, set them free (4x)

If it’s a mirror you want, just look into my eyes
Or a whipping boy, someone to despise
Or a prisoner in the dark
Tied up in chains you just can’t see
Or a beast in a gilded cage
That’s all some people ever want to be

If you love somebody If you love someone
If you love somebody If you love someone
Someone - set them free
Free free set them free, set them free (4x)

You can’t control an independent heart
You can’t tear the one you love apart
Forever conditioned to believe that we can’t live
We can’t live here and be happy with less
So many riches, so many souls
Everything we see that we want to possess

If you need somebody, call my name
If you want someone, you can do
You can do the same
If you want to keep something precious
You got to lock it up and throw away the key
If you want to hold onto your possession
Don’t even think about me

If you love somebody If you love someone
If you love somebody If you love someone
Someone - set them free
Free free set them free, set them free (4x)

The Road

McCarthy, Cormac (2006). The Road. London: Picador. 2007.

Scritto stupendamente. Mc Carthy è un maestro della lingua e del ritmo. Senza dubbio.

Ma tutti gli altri dubbi che avevo avuto leggendo No Country for Old Men trovano per me conferma. McCarthy racconta un’America post-apocalittica (l’inverno nucleare? la morte termodinamica dopo il riscaldamento globale?). Non cerca la verosimiglianza (e che diamine, mica scriviamo romanzi di fantascienza noi!), cerca l’assoluto del rapporto padre/figlio, l’assoluto del bene contro il male, anche (metafora insistita fino a essere banalizzata) la luce contro le tenebre. Un libro che sa di Bibbia (di Apocalisse in senso stretto) e di fondamentalismo, come già l’altro che ho letto.

Non può che venire alla mente Il vecchio e il bambino, che pure è in assoluto il brano di Radici (il capolavoro di Guccioni) che mi piace meno.

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…

L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Twilight

Meyer, Stephanie (2005). Twilight. London: Atom. 2007.

Un fenomeno editoriale. Il libro, uscito nel 2005, è tuttora all’8° posto nella classifica generale di Amazon (USA) e al 40° posto in quella britannica. Io mi ci sono imbattuto per questo: quando ho letto Firmin, spacciato per bestseller negli Stati Uniti per creare un bestseller italiano (e l’operazione è riuscita, potenza del marketing), sono andato a guardare la classifica di Amazon e mi sono imbattuto in questo romanzo (il primo di una saga). Banché la copertina me ne avesse tenuto lontano quando lo avevo visto in libreria, la curiosità ha prevalso, anche perché è una storia di vampiri e a me i vampiri, come mito, interessano (vedi il post su Miriam si sveglia a mezzanotte).

Twilight non è soltanto brutto, è fastidioso. Intanto, è un libro di genere in senso deteriore, destinato ai teenager, anzi alle teenager. Alle teenager americane, per di più, e quindi è pieno del chiacchiericcio scioccherello che abbiamo visto in decine di film: l’ultima arrivata a scuola, tutti curiosi, alcuni la corteggiano e altri la schizzano, i balli. Glurb.

Scritto per di più malissimo (aridatece la Rowling).

Mi viene la nausea anche solo a provare a parlarne. Vi basti il mio consiglio: non compratelo e non compratelo alle vostre figlie.

Il miglior amico dell’orso

Paasilinna, Arto (1995). Il miglior amico dell’orso (Rovasti Huuskosen petomainen miespalvelija). Milano: Iperborea. 2008.

Salutato con entusiasmo dalla critica (la recensione più riuscita mi è sembrata quella di Sebastiano Triulzi si Alias), a me è sembrato un romanzo un po’ esile. Nel senso che gli ingredienti non sono originali: un girovagare picaresco di un Don Chisciotte e di un Sancho Panza (che qui, però, sono un pastore protestante in crisi e un giovane orso), come occasione per ripensare all’assurdità della vita e delle sue convenzioni.

Lo humour finnico è un piacevole miscuglio di un understatement surreale e ironico e di un approccio alle funzioni corporee (sesso incluso) grasso e materialistico. Non aspettatevi un capolavoro, ma si legge con piacere.

Stella del mattino

Wu Ming 4 (2008). Stella del mattino. Torino: Einaudi. 2008.

Romanzo ambizioso, non c’è che dire. A Oxford, alla fine della Prima guerra mondiale le strade di 4 reduci d’ecczione si incrociano, insieme a quelle di alcuni personaggi minori. Sono Robert Graves, T.E Lawrence, C.S Lewis e J.R.R. Tolkien. Tutti a me cari, in un modo o nell’altro, ma sopra tutti Robert Graves.

Tutti portano dentro di sé, ancora aperte, le ferite della guerra, che ha portato via gli amici e le prospettive di una vita tranquilla da borghese dell’impero, fatta di professioni liberali, insegnamento, arte, conversazioni paludate. Tutti, soprattutto, profondamente toccati, amputati di una parte di sé oltre che delle proprie certezze, spostati fuori centro e alla ricerca di un nuovo equilibrio o di una nuova strada. Che tutti, in un modo o nell’altro, troveranno lasciandosi alle spalle il destino che sembrava preparato per loro e seguendo una strada lontana, a volte geograficamente (Graves dice Goodbye to All That e sceglie di andare in esilio a Maiorca), più spesso in un mondo parallelo (come la Narnia di Lewis o la Terra di mezzo di Tolkien). Chi si è trovato a dover compiere una scelta come questa, sa che è dura. E se ci si è trovato per una tragedia privata e individuale, sa che è ancora più dura, perché la dimensione collettiva (come quella della guerra) almeno, paradossalmente, ti fa sentire meno solo. Ma questa è tutta un’altra storia.

