Sillabario dei tempi tristi

Diamanti, Ilvo (2009). Sillabario dei tempi tristi. Milano: Feltrinelli. 2009.

Ci sono cascato un’altra volta. Ho comprato il libro di un collaboratore di un giornale (quotidiano o settimanale non importa) e ho preso la consueta fregatura: il libro non è altro che la raccolta degli articoli già pubblicati. Non importa che io non li avessi letti, in questo o in altri casi (in particolare, come ho già raccontato, non compro più repubblica da quando, il 30 giugno 1992 Sebastiano Vassalli vi pubblicò l’articolo “Don Milani, che mascalzone”). Il punto è che il quotidiano e il periodico sono mezzi diversi dal libro, e che l’articolo è un genere letterario diverso dal capitolo.

Ci sono cascato perché Ilvo Diamanti è bravo e mi piace. Ma nemmeno lui può sfuggire alla regola. Il suo libro si legge, ma alla fine ti lascia con un sapore vagamente di cenere in bocca. In questo caso, in particolare, apprezzi le intuizioni, in genere molto acute, di Diamanti; ma vorresti che poi ci fosse un approfondimento, che invece non c’è perché non poteva esserci nell’articolo originale; nel libro, invece, avrebbe potuto esserci: ma Diamanti non ha scritto un (nuovo) libro, ha soltanto pubblicato una raccolta.

Aggiungo soltanto – gliel’hanno detto in molti e Diamanti mette le mani avanti nella Premessa – che sì, anch’io trovo irritante e brutto lo stile sincopato della sua scrittura “giornalistica”. E anche sinceramente manieristico in senso deteriore.

Pubblicato in Recensioni. 2 Commenti »

La morte segue i magi

Tuzzi, Hans (2009). La morte segue i magi. Torino: Bollati Boringhieri. 2009.

Un giallo colto e sui generis.

Di solito non leggo i polizieschi, ma questo – che mi ha prestato e raccomandato mia sorella – è diverso dagli altri e si legge con piacere. L’autore, dottissimo, si diverte a inzeppare di citazioni il testo, quasi un pastiche post-moderno alla Scurati.

La Milano del 1984 non è più la mia, che me ne ero andato alla fine degli anni 70 e che mi sono quindi perso la “rivoluzione” (qui le scare quotes ci stanno bene) dei paninari, dei tognoli, dei pillitteri e della Milano da bere. L’ambiente nobiliare (da me appena sfiorato) e borghese (quello sì frequentato un po’ di più) e l’ambientazione sono felicemente descritti e rappresentati (con qualche malizioso accenno d’attualità all’imperatore dei media e presidente del Milan, che qui si chiama ovviamente in un modo diverso).

Ma il giallo non regge proprio: se un lettore perspicace come me – ma non particolarmente attento né allenato cultore del genere – aveva capito tutto o quasi dalla prima comparsa dell’assassino, com’è che il brillante vicequestore Norberto Melis non ci arriva che dopo 300 pagine, e nemmeno per merito suo?

Bella la lode dell’amore coniugale (o quasi, nella fattispecie):

Ma lei, Fiorenza, se ne rese conto in quell’istante, era, al di là di ogni passeggera incomprensione, al di là di ogni screzio, al di là di ogni fertile differenza, era la sua compagna: la sua compagna. Stavano bene insieme, stava bene insieme a lei, come con nessun’altra. Era capirsi senza parole, era pensare le stesse cose delle stesse persone, era vedere il mondo da due punti di vista così vicini tra loro che si sarebbero potuti scambiare per lo stesso punto. [p. 254]

Aggiungerei soltanto: che vedere il mondo da due punti di vista vicini, ma non coincidenti, aggiunge alla nostra visione profondità e prospettiva.

L’autore, ne sono convinto, si è molto divertito a scrivere questo romanzo. E io mi sono divertito abbastanza a leggerlo.

Pubblicato in Recensioni. 3 Commenti »

Profondo nero

Lo Bianco, Giuseppe e Sandra Rizza (2009). Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine della stragi di Stato. Milano: Chiarelettere. 2009.

Il tema mi appassiona, ma (o forse proprio per questo) il libro mi ha deluso.

La tesi è abbastanza semplice e, per la verità, non del tutto nuova. Con il contagocce, inchiesta dopo inchiesta, pentito dopo pentito, rivelazione dopo rivelazione, abbiamo avuto una ragionevole certezza politico-culturale (per parafrasare Pasolini), anche se non giudiziaria, che Mattei è stato ucciso dalla mafia su incarico dei poteri forti del nostro Paese (non senza qualche aiutino degli amerikani) perché dava fastidio, e poi De Mauro è stato ucciso (stessi esecutori, stessi mandanti) perché aveva scoperto di Mattei (di questo la famiglia De Mauro e Boris Giuliano furono convinti dall’inizio), e poi Pasolini fu ucciso (come sopra) perché aveva capito tutto. Aleggiano su tutto e tutti le ombre inquietanti di Vito Guarrasi ed Eugenio Cefis.

Il problema è tutto qui: tutti quelli che avevano capito e sospettato avevano visto giusto, ma non avevano le prove. Le prove, ahimè, non le hanno neppure gli autori di questo libro e le fonti che citano. Il risultato, temo, è che le loro argomentazioni risultano convincenti per chi già la pensava così, e irrilevanti per gli altri. Un problema frequente, tra gli autori di Chiarelettere.

Alcune osservazioni:

  • trovo irritante costruire il libro sulla parafrasi degli atti giudiziari o di altre fonti giornalistiche, e poi citarle in nota per esteso, facendo capire al lettore che non si è nemmeno fatto lo sforzo o la scelta di cambiare le parole;
  • ho trovato anche molto fastidioso il tentativo di introdurre una suspense che non c’è, come se dovessimo scoprire il ruolo di Cefis soltanto nelle ultime pagine (Razza padrona è del 1974): troppi emuli di Lucarelli;
  • non è vero che Petrolio di Pasolini sia stato letto soltanto come un’opera letteraria e non di denuncia: io l’ho letto quando uscì (anche) come opera di denuncia, non perché sono particolarmente sveglio, ma perché non lo si può leggere altrimenti;
  • che uno che si chiama Lo Bianco intitoli il suo libro Profondo nero mi pare cromaticamente inappropriato e calcisticamente troppo juventino.

Dave Matthews Band – 5 luglio 2009

Recensisco tardivamente qualche concerto estivo.

DMB è una band di culto, come i Grateful Dead, tanto per capirsi. In comune con loro ha anche il fatto di essere fortemente basata sull’improvvisazione (una jam band) e di avere l’abitudine di fare concerti lunghissimi, spesso in serie di 2-3 giorni (molte delle loro esibizioni dal vivo sono documentate su CD). Ma le similitudini, direi finiscono qui. Per chi vuole saperne di più suggerisco le voci di Wikipedia (su Dave Matthews, sulla band e sulla discografia). La DMB ha anche un sito ufficiale.

Io non sono un fan puro e duro, ma la loro musica mi piace molto e ho una vera adorazione per quella che considero la canzone-capolavoro di Dave Matthews, Two Step.

Non erano mai venuti in Italia, non so bene perché. A un certo punto è circolata una petizione sul web e il concerto del 5 luglio a Lucca è il risultato, mi piace pensare, della petizione: un concerto 2.0!

Il biglietto del concerto costava 36 € (e non me ne lamento: ritengo giusto retribuire gli artisti per le loro performance dal vivo, un po’ meno giusto retribuire le case discografiche perché mettono la musica su un supporto fisico) + 4 € di prevendita (ma perché in aereo e in treno prima prenoti e meno paghi, e per gli spettacoli dal vivo succede il contrario?) + 4,80 € di “servizi” forniti da TicketOne incluso il 20% di IVA (ma perché in aereo e in treno se fai biglietto e check-in online paghi di meno, e per gli spettacoli dal vivo succede il contrario?). Insomma, alla fine quasi 45 € per un concerto in una piazza di Lucca. Senza posti numerati: che non vuol dire, come potreste immaginare e come succede in altre occasioni, che c’erano delle sedie e che chi arrivava si sedeva dove capitava, ma che i posti erano rigorosamente in piedi (all’ultimo momento avevano messo in vendita dei posti numerati: erano direi a occhio 40 seggiolette blu su una pedana transennata, nemmeno tutti pieni e guardati a vista da una muta di energumeni, che spero siano costati agli organizzatori più del ricavato dei biglietti speciali, che costavano il doppio dei nostri).

Serata calda, spalti gremiti, avrebbe detto Sandro Ciotti. Lunga attesa, come di consueto, tra l’apertura dei cancelli e l’inizio del concerto. Che viene preceduto dall’esibizione di una mezzoretta di tal Iuri (o Juri o Jury), vincitore di XFactor: il quale ha almeno l’umiltà di dire che con DMB non c’entra niente e che si colloca a un livello musicale certamente molto più basso. Il che non gli evita incitamenti tipo “Mo’ vedi d’andattene!”

La DMB esce verso le 9:15 e suona quasi 3 ore senza tregua (174 per l’esattezza: il tutto è documentato qui e qui, tracklist inclusa).

Tra le tante belle cose di DMB, dopo Two Step forse la mia preferita è Ants Marching. Qui nel famoso concerto al Central Park.

He wakes up in the morning.
Does his teeth, bite to eat and he’s rolling
Never changes a thing.
The week ends, the week begins.

She thinks, we look at each other
Wondering what the other is thinking,
But we never say a thing.
And these crimes between us grow deeper.

Take these chances
Place them in a box until a quieter time.
Lights down, you up and die.

Goes to visit his mommy
She feeds him well, his concerns
He forgets them.
And remembers being small
Playing under the table and dreaming…

Take these chances
Place them in a box until a quieter time
Lights down, you up and die.

Driving along this highway
All these cars and up on the sidewalk
People in every direction
No words exchanged,
No time to exchange when
All the little ants are marching.
Red and black antennae waving.
They all do it the same
They all do it the same way,
Candyman tempting the thoughts of a
Sweet tooth tortured by weight loss programs
cutting the corners, there’s a
Loose end, loose end, cut cut
On the fence, try not to offend.
Cut cut, cut cut.

Take these chances
Place them in a box until a quieter time.
Lights down, you up and die.

Lights down, you up and die.

Matter – Iain M. Banks

Banks, Iain M. (2008). Matter. London: Orbit. 2009.

Succede abbastanza spesso, nella mia esperienza: scopri un autore, è amore a prima vista. Leggi un secondo libro, delusione. Mi è successo anche per Banks: The Algebraist mi aveva entusiasmato, questo non mi è dispiaciuto ma l’ho trovato meno bello, meno nuovo, meno ricco. Certo, qualche attenuante c’è: Matter è parte di un ciclo di romanzi, The Culture, che si svolge in un universo futuro in cui convivono civilizzazioni molto più avanzate della nostra provinciale Terra quanto a etica e tecnologia e tutti gli altri possibili tipi e gradi di civiltà umane e aliene. Non è in genere raccomandabile cominciare un ciclo (anche se questo non è propriamente un ciclo) dalla sua ultima puntata (o incarnazione o manifestazione). Ma tant’è, ho trasgredito una regola e, dirà qualcuno, adesso non ho il diritto di lamentarmi.

Naturalmente, la convivenza di civiltà galattiche avanzate e di culture planetarie arretrate è in sé un meccanismo narrativo che offre possibilità combinatorie pressoché infinite e quel vecchio marpione di Banks lo sa, e gioca bene le sue carte e i suoi registri spaziando dalla space opera al conte philosophique con un’onnipresente e gradevole ironia.

È particolarmente interessante che Banks continui – assumendo questa volta un punto di vista quasi diametralmente opposto – la sua riflessione sull’ipotesi di Bostrom (Are You Living in a Computer Simulation?) che la realtà sia una simulazione.

“You know there is a theory,” Hyrlis said quietly, walking amongst the gently glowing coffin-beds, Ferbin and Holse at his rear, the four dark-dressed guards somewhere nearby, unseen, “that all that we experience as reality is just a simulation, a kind of hallucination that has been imposed upon us.”

Ferbin said nothing.

Holse assumed that Hyrlis was addressing them rather than his demons or whatever they were, so said, “We have a sect back home with a roughly similar point of view, sir.”

“It’s a not uncommon position,” Hyrlis said. He nodded at the unconscious bodies all around them. “These sleep, and have dreams inflicted upon them, for various reasons. They will believe, while they dream, that the dream is reality. We know it is not, but how can we know that our own reality is the last, the final one? How do we know there is not a still greater reality external to our own into which we might awake?”

“Still,” Holse said. “What’s a chap to do, eh, sir? Life needs living, no matter what our station in it.”

“It does. But thinking of these things affects how we live that life. There are those who hold that, statistically, we must live in a simulation; the chances are too extreme for this not to be true.

“There are always people who can convince themselves of near enough anything, seems to me, sir,” Holse said.

“I believe them to be wrong in any case,” Hyrlis said.

“You have been thinking on this, I take it then?” asked Ferbin. He meant to sound arch.

“I have, prince,” Hyrlis said, continuing to lead them through the host of sleeping injured. “And I base my argument on morality.”

“Do you now?” Ferbin said. He did not need to affect disdain.

Hyrlis nodded. “If we assume that all we have been told is as real as what we ourselves experience – in other words, that history, with all its torturings, massacres and genocides, is true – then, if it is all somehow under the control of somebody or some thing, must not those running that simulation be monsters? How utterly devoid of decency, pity and compassion would they have to be to allow this to happen, and keep on happening under their explicit control? Because so much of history is precisely this, gentlemen.”

They had approached the edge of the huge space, where slanted, down-looking windows allowed a view of the pocked landscape beneath. Hyrlis swept his arm to indicate both the bodies in their coffin-beds and the patchily glowing land below.

“War, famine, disease, genocide. Death, in a million different forms, often painful and protracted for the poor individual wretches involved. What god would so arrange the universe to predispose its creations to experience such suffering, or be the cause of it in others? What master of simulations or arbitrator of a game would set up the initial conditions to the same piti­less effect? God or programmer, the charge would be the same: that of near-infinitely sadistic cruelty; deliberate, premeditated barbarism on an unspeakably horrific scale. “

Hyrlis looked expectantly at them. “You see?” he said. “By this reasoning we must, after all, be at the most base level of reality – or at the most exalted, however one wishes to look at it. Just as reality can blithely exhibit the most absurd coinci­dences that no credible fiction could convince us of, so only reality – produced, ultimately, by matter in the raw – can be so unthinkingly cruel. Nothing able to think, nothing able to comprehend culpability, justice or morality could encompass such purposefully invoked savagery without representing the absolute definition of evil. It is that unthinkingness that saves us. And condemns us, too, of course; we are as a result our own moral agents, and there is no escape from that responsibility, no appeal to a higher power that might be said to have artifi­cially constrained or directed us.”

Hyrlis rapped on the clear material separating them from the view of the dark battlefield. “We are information, gentlemen; all living things are. However, we are lucky enough to be encoded in matter itself, not running in some abstracted system as patterns of particles or standing waves of probability.”

Holse had been thinking about this. “Of course, sir, your god could just be a bastard,” he suggested. “Or these simulationeers, if it’s them responsible.”

“That is possible,” Hyrlis said, a smile fading. “Those above and beyond us might indeed be evil personified. But it is a stand­point of some despair.” [pp. 338-340]

***

The morning after he’d taken them to the great airship full of the wounded, Hyrlis summoned them to a hemispherical chamber perhaps twenty metres in diameter where an enormous map of what looked like nearly half of the planet was displayed, showing what appeared to be a single vast continent punctu­ated by a dozen or so small seas fed by short rivers running from jagged mountain ranges. The map bulged towards the unseen ceiling like a vast balloon lit from inside by hundreds of colours and tens of thousands of tiny glittering symbols, some gathered together in groups large and small, others strung out in speckled lines and yet more scattered individually.

Hyrlis looked down on this vast display from a wide balcony halfway up the wall, talking quietly with a dozen or so uniformed human figures who responded in even more hushed tones. As they murmured away, the map itself changed, rotating and tipping to bring different parts of the landscape to the fore and moving various collections of the glittering symbols about, often developing quite different patterns and then halting while Hyrlis and the other men huddled and conferred, before returning to its earlier configuration.

[…]

The display halted, then flickered, showing various end-patterns in succession. Hyrlis shook his head and waved one arm. The great round map flicked back to its starting state again and there was much sighing and stretching amongst the uniformed advisers or generals clustered around him.

Holse nodded at the map. “All this, sir. Is it a game?”

Hyrlis smiled, still looking at the great glowing bubble of the display. “Yes,” he said. “It’s all a game.”

“Does it start from what you might call reality, though?” Holse asked, stepping close to the balcony’s edge, obviously fascinated, his face lit by the great glowing hemisphere. Ferbin said nothing. He had given up trying to get his servant to be more discreet.

“From what we call reality, as far as we know it, yes,” Hyrlis said. He turned to look at Holse. “Then we use it to try out possible dispositions, promising strategies and various tactics, looking for those that offer the best results, assuming the enemy acts and reacts as we predict.”

“And will they be doing the same thing as regards you?”

“Undoubtably.”

“Might you not simply play the game against each other then, sir?” Holse suggested cheerily. “Dispensing with all the actual slaughtering and maiming and destruction and desolating and such like? Like in the old days, when two great armies met and, counting themselves about equal, called up champions, one from each, their individual combat counting by earlier agreement as determining the whole result, so sending many a frightened soldier safely back to his farm and loved ones.”

Hyrlis laughed. The sound was obviously as startling and unusual to the generals and advisers on the balcony as it was to Ferbin and Holse. “I’d play if they would!” Hyrlis said. “And accept the verdict gladly regardless.” He smiled at Ferbin, then to Holse said, “But no matter whether we are all in a still greater game, this one here before us is at a cruder grain than that which it models. Entire battles, and sometimes therefore wars, can hinge on a jammed gun, a failed battery, a single shell being dud or an individual soldier suddenly turning and running, or throwing himself on a grenade.”

Hyrlis shook his head. “That cannot be fully modelled, not reliably, not consistently. That you need to play out in reality, or the most detailed simulation you have available, which is effectively the same thing.”

Holse smiled sadly. “Matter, eh, sir?”

“Matter.” Hyrlis nodded. “And anyway, where would be the fun in just playing a game? Our hosts could do that themselves. No. They need us to play out the greater result. Nothing élse will do. We ought to feel privileged to be so valuable, so irre­placeable. We may all be mere particles, but we are each fundamental!” [pp. 346-348]

***

A strange thing had happened to Choubris Holse. He had become interested in what was, if he understood such matters rightly, not a million strides away from being philos­ophy. Given Ferbin’s unrestrainedly expressed views on that subject, this felt tantamount to treason.

It had started with the games that they had both been playing on the Nariscene ship Hence the Fortress to pass the time […].

There were even more realistically fashioned diversions available, games in which you really did seem to be awake and moving physically around, talking and walking and fighting and everything else (though not peeing or shitting – Holse had felt he had to ask), but those sounded daunting and overly alien to both men, as well as unpleasantly close to some of the disturbing stuff Xide Hyrlis had been bending their ears about back on the disputed, burned husk that was Bulthmaas.

The ship had advised them on which games they would find most rewarding and they’d ended up playing those whose pretended worlds were not all that different from the real one they’d left behind on Sursamen; war games of strategy and tactics, connivance and daring.

[…]

Which was how he came to be interested in the idea that all reality might indeed be a game, most specifically as this concept related to the Infinite Worlds theory, which held that all possible things had already happened, or were happening now, all together.

This alleged that life was very like a game or simulation where every possible course and outcome has already been played out, noted down and drawn up, as though on an enormous map, with the beginning of the game – before a piece has been moved or a move has been made – in the centre, and every single possible end state arranged along the outer fringe of this implau­sibly stupendous chart. By this comparison, all that one does in mapping out the course of one particular game is trace a path from that central Beginning of things out through more and more branches, chances and possibilities, to one of the near infinitude of Ends at the periphery.

And there you were; the further likeness being drawn here, unless Holse had it completely arse-before-cock, was that which held; As Game, So Life. And indeed, As Game, So Entire History Of Whole Universe, Bar Nothing And Nobody.

Everything had already happened, and in every single possible way, too. Not only had everything that had already happened happened, everything that was going to happen had already happened. And not only that: everything that was going to happen had already happened in every single possible way that it possibly could.

So if, say, he played a game of cards with Ferbin, for money, then there was a course, a line, a way through this already written, previously happened universe of possibilities which led to the outcome that involved him losing everything to Ferbin, or Ferbin losing everything to him, including Ferbin suffering a fit of madness and betting and losing his entire fortune and inheritance to his servant – ha! There were universe-lines where he’d kill Ferbin over the disputed card game, and others wherein Ferbin would kill him; indeed there were tracks that led to everything that could be imagined, and everything that would never be imagined by anybody but was still somehow possible.

It seemed at first glance like utter madness, yet it also, when one thought about it, appeared somehow no less implausible than any other explanation of how things truly were, and it had a sort of completeness about it that stifled argument. Assuming that every branching fork on the universe map was taken randomly, all would still somehow be well; the likely things would always outnumber the unlikely and vastly outnumber the ludicrous, so as a rule things would happen much as one expected, with the occasional surprise and the very rare moment of utter incredulity.

Pretty much as life generally was, in other words, in his expe­rience. This was at once oddly satisfactory, mildly disappointing and strangely reassuring to Holse; fate was as fate was, and that was it.

He immediately wondered how you could cheat. [pp. 385-387]

OK, scusate le lunghe citazioni, ma mi sembra di avervi dato così un’idea del sottofondo filosofico del libro (altro che Matrix!), della maestria e dell’ironia di Banks (Choubris Holse è il personaggio più simpatico del libro, un geniale Sancho Panza interstellare) e, per soprammercato, del perché il romanzo sia intitolato Matter.

Chiudo, giusto per divertimento, con due fulminanti dialoghi.

“That is absurd,” he said.
“Nevertheless,” Hyrlis said casually [...] [p. 345]

“You blush? Do you blush? Can you? [...]“
“[...] Of course I blush not. I translate. I speak to you and in your idiom [...]. All is translation. How could it be otherwise?” [p. 514]

Harry Potter e il principe mezzosangue

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince), 2009, di David Yates, con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Helena Bonham-Carter, Alan Rickman e Maggie Smith (lo ammetto, ho messo solo i miei preferiti).

Tra i temi principali di questa sesta puntata del ciclo di Harry Potter (purtroppo ormai il film ha 4 anni di ritardo sull’uscita e la lettura del romanzo, così noi lettori compulsivi e attempati nel frattempo ci siamo dimenticati un bel po’ di cose, complice anche una certa serialità degli episodi) c’è il vomito. Ed è su questo aspetto che mi concentrerò: siete avvertiti e dunque i più schizzinosi si astengano dal proseguire.

Cominciamo quando, insieme ad Albus Dumbledore, Harry si materializza la prima volta (tutte le citazioni che seguono sono tratte da IMDb):

Albus Dumbledore: Take my arm.
[apparates]
Albus Dumbledore: That was fun. Most people vomit their first time.

Notate che nel libro non si parla di vomito, ma Harry si limita a osservare che preferisce le scope come mezzo di trasporto (p. 60 dell’edizione originale inglese).

Più tardi, all’esclusiva cena pre-natalizia di Slughorn, per liberarsi di Cormac McLaggen, che ha invitato per far ingelosire Ron, Hermione gli propina un salatino al sangue di drago (o qualcosa del genere) e il malcapitato Cormac vomita sulle scarpe di Severus Snape, beccandosi un mese di punizione:

[after Cormac threw up on Snape's shoes]
Severus Snape: That’s a month of detention.

Nel libro, Hermione si limita a svignarsela (p. 298: She moved so fast it was as though she had Disapparated; one moment she was there, the next she had squeezed between two guffawing witches and vanished).

La terza volta è dopo che Hermione scopre Ron appartato con Lavender:

Hermione Granger: [after she sees Ron and Lavender making out] Excuse me, I have to go vomit.

Anche questa scena, se non mi sbaglio, è diversa nel libro (p. 280: I’m sick of Ron at the moment).

Insomma, mi sembra non ci sia dubbio che il regista David Yates e lo sceneggiatore Steve Kloves insistano sulla corda del disgusto come espressione della disapprovazione morale. Tesi in cui non sono isolati, dal momento che è cara anche a Marc D. Hauser (The Moral Mind – che recensirò tra qualche settimana):

If empathy is the emotion most likely to cause us to approach others, disgust is the emotion most likely to cause us to flee. Unlike all other emotions, disgust is associated with exquisitely vivid triggers, perceptual devices for detection, and facial contortions. It is also the most powerful emotion against sin, especially in the domains of food and sex.
[...]
Humans with no pathology experience disgust in response to food, sexual behaviors, body deformities, contact with death and disease, and body products such as feces, vomit, and urine [...]. Although there are cross-cultural and age differences in the conditions eliciting disgust, the facial expression – typically a wrinkling of the nose, gaping of the mouth and retraction of the upper lip – is highly recognizable and unique to our species. Together, these observations indicate that disgust emerges from a biological substrate that may be both unique to our species and unique among the emotions we experience.
Darwin defined disgust as “something revolting, primarily in relation to the sense of taste, as actually perceived or vividly imagined; and secondarily to anything which causes a similar feeling, through the sense of smell, touch and even eyesight.” Over a hundred years later, the psychologist Paul Rozin refined Darwin’s intuition, suggesting that there are different kind of disgust, with core disgust focused on oral ingestion and contamination: “Revulsion at the prospect of [oral] incorporation of an offensive object. The offensive objects are contaminants; that is, if they only briefly contact an acceptable food, they tend to render the food unacceptable.” What makes Rozin’s view especially interesting is that many of the things that elicit disgust are not only stomach-churning but morally repugnant. Thus, once we leave core disgust, we enter into a conception of the emotion that is symbolic, attaching itself to objects, people, or behaviors that are immoral. People who consume certain things or violate particolar social norms are, in some sense, disgusting. [pp. 213-214]

Quello che è curioso è che partecipi di questa associazione al disgusto l’amore romantico, quanto meno nel film. C’è una scena, veramente buffa, in cui Ron Weasley subisce gli effetti di una pozione d’amore, l’Amorttentia. Ci era stato spiegato, a lezione, che “Amortentia doesn’t really create love, of course. It is impossible to manufacture or imitate love. No, this will simply cause a powerful infatuation or obsession. [...] When you have seen as much of life as I have, you will not underestimate the power of obsessive love …” (p. 177). E infatti, dapprima l’amore di Ron si riversa su Romilda Vane (che aveva confezionato la pozione), ma ben presto diventa ecumenico, non fa più distinzione di sesso e si rivolge persino agli oggetti inanimati.

In questo modo, J.K. Rowling prende le distanze dall’amore romantico. Anzi, suggerisce il rigetto dell’amore romantico, che per lei non è amore genuino ma infatuazione e ossessione. Nella tradizione romantica, invece, anche l’amore che scatta dalla scintilla di una pozione può essere amore reale, anzi l’unico vero amore, e la pozione è uno strumento del destino. Ne portano testimonianza i più grandi e disperati amanti della storia della musica, Tristano e Isotta (ne ho parlato molte volte, qui, qui, qui e anche qui).

Sui personaggi della saga di Harry Potter si abbatte invece il Liebesverbot di J.K. Rowling. E qui mi butto in un’interpretazione un po’ spericolata.

Harry e Hermione, in particolare, non si possono amare anche se sembrano fatti, a prima vista, l’uno per l’altra. E sembrano fatti l’uno per l’altra perché sono molto simili, quasi eguali: maghi dotati, i migliori del loro corso, entrambi predestinati. Eguali quintessenzialmente, al di là delle differenze superficiali. E proprio per questo non possono amarsi, per il tabù che vieta i rapporti tra consanguinei.

Vi faccio notare che l’identità di Harry e Hermione è rivelata dall’assonanza del loro stesso nome: sono la parte maschile e femminile di una stessa identica persona, come nel mito platonico del Convivio.

Certo, potreste obiettare, è tutto molto più banale: J.K. Rowling ha un problema narratologico. Alla fine della saga deve fare sposare tra loro i personaggi principali, e l’unica soluzione ammissibile è che Harry sposi Ginny e che Hermione sposi Ron. Ogni altra possibile combinazione è inammissibile. Va esclusa la doppia coppia omosessuale (Harry-Ron e Hermione-Ginny): è pur sempre narrativa (anche) per ragazzi. La coppia Ron-Ginny sarebbe incestuosa: questo, anzi, è un altro indizio che anche la coppia Harry-Hermione, che vi si rispecchia, sarebbe “incestuosa”. Di qui il continuo ritornare, nel film, delle tematiche del vomito e del disgusto.  Se è ripugnante l’accoppiamento tra fratello e sorella, è mostruoso quello tra eguali di sesso opposto.

J.K. Rowling si allontana dunque, e molto, dalla tradizione platonica (o quanto meno dalla sua vulgata “romantica”, perché ho seri dubbi che Platone volesse veramente proporre una teoria dell’amore così bislacca, che fa dire da un comico!). L’amore nasce dalla diversità, dal riconoscimento della diversità. Cercarlo nell’identità e nell’assimilazione è una perversione, ed è perciò ripugnante. L’orrore. Come accade per le storie di vampiri, di cui ho già parlato soprattutto qui, ma anche qui e qui.

Educazione siberiana: ma anche …

Dopo che ho letto e recensito il romanzo in questione, altri ne hanno parlato, mettendo in dubbio che l’autore abbia raccontato una storia reale. Naturalmente, questo non cambia niente: la qualità del romanzo e il mio giudizio restano invariati. Anzi, se possibile, la mia ammirazione per l’autore aumenta. Ma penso sia giusto tenervi informati.

Ecco i due articoli. Il primo è uscito su La stampa del 23 giugno 2009.

Il libro

Fantasie siberiane

Indagine su un libro culto della mafia post sovietica. Sembrava tutto vero

ANNA ZAFESOVA

Scusi, da che parte si trova Fiume Basso? La mitica roccaforte degli Urca siberiani descritta da Nicolai Lilin nel suo Educazione siberiana (Einaudi) come la terra dove ha imparato il codice d’onore criminale, crescendo tra coltelli, pistole, icone e tatuaggi? Gli abitanti di Bendery scrollano le spalle, poi suggeriscono di allontanarsi dal centro per un paio di isolati, nel «settore privato», come nella provincia ex sovietica si chiamano i quartieri di casette quasi rurali a uno-due piani, con orto e giardino. Ma è il quartiere dei siberiani? Denis Poronok è perplesso: «Chi sono? Mai sentiti».

Questa è la Transnistria, che nell’immaginario del lettore italiano si colloca a metà tra Corleone e Macondo. Una scheggia dell’impero sovietico tra l’Ucraina e la Moldova, che vive dal 1990 in un limbo giuridico e politico: falce e martello nella bandiera, guarda a Mosca, ma formalmente resta parte della Moldova, anche se si comporta con indipendenza. La Siberia è lontana migliaia di chilometri, ma è qui che è nato il fenomeno letterario della stagione: la storia dell’adolescenza di Nicolai e della sua «famiglia» siberiana che animava una resistenza al regime con le armi in mano. Una storia descritta nei particolari, nomi, luoghi, circostanze, usi e costumi. Tra i russi che hanno avuto modo di leggerla, la mitologia siberiana ha suscitato irritazione e perplessità. «La nostra è una città multietnica, russi, ucraini, moldavi, la zarina Caterina aveva mandato coloni tedeschi ed era numerosa la comunità ebraica. Ma i siberiani non si sono mai visti», dice Denis, fotografo e cameramen della tv locale.

Una perplessità normale per i russi, per i quali i siberiani non sono un’entità separata, ma al massimo quei 36 milioni che abitano i 13 milioni di chilometri quadrati (tre volte l’Ue) dagli Urali al Pacifico, composti da galeotti e scienziati, cacciatori indigeni e ingegneri dei pozzi petroliferi. Secondo Lilin, gli Urca sarebbero una minoranza etnica «discendente degli antichi Efei» che viveva di caccia e rapina e che dalla Siberia venne deportata in Transnistria negli anni ‘30, quando era parte della Romania (sarebbe stata annessa all’Urss nel 1940, nella spartizione dell’Europa tra Stalin e Hitler). Così i comunisti avrebbero popolato «l’impero romeno», come lo chiama lo scrittore, di criminali russi sconfiggendo le cosche locali. «Assurdo», ride Pavel Polian, storico russo che da 25 anni studia le deportazioni di comunismo e nazismo: «Si deportava in Siberia, ma non dalla Siberia, meno che mai in Moldova. E gli Efei non sono mai esistiti».

Anche degli Urca i dizionari etnografici non portano traccia. In compenso, vengono citati già nel 1908 nel vocabolario del gergo criminale di Trakhtenberg: urka, o urkagan, criminali di professione, ladri, bari, rapinatori. Una parola antica, un esercito criminale che dalle pagine di Solzhenitsyn, Shalamov e Herling appare dotato di una ferocia disumana, usato nel Gulag contro i detenuti politici. Oggi i loro eredi preferiscono chiamarsi «vory», ladri. La «famiglia» di Lilin potrebbe essere una scheggia di quel mondo? «Non ho mai sentito parlare di una mafia siberiana separata con quelle tradizioni», dice Federico Varese, professore di criminologia a Oxford e uno dei massimi esperti di mafia russa. E l’arte segreta dei tatuaggi? «Fa parte della subcultura dei “vory”, con particolare enfasi sulle madonne, negli Urali esistono cosche “blu”, dal colore dell’inchiostro sulla pelle», dice Mark Galeotti, professore alla New York University che studia la criminalità postsovietica. «Ma sono comuni a tutti i criminali russi».

Secondo Lilin l’esistenza stessa degli Urca era un segreto del regime. Una comunità quasi estinta, che aveva lasciato un segno profondo, vincendo da sola la guerra del 1992, quando la Moldova in preda a bollenti spiriti postsovietici ha invaso la provincia separatista. In Educazione siberiana si narra del trionfo dei «siberiani», riusciti a far esplodere uno dei due cinema di Bendery pieno di militari. Marian Bozhesku, ricercatore ucraino autore di Transnistria 1989-1992, lo studio più esaustivo sul conflitto, dice di non averne mai sentito parlare. «Per noi il ricordo della guerra è ancora vivissimo, abbiamo combattuto disperatamente, dire che sono stati i criminali a vincerla è ridicolo», s’indigna Denis Poronok, che ha la stessa età di Lilin, 31 anni, e contesta la «versione di Nicolai»: «Il cinema esploso è una fiaba, e nel ‘92 a Bendery c’erano quattro sale, non due».

La Macondo dei siberiani moldavi si sgretola così, un mondo dove geografia e storia diventano fiction. Resta la storia di un ragazzo cresciuto in periferia tra gang e degrado. Una biografia nella quale molti russi si riconoscerebbero. Ma Bendery è una città piccola, 80 mila abitanti dove tutti si conoscono. Conoscono anche Nicolai (anche se all’epoca portava un altro cognome), si ricordano i suoi genitori e il nonno Boris, «grande persona, ha lavorato fino all’ultimo», dice un coetaneo dello scrittore. Si frequentavano quando erano ventenni, è stato anche a casa sua: «Non c’erano icone, né armi, nessun oggetto “siberiano”. Lui era uno curioso, leggeva molto». Nulla di criminale? «Mai sentito che fosse stato in galera, anzi si diceva che a un certo punto si fosse arruolato nella polizia». L’ha rivisto quando Nicolai è tornato a casa, l’anno scorso, accompagnato da un italiano che presentava come produttore tv: «Voleva girare un film sulla Transnistria, diceva che in Italia ne hanno l’idea sbagliata di un luogo orribile, voleva mostrare che siamo gente normale, certo non stiamo benissimo, ma nemmeno così male. Gli avevo presentato artisti, intellettuali, giornalisti». Tra i quali anche Denis: «Mi aveva invitato in Italia a fare una mostra fotografica. Ora che ci penso, se ci fossi andato mi avrebbe spacciato per un Urca siberiano, tanto non avrei capito nulla».

© Sergei Vasiliev (http://www.artknowledgenews.com/Russian_Criminal_Tattoo_Bodies_as_Text.html)

© Sergei Vasiliev (http://www.artknowledgenews.com/Russian_Criminal_Tattoo_Bodies_as_Text.html)

Il secondo è uscito su Alias, supplemento culturale de il manifesto, il 1° agosto 2009 (n. 31, p. 8).

Bersagli

Siberia

Nicolai Lilin: armi e icone a Fiume basso

di Massimo Maurizio

Educazione siberiana (Einaudi, pp. 348, € 20,00) è un romanzo che non passa inosservato: fin dal suo apparire ha suscitato accese discussioni, provocate prima di tutto dal messaggio che comunica e dai dubbi sulla veridicità della storia (vedi, ad esempio, A. Zafesova, «Fantasie siberiane», La Stampa, 23.06.2009). La prima opera di Nicolai Lilin (1980) è un’autobiografia dell’autore, nato e cresciuto a Bender (Tighina), città nella zona cuscinetto creata dopo la guerra del 1992 tra la Transnistria e la Moldavia. Transnistria, dunque, in romeno e italiano, ma Prednistov’e (Cisnistria) in russo. Due prospettive differenti per denotare la stessa realtà geografica: «trans-» e «cis-», prospettive, quella russa e occidentale, opposte, come la volontà di conferire un riconoscimento giuridico a questa lingua di terra tra Moldavia e Ucraina. La Transnistria è conosciuta per lo più per il fascino macabro che emana la sua disgraziata situazione di ultimo stato sovietico d’Europa e crocevia per traffici di armi, droga e organi. Ma non è tutto qui. Lilin racconta la vita a Fiume basso, il suo quartiere nativo; la comunità in cui è nato e cresciuto è formata da «criminali onesti» che seguono un codice d’onore ferreo e che conducono una vita quasi ascetica, con l’unica concessione di possedere icone e armi a volontà. Una comunità criminale discendente del popolo Urka e insorta contro il regime zarista e quello sovietico, originaria della Siberia e vittima, negli anni trenta, del trasferimento forzato di popolazioni voluto da Stalin. Il romanzo, ricco di storie e leggende Urka, racconta la vita di un ragazzo nato e cresciuto in un contesto da cui è difficile affrancarsi, psicologicamente prima di tutto; narra della sua vita di risse e violenza, forse l’unica possibile in quello specifico humus storico- sociale. L’educazione del titolo è quella impartita dai vecchi, dalla famiglia allargata della comunità, fondata su una visione della vita autonoma e anarchica rispetto a qualunque sistema di potere. I valori e i consigli dei genitori ai giovani sembrano quelli «tradizionali » (rispetto degli anziani e dei deboli, essere educato, stare lontani dalle compagnie sbagliate), ma si radicano in un contesto in cui la società civile è totalmente assente, in un mondo privo di strutture sociali cui appellarsi; in questo senso, al di là della veridicità storica e fattuale, il racconto di Lilin potrebbe essere ambientato in buona parte della provincia russa di oggi. Educazione siberiana è di fatto una rivisitazione, una reinterpretazione della vita russa tradizionale, adattata al contesto di Bender; l’autore indugia con piacere su realija della vita quotidiana e del mondo criminale, arricchendoli con commenti e digressioni personali; questo è certamente un fattore di grande interesse per un romanzo con velleità di studio antropologico. La lingua è talvolta rozza, imprecisa, ma viva e avvincente, e questo, forse, proprio in virtù della ruvidezza che le è congenita e che il lavoro certosino di un correttore avrebbe probabilmente appiattito e neutralizzato.

Damp Squid

Butterfield, Jeremy (2008). A Damp Squid: The English Language Laid Bare. New York: Oxford University Press. 2008.

Un agile libretto, di piacevolissima lettura, che mi sono divorato il giorno stesso che mi è arrivato da Amazon (complice un’indisposizione che mi ha tenuto a casa un giorno – che ho preso di ferie, ne tenga nota Brunetta).

In realtà, sotto l’apparenza del testo di analisi del “buon uso” della lingua inglese e di curiosità su alcuni errori frequenti e sull’origine di certe frasi idiomatiche – tra i tanti mi viene in mente il divertente Eats, Shoots & Leaves di Lynne Truss – questo libro si pone all’incrocio di 3 miei interessi, di cui ho dato ampia testimonianza su questo mio blog: quello per le parole e la loro origine, quello per l’uso di analisi quantitative per documentare la realtà e quello per la teoria evoluzionistica in senso lato (come algoritmo applicabile e applicato al di fuori della biologia).

Alla base del lavoro di Butterfield c’è un vocabolario speciale: l’Oxford English Dictionary, nella sua seconda e corrente edizione (OED2 del 1989), consta di circa 291.500 lemmi, in 21.730 pagine distribuite in 20 volumi. L’OED3 è in corso di redazione. Ma quello che rende l’OED speciale è il progetto su cui si basa – concepito dalla Philological Society nel 1857: documentare la lingua inglese nel suo uso dalle origini ai giorni nostri attraverso citazioni che ponessero le parole nel loro contesto d’uso.

The aim of this Dictionary is to present in alphabetical series the words that have formed the English vocabulary from the time of the earliest records [ca. AD740] down to the present day, with all the relevant facts concerning their form, sense-history, pronunciation, and etymology. It embraces not only the standard language of literature and conversation, whether current at the moment, or obsolete, or archaic, but also the main technical vocabulary, and a large measure of dialectal usage and slang. [...] Hence we exclude all words that had become obsolete by 1150 [the end of the Old English era]  … Dialectal words and forms which occur since 1500 are not admitted, except when they continue the history of the word or sense once in general use, illustrate the history of a word, or have themselves a certain literary currency. [dalla Prefazione dell'OED1, 1933]

Per ottenere questo risultato, fin dall’inizio dell’impresa si mise in campo un esercito di lettori volontari, cui erano assegnati testi da leggere, dai quali essi dovevano estrarre citazioni atte a illustrare l’uso effettivo delle parole nel loro contesto e inviarle ai redattori del dizionario. Il più famoso dei redattori ottocenteschi fu James Murray, che lavorò al progetto dal 1870 al 1915, anno della sua morte. Murray lavorava nello scriptorium, una baracca di ferro rivestita all’interno di ripiani, scaffali e 1.029 caselle per tenerci le schede con le citazioni. Qui sotto potete vedere Murray al lavoro.

In preparazione della seconda edizione, il corpus di citazioni e l’intero processo cominciarono a essere “computerizzati” a partire dal 1983. Il corpus di citazioni su cui si basa l’OED contiene attualmente oltre 2 miliardi di parole e consente di prensentarle nel loro contesto (KWIC: key word in context). Qui sotto un esempio (trovate di più sul sito dell’OED, dove c’è anche un bel tour del dizionario elettronico).

www.oed.com

www.oed.com

Ormai avrete capito: è sulla base di questo che Butterfield fa il suo lavoro. In questo modo è in grado di superare l’annosa (e pedante) diatriba tra prescrittivisti e descrittivisti documentando le trasformazioni della lingua inglese. La nascita di parole ed espressioni nuove. L’eredità dell’anglo-sassone, del vikingo, del francese, del latino e del greco. Le incertezze dello spelling e delle morfologie. Il tutto con una solida (solidissima) base quantitativa e con l’illustrazione convincente che la lingua si evolve sulla base di un algoritmo non troppo diverso da quello darwiniano.

A me ha entusiasmato. Se siete interessati a qualcuno di questi temi, piacerà anche a voi. Lo raccomando vivamente. Ed è anche molto divertente.

Pubblicato in Recensioni. 3 Commenti »

Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo

Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo (Dirty Harry), 1971, di Don Siegel, con Clint Eastwood.

San Francisco, 1971. I figli dei fiori sono sfioriti da un po’. La città è degradata. Due pazzi si aggirano (almeno due: se no Il barbarico re mi riprende per gli errori epistemologici) per la città. Uno è uno psicopatico assassino che ricatta la polizia. L’altro un ispettore di polizia, Callaghan, l’eroe repubblicano che lavora nelle intercapedini tra legge e giustizia (che cos’è la giustizia gliel’ha dettato direttamente dio, probabilmente incidendo le regole sul retro della bronzea stella da sceriffo).

La prima metà del film è giocata sul fatto che nel 1971 non esistevano i telefoni cellulari. Ma dalla scena dello stadio in avanti il film è e resta indimenticabile.

Clint Eastwood non porta mai il cappello, quindi sapete che cosa vi dovete aspettare.

Però è un bel film. È così che noi esteti ci facciamo fregare.

Qui il finale, giusto per rovinarvi l’esistenza (Hey! Vi ho avvertito!).

Jack Bruce & la macchina di Berlusconi

Di Jack Bruce ho parlato pochissimo tempo fa, e quindi non mi dilungherò in chiacchiere vane.

Ieri (25 luglio 2009) ha suonato a Roma, al festival di Villa Ada, con un power trio formato – oltre che da lui al basso – da Robin Trower (ex Procol Harum) alla chitarra e da Gary Husband (ex Level 42) alla batteria. Naturalmente, oltre al loro nuovo album, non potevano mancare le rievocazioni dei Cream, di cui hanno eseguito 5 brani: Sunshine of Your Love, We’re Going Wrong, White Room, Politician e Spoonful.

Politician racconta la storia di un politico che usa il suo potere come arma di rimorchio più o meno mafioso (“Hey now baby, get into my big black car, want to just show you what my politics are”). Ma non mi aspettavo che Jack Bruce, un signore 67enne, una vita dedicata al blues, modificasse le parole per cantare “get into Mr Berlusconi’s car”. Certo, è pur sempre possibile che Bruce sia amico di Scalfari e la sua casa discografica sia proprietà di Rupert Murdoch … possibile ma secondo me improbabile. Mi sembra più probabile che all’estero sia proprio questa l’immagine del nostro presidente del consiglio.

Qui gliela sentiamo eseguire dal vivo nel 1990 (ovviamente senza il riferimento a Berlusconi, che non era ancora sceso in campo) insieme a Rory Gallagher, un altro grandissimo chitarrista (ascoltare per credere).

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

I’m a political man and I practice what I preach.
I’m a political man and I practice what I preach.
So don’t deny me baby, not while you’re in my reach.

I support the left, though I’m leaning, leaning to the right.
I support the left, though I’m leaning to the right.
But I’m just not there when it’s coming to a fight.

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

Ed ecco le altre. Sunshine of Your Love, Cream, circa 1968, dal vivo.

It’s getting near dawn,
When lights close their tired eyes.
I’ll soon be with you my love,
To give you my dawn surprise.
I’ll be with you darling soon,
I’ll be with you when the stars start falling.

I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

I’m with you my love,
The light’s shining through on you.
Yes, I’m with you my love,
It’s the morning and just we two.
I’ll stay with you darling now,
I’ll stay with you till my seas are dried up.

Chorus

Repeat Second Verse

I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

We’re Going Wrong. Ho scelto questa versione (live alla BBC nel 1968, su YouTube c’è anche quella in studio di Disraeli Gears), anche se imperfetta nella voce, perché dà un’idea molto piuù precisa di che cosa fossero i Cream dal vivo.

Please open your eyes.
Try to realize.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

Please open your mind.
See what you can find.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

We’re going wrong.
We’re going wrong.
We’re going wrong.

White Room. Al concerto d’addio, fine 1968. Ascoltate il dialogo tra la voce di Bruce e la chitarra di Clapton, verso la fine del secondo minuto. E l’assolo dall’inizio del quarto.

In the white room with black curtains near the station.
Blackroof country, no gold pavements, tired starlings.
Silver horses ran down moonbeams in your dark eyes.
Dawnlight smiles on you leaving, my contentment.

I’ll wait in this place where the sun never shines;
Wait in this place where the shadows run from themselves.

You said no strings could secure you at the station.
Platform ticket, restless diesels, goodbye windows.
I walked into such a sad time at the station.
As I walked out, felt my own need just beginning.

I’ll wait in the queue when the trains come by;
Lie with you where the shadows run from themselves.

At the party she was kindness in the hard crowd.
Consolation for the old wound now forgotten.
Yellow tigers crouched in jungles in her dark eyes.
Now she’s dressing, goodbye windows, tired starlings.

I’ll sleep in this place with the lonely crowd;
Lie in the dark where the shadows run from themselves.

Infine, Spoonful. Registrato nella stessa occasione di Sunshine of Your Love (Bruce con il colbacco). Nella versione live del concerto d’addio dura oltre 10 minuti e quindi su YouTube è in 2 parti. Questo è l’unico dei brani a non essere stato scritto da Bruce (è di Willie Dixon – come bonus vi faccio ascoltare anche la versione di Howlin’ Wolf, circa 1960).

Could fill spoons full of diamonds,
Could fill spoons full of gold.
Just a little spoon of your precious love
Will satisfy my soul.

Men lies about it.
Some of them cries about it.
Some of them dies about it.
Everything’s a-fightin’ about the spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.

Could fill spoons full of coffee,
Could fill spoons full of tea.
Just a little spoon of your precious love;
Is that enough for me?

Chorus

Could fill spoons full of water,
Save them from the desert sands.
But a little spoon of your forty-five
Saved you from another man.

Chorus