Allarme democrazia elementare

Roma, 7 giugno 2008, ore 19. C’è stato il corteo del Gay Pride. Ormai tutti sono entrati a Piazza Navona, molti ballano, i più chiacchierano tra loro, s’incontrano, si abbracciamo. Tanti cominciano ad andarsene, alla spicciolata. E a piedi, perché i mezzi pubblici non hanno ripreso a funzionare. Tra loro anch’io, un tranquillo signore di mezza età, capelli grigi, pacifico e disarmato. Vado verso Piazza Venezia e, a Piazza del Gesù, mi accingo a imboccare Via del Plebiscito. Ma un cordone di polizia mi impedisce il passaggio a piedi, per motivi di ordine pubblico.

A me pare molto grave. Primo, per quanto una sfilata di gay e lesbiche possa essere sgradita all’attuale maggioranza – incrinandone le granitiche certezza sull’ortodossia dei comportamenti sessuali – dubito che possa rappresentare un qualsivoglia rischio per l’ordine pubblico. Secondo, in Via del Plebiscito non vi è alcuna sede istituzionale, ma l’abitazione privata del Presidente del consiglio pro tempore. Questa è una violazione dello spirito e della lettera non soltanto della nostra Costituzione repubblicana, ma degli stessi principi affermati dalla Rivoluzione francese del 1789, di abolizione dei privilegi e di eguaglianza dei cittadini, cui anche il Popolo delle libertà (sic!) dice di ispirarsi.

È un problema che ci riguarda tutti, perché se restiamo acquiescenti le libertà elementari ci saranno sfilate sotto il naso prima che ce ne accorgiamo. Principiis obsta, direbbero Ovidio e mia madre.

SVEGLIA!, dico io.

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Pogrom (4)

C’è sempre qualcuno più sfigato di te. Se è straniero, la risposta più semplice è la violenza xenofoba. Un’altra cosa che da noi non potrebbe succedere mai…

Da Internazionale:

Il Sudafrica precipita nel caos
La stampa locale condanna le violenze contro gli immigrati che negli ultimi giorni hanno causato più di quaranta morti in tutto il paese.

Secondo il quotidiano Cape Argus, “le manifestazioni di xenofobia devono naturalmente essere condannate, ma questo è solo l’inizio. Bisogna elaborare al più presto una politica sui rifugiati e riportare la situazione alla normalità: i nostri fratelli africani non devono più sentirsi in pericolo in Sudafrica solo perché sono stranieri”.

Ma non tutti concordano sulle cause dell’ondata di violenze. “Le autorità parlano di azioni xenofobe commesse da criminali, ma questa tesi è riduttiva e rischia di alimentare le violenze”, osserva Pretoria News. “Bisogna trovare le vere cause di questo odio e, nel frattempo, trattenersi dal rilasciare dichiarazioni irresponsabili”.

Secondo alcuni commentatori il governo sudafricano ha sbagliato a ignorare la crisi nel vicino Zimbabwe, all’origine degli enormi flussi di profughi che si sono riversati oltre la frontiera. Il columnist di Cape Times Peter Fabricius sostiene che “l’esplosione di violenza deve essere analizzata nel più ampio contesto della politica estera sudafricana. Pretoria ha sempre negato l’esistenza di una crisi in Zimbabwe e, di conseguenza, non ha saputo gestire l’impatto che questa ha avuto sul nostro paese”.

Sul Times Justice Malala ricorda che in Sudafrica vivono tre milioni di zimbabwiani e osserva: “Queste persone non sarebbero qui se nove anni fa il presidente Thabo Mbeki avesse osato affrontare il suo amico Robert Mugabe”.

Molti, però, pensano che l’ostilità dei sudafricani verso gli stranieri sia radicata nella storia del paese. “Non abbiamo saputo decolonizzare le nostre menti”, scrive Andile Mngxitama su City Press, mentre un editoriale dello stesso quotidiano lancia un appello: “Noi più di qualunque altra nazione al mondo dovremmo rifuggire la xenofobia. Questa follia deve finire”.

Da AGInews (23 maggio 2008):

SUDAFRICA: ATTACCHI XENOFOBI, VIOLENZA SI ESTENDE AL SUD

(AGI) - Citta’ del Capo, 23 mag. - Si estende in Sudafrica l’ondata di violenza xenofoba contro gli immigrati neri divampata dodici giorni fa dalle baraccopoli di Johannesburg e Durban. Gli attacchi a case e negozi gestiti soprattutto da somali, si sono estesi a Citta’ del Capo, dove la scorsa notte la polizia sudafricana ha sgomberato centinaia di immigrati da una baraccopoli della periferia. Esercizi gestiti da somali sono stati dati alle fiamme anche nella cittadina di Knysna, sulla costa sud-occidentale. In meno di due settimane di violenze si contano piu’ di 40 morti, centinaia di feriti e circa 25.000 sfollati. Il Mozambico ha fatto sapere che 10mila suoi cittadini sono gia’ rimpatriati e se ne attendono molti altri. In Zimbabwe l’opposizione di Morgan Tsvangirai si sta organizzando per assistere i connazionali in fuga. Gli arrestati sono oltre 500 e per scongiurare altri disordini il governo di Pretoria ha autorizzato l’intervento dell’esercito a fianco della polizia. Le violenze razziali, scoppiate per l’impennata dei prezzi dei generi alimentari e la miseria dilagante, hanno innescato una guerra tra poveri che inizia a ripercuotersi anche nel settore turistico, soprattutto in previsione dei mondiali di calcio del 2010. Citta’ del Capo e’ il cuore dell’industria del turismo sudafricano e il 67 per cento dei visitatori proviene da Paesi del continente nero. In Sudafrica vivono circa 5 milioni di immigrati ‘economici’, provenienti per la maggior parte dallo Zimbabwe, ma anche da moltissimi altri Stati africani. Migliaia di loro hanno deciso di tornare in patria, nonostante la minaccia di guerre, persecuzioni, carestie.

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Pogrom (3)

I pogrom sono spesso scatenati da credenze irrazionali, orientate ad arte verso i diversi, per distrarre le varie “maggioranze morali” (più o meno silenziose) dai problemi reali, e spesso drammatici, orientandole verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico.

Con la distanza che ci consentono la storia (ad esempio, nei confronti della “notte dei cristalli” e della propaganda antisemita della Germania nazista) o la geografia (come nel caso della caccia alle streghe nel Kenya, di cui parliamo oggi), ci sembrano episodi dettati dall’ignoranza e dall’oscurantismo. Da noi non può succedere, ci diciamo. Riparliamone…

Da Il corriere della sera del 21 maggio 2008:

La strage in un villaggio nella zona occidentale del paese

Caccia alle streghe in Kenia: 11 bruciati vivi

La folla inferocita lincia 8 donne e 3 uomini: «Sono muganga, devono morire»

NYAKEO — Undici persone (otto donne e tre uomini) accusate di stregoneria sono state bruciate vive a Nyakeo, 300 chilometri a ovest di Nairobi in Kenia. La notizia è stata confermata al Corriere dalla polizia, che però non ha voluto aggiungere nessun dettaglio tranne: «Erano accusate di essere muganga», una parola che in swahili vuol dire «stregone ». Secondo altre fonti, qualcosa di poco chiaro è successo nei dintorni del villaggio (forse due bambini sono morti) e la collera della popolazione è montata. Qualcuno ha indicato alcune donne come colpevoli di un malefizio e così è partita la spedizione punitiva.

Gruppi di uomini, armati di bastoni, sono andati casa per casa alla ricerca dei presunti stregoni. Una volta scovati, sono stati picchiati dalla folla esaltata ed eccitata e, dopo essere state cosparsi di benzina, accesi come fiammiferi. In tutta l’Africa centrale la magia nera è una pratica comune. Rivolgersi allo stregone quando si è malati, non per avere medicine adeguate, ancorché tradizionali, ma per «togliere dal corpo il maligno che ha causato l’infermità», è considerata una prassi normale, specie nelle zone rurali.

Gli stregoni in cambio della speranza ricevono i mezzi di sostentamento, cibo e denaro. Naturalmente la magia può essere usata per malefici e fatture. E così ogni tanto le cose per il «muganga» si mettono male. In caso di calamità, catastrofi o lutti occorre trovare un colpevole e lo stregone del villaggio viene accusato di essere la causa di tutti i mali. I «muganga» sono comuni nelle comunità cristiane e animiste, ma anche fra gli islamici. Nei Paesi di cultura musulmana subsahariani vengono chiamati «marabù».

In Kenia la stregoneria è talmente diffusa che nel 1992 l’ex parlamentare, ex ministro delle amministrazioni locali e ora consigliere speciale del presidente Mwai Kibaki, Musikari Kombo (l’uomo che assieme al ministero dell’ambiente italiano doveva chiudere la discarica più penosa e disumana del Paese, Dandora) fu dichiarato colpevole di praticarla contro i candidati rivali. Fu squalificato per cinque anni e allontanato così dal processo elettorale. In Liberia si diceva che il vecchio presidente Charles Taylor, gran pontefice di una setta esoterica, amasse mangiare il fegato crudo dei nemici uccisi. Lui non smentiva perché i suoi «sudditi» erano terrorizzati da queste pratiche. In Kenia la legge bandisce la stregoneria come reato penale e se si è condannati si rischia una multa di 5 euro o sei mesi di prigione.

Massimo A. Alberizzi

E bravo Massimo Alberizzi! Un bel salto mortale: dato che esistono persone che sbarcano il lunario dando a bere ai creduli di possedere poteri magici e praticando, verosimilmente, qualche tipo di medicina tradizionale, ci racconta che in Kenya “la stregoneria è diffusa”. Unico sprazzo di “garantismo” è che gli stregoni bruciati vivi fossero soltanto “presunti”. Il che non gli impedisce di raccontarci, con humour macabro, che sono stati “accesi come fiammiferi”. Ma tant’è: mica erano persone in carne e ossa, che tenevano famiglia; erano solo “muganga”!

Le regole del Paese semplice

Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.

Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.

Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.

Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.

Se non avete capito tutto (se le quattro regole vi sembrano troppo semplici), andate qui per leggere tutta la storia.

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Pogrom (2)

I video li metto senza commenti. Ma se andate su YouTube, leggete i commenti lì. Da preoccuparsi veramente.

Però vorrei che leggeste l’articolo di Marco D’Eramo comparso su il manifesto del 15 maggio 2008:

Sicurezza
Destra vince, sinistra perde
Marco d’Eramo
Quando mi cade una tegola intesta, l’improbabilità dell’evento non mi consola. Me ne sbatto che la vita media sia di 80 anni se mi viene un tumore a 50: tra la constatazione oggettiva e il vissuto soggettivo si spalanca tutto il baratro aperto dall’irripetibilità della nostra effimera esistenza. Così, non rassicurano la mia insicurezza le statistiche che dimostrano che in Italia il numero degli omicidi cala costantemente e che Roma è una delle capitali più sicure d’Europa.

La ragazza che la sera deve camminare per una strada di periferia buia e isolata, guardandosi continuamente dietro le spalle, sempre pronta a scappare; l’anziano strattonato e depredato della sua grama pensione, la mamma assillata e terrorizzata dalle cronache di pedofilia… Non sono sentimenti da prendere alla leggera, stati d’animo da schernire. Hanno ragione quanti dicono che la sinistra non ha saputo affrontare il tema dell’insicurezza.
È vero: non si può fare finta che il problema non esista. C’è qualcosa di beffardo e aristocratico nel canzonare la paura: tanto più che il pericolo, o fosse anche solo la sua percezione, è fenomeno di classe. Molto più sicuro - anche se mai immune - a chi vive in quartieri agiati, con frequenti controlli di polizia, in strade bene illuminate e frequentate a tarda ora. Anche la sicurezza è una risorsa rara: è nei quartieri meno agiati che endemica la violenza mette la pelle d’oca. Quella ragazza che al buio cammina sola è assai più spesso una commessa che torna dalle sue 9 ore giornaliere per 800 euro al mese piuttosto che una giovane manager accessoriata di Smart. E il pensionato scippato non aveva certo inguattato i risparmi in Liechtenstein.
Il problema dunque è reale. Ma davvero le risposte rispondono? Il fatto è che non c’è limite all’insicurezza. Non basteranno mai espulsioni né poliziotti. Le ronde popolari non malmeneranno mai a sufficienza. Rimarrà sempre un pirata della strada, uno stupratore, un bandito a scatenare di nuovo la caccia all’uomo, la persecuzione del rom di turno (negli Stati uniti a fine ‘800 i «rom» da linciare erano gli italiani). Sotto quest’aspetto, la sicurezza è il tema perfetto per la destra: sempre troppo poco le leggi saranno poliziesche, le pene draconiane, le prigioni intasate. Come raccomandava il marchese de Sade ai giacobini durante il Terrore, così, dopo ogni legge liberticida, dopo ogni nuovo ordinamento repressivo, anche la destra nostrana potrà sempre dire: «Italiani, ancora uno sforzo!» La genialità del tema securitario è che esso si auto-alimenta: più risorse collettive saranno riversate nell’apparato di controllo e nel sistema correzionale, più miliardi di euro saranno spesi in prigioni e reparti di polizia, e meno fondi saranno disponibili per alloggi decenti, scuole, ospedali, per politiche d’inserimento: e quindi più aumenterà la microcriminalità e più crescerà l’insicurezza, in una spirale di cui gli Stati uniti ci hanno indicato la via.
«Legge e ordine» e «tolleranza zero» hanno portato negli Usa a una situazione aberrante in cui si spende di più per le prigioni che per le scuole e in cui un giovane nero ha più probabilità di finire in galera che di terminare gli studi. Senza che tutto ciò abbia il benché minimo impatto sulla sicurezza reale dei cittadini. Il tema securitario è perciò per la destra un argomento «win-win»: se la sinistra non lo affronta, sarà accusata a ragione di essere indifferente ai problemi reali della «gente»; se invece vi abbocca, sarà costretta a perseguire politiche di destra, ma senza mai la stessa convinzione estremista della destra vera, sempre con l’impotenza che - a torto o a ragione - viene imputata al buonismo. Basti un esempio di questa seconda deriva: come è universalmente noto, mendicanti, signore dai sacchetti di plastica, clochard, sono gli esseri più innocui e inoffensivi, a volte poveri di spirito, spesso di salute cagionevole o anziani. Per di più hanno sempre ricevuto buona stampa nei paesi cristiani, con la millenaria tradizione dell’elemosina sul sagrato. Che c’entra quindi l’espulsione dei mendicanti con una politica di sicurezza? Niente, se non un’affinità ideologica, un comune disgusto per «sporcizia, indolenza e pigrizia»: in fondo i mendicanti sono l’esito finale a cui si vorrebbero condannare tutti i fannulloni (già nel 1840 le signore inglesi chiedevano che i mendicanti fossero espulsi dalle vie di Manchester).
È su argomenti come questi che si sente, eccome, l’influenza dei mass-media, e quanto conta possedere tre televisioni. Ogni sera a cena il piccolo schermo ti porta in tavola uno stupro, un massacro gratuito, con dessert di abomini bestiali. Il problema con la paura, come con l’odio, è che, dopo averlo suscitato, non puoi più farlo rientrare. Per questo genere di sentimenti collettivi, ansia securitaria, razzismo, xenofobia, vale quel che scriveva Benedict Anderson sulla nascita del nazionalismo: le comunità nazionali sono state inventate di sana pianta, «comunità immaginarie», ma non per questo sono meno reali e sono meno letali. Una volta prodotte, queste «immaginazioni» diventano realtà per cui si muore e si uccide (gli stati nazionali hanno prodotto le guerre più sanguinose della storia umana). Lo stesso vale per la percezione del pericolo. Statistiche alla mano, si può dimostrare che la nostra è la società in assoluto meno violenta di tutta la storia umana (basti pensare che, a differenza di pochi secoli fa, un uomo normale va in giro disarmato senza per questo sentirsi inerme). Ma le comunicazioni di massa fanno sì che il minimo evento violento sia amplificato nella percezione di ognuno di noi: la società è più sicura, ma la sensazione di violenza è più acuta. E qui c’è poco da fare: opera una legge interna ai mass-media, una deriva quasi spontanea verso il sensazionalismo, secondo cui l’orrore fa più notizia del giubilo e la morte colpisce più della vita.
Ma se i media sono intrinsecamente ansiogeni, se il problema securitario è inaggirabile, non per questo l’unica soluzione sono palazzi recintati da cavalli di Frisia, cittadelle private con postazioni di mitragliatrici, proprietari di casa armati di Magnum. Un punto è riconoscere la questione della sicurezza, altro è dire che l’unica soluzione all’insicurezza è uno stato di polizia. Gli Stati uniti sono la prova vivente che più repressione può accompagnarsi con più criminalità. L’equazione «più polizia = più sicurezza» è una chimera che esprime un solo fatto: che la destra è egemonica. Basti un esempio: tutte le esperienze al mondo dimostrano che il metodo più efficace per ridurre il tasso di criminalità tra gli immigrati è una politica dei ricongiungimenti familiari. Un immigrato che la sera torna a casa da una compagna e non può rischiare di finire in galera, ha una propensione a delinquere minore di un clandestino che nella solitudine umana del suo dormitorio affollato non sa come sfogare male di vivere e rabbia col mondo se non coi pugni in tasca.
Ma non c’è un solo politico italiano, di destra o di sinistra, che si azzarda a proporre misure di ricongiungimento. Al contrario, tutte le misure avanzate vanno nella direzione opposta: rendere più difficili regolarizzazione e inserimento, e quindi più cronica la clandestinità. Lo stesso avviene in altri casi, a cominciare da più lampioni in periferia e più trasporti pubblici: inezie che però, accumulate, cambiano vite.
Perciò la questione sicurezza non va né schivata, come finora ha fatto la sinistra «radicale», né mutuata sic et simpliciter dalla destra, con soluzioni di destra (per cui comunque la destra è meglio attrezzata), ma ponendosi il problema di riconquistare l’egemonia, o meglio di come essere egemonici sul tema del pericolo: cioè come dimostrare, e convincere, che tutti saremo più sicuri non in una società più belluina e spietata, ma in un mondo che non abbia più un cronico bisogno di vite vendute, importate da lontano, spremute, e poi da incenerire o deportare come rifiuti umani.

Non maledire questo nostro tempo

Come una nave che emerge dalle nebbie del passato.

La cantavano I Gufi, ma non ho trovato il clip o l’mp3: se qualcuno ce l’ha me lo manda?

Gli autori sono Lunari e Negri: Lunari penso che sia quello di Ghirighiz

Ecco il testo, intanto:

Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.

Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa dire “è mio”,
dove sia bello lavorare e far l’amore,
dove il morire sia volontà di dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli.
L’uomo ha due patrie, una è la sua casa,
e l’altro è il mondo, e tutti siam’ fratelli.

Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi,
quando c’è ancora chi di fame muore.
Vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del signore.
Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace.
Vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino,
anche se uccide in nome della pace.

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Riparliamone

Ci eravamo sbagliati: il barile non aveva fondo.

Grazie ad Andrea “Tanqui”, da cui ho sfacciatamente copiato.

1° maggio 1971

Non volevo scrivere sul Primo Maggio, non oggi che Roma è percorsa dal corteo del sindacato fascista. Ma poi una coincidenza (un pezzo degli Area emerso casualmente sulla mia playlist) ha scatenato un ricordo (un provocatorio quanto attuale editoriale comparso su il manifesto – che era allora un neonato di pochi giorni – il 1° maggio 1971.

CONTRO IL LAVORO
il manifesto

Il primo maggio non è la festa del lavoro, come dice e vuole la liturgia del movimento operaio riformista o clericale. È la festa contro il lavoro: contro il lavoro per ciò che esso è e sarà sempre in una società capitalistica, in una società divisa in classi, in una società mercantile.
Questo i proletari non ci mettono molto a capirlo. E infatti, il solo modo che hanno di celebrare la loro giornata è quello di non lavorare. Il primo maggio è nato ed è vissuto per lunghi anni come uno sciopero, come uno scontro.
Non è una distinzione formale, una sottigliezza ideologica. Il problema del lavoro e dell’atteggiamento verso di esso è sempre stato il nodo profondo del marxismo: la vera discriminazione tra marxismo rivoluzionario e revisionismo.
Qual’è il problema per i revisionisti