Poi c’è Lawrence l’enigma. L’eroe che gli altri non hanno saputo o voluto essere. Tutti ne subiscono il fascino ma intuiscono, più o meno oscuramente, che devono sapere vedere le ambiguità dell’eroe, le sue crepe, il suo lato oscuro, se vogliono fare i conti con se stessi.

Il romanzo è lento a partire. Troppi personaggi, viene da dirsi, troppa cura nell’ambientazione. Troppi aggettivi e (forse) troppe note di colore incollate ai luoghi comuni. E va da sé che scrivere – romanzare – personaggi storici è molto più difficile che creare personaggi di fantasia, non foss’altro che perché occorre fare i conti con l’immagine stereotipa che preesiste nella mente del lettore. Ma quando finalmente il romanzo decolla, vola alto, e le ultime 100 pagine sono bellissime.

Qualche omaggio.

Robert Graves

The Naked and the Nude

For me, the naked and the nude
(By lexicographers construed
As synonyms that should express
The same deficiency of dress
Or shelter) stand as wide apart
As love from lies, or truth from art.

Lovers without reproach will gaze
On bodies naked and ablaze;
The Hippocratic eye will see
In nakedness, anatomy;
And naked shines the Goddess when
She mounts her lion among men.

The nude are bold, the nude are sly
To hold each treasonable eye.
While draping by a showman’s trick
Their dishabille in rhetoric,
They grin a mock-religious grin
Of scorn at those of naked skin.

The naked, therefore, who compete
Against the nude may know defeat;
Yet when they both together tread
The briary pastures of the dead,
By Gorgons with long whips pursued,
How naked go the sometime nude!

Manticor in Arabia

(The manticors of the montaines
Mighte feed them on thy braines.–Skelton.)

Thick and scented daisies spread
Where with surface dull like lead
Arabian pools of slime invite
Manticors down from neighbouring height
To dip heads, to cool fiery blood
In oozy depths of sucking mud.
Sing then of ringstraked manticor,
Man-visaged tiger who of yore
Held whole Arabian waste in fee
With raging pride from sea to sea,
That every lesser tribe would fly
Those armed feet, that hooded eye;
Till preying on himself at last
Manticor dwindled, sank, was passed
By gryphon flocks he did disdain.
Ay, wyverns and rude dragons reign
In ancient keep of manticor
Agreed old foe can rise no more.
Only here from lakes of slime
Drinks manticor and bides due time:
Six times Fowl Phoenix in yon tree
Must mount his pyre and burn and be
Renewed again, till in such hour
As seventh Phoenix flames to power
And lifts young feathers, overnice
From scented pool of steamy spice
Shall manticor his sway restore
And rule Arabian plains once more.

T. E. Lawrence:

C. S. Lewis:

J.R.R. Tolkien:

Pubblicato in Recensioni. 1 Commento »

Firmin

Savage, Sam (2006). Firmin. Adventures of a Metropolitan Lowlife. Minneapolis: Coffee House Press. 2006.

Raggiunto un certo successo oltreoceano, da noi è stato salutato come un capolavoro (è stato la grande scoperta della recente Fiera del libro di Torino, come ci racconta La Stampa). Non lo è.

L’idea generatrice è certamente avvincente: un ratto antropomorfo ma non troppo, che non è carino come Topolino e meno che mai ne condivide il perbenismo americano; piuttosto un ratto dickensiano, un po’ hobo e un po’ maudit. Gran divoratore di libri (sia in senso letterale, sia nell’accezione metaforica), ma anche pornofilo accanito, perdigiorno, spia, perverso polimorfo (da un punto di vista rattesco, naturalmente) e persino potenzialmente incestuoso. Fin qui, tutto bene: spostati di tutto il mondo unitevi. Tutti noi bibliofili, o meglio divoratori onnivori di libri, siamo un po’ perversi e per soprammisura antisociali nel senso gucciniano del termine (qui la rara versione dell’Equipe 84).

Dove il libro mostra la corda (a parte la lingua sempre un po’ sciatta) è quando si passa dall’autobiografia del ratto al quadro sociologico della neighborhood di Scollay Square destinata alla distruzione: qui l’autore imbocca una strada nostalgica e mielosa (la vena dal duls, diceva il mio maestro Martinoli) e passa dal sano e cinico realismo a una nostalgia che sa di zucchero filato. E, dopo aver dimostrato di saper iniziare un libro con un incipit memorabile, finisce nel modo più scontato possibile.

Peccato. D’altra parte l’autore, giunto tardivamente al suo primo romanzo, pubblicato presso una piccola casa editrice, non aveva probabilmente grandi ambizioni. La sensazione è che il lancio in grande stile sia opera di Einaudi-Stile libero, alla ricerca di un caso letterario da imporci a suon di marketing (negli Stati Uniti il libro è al di sotto del 160.000° posto nella classifica dei best-seller di Amazon).

Pubblicato in Recensioni. 3 Commenti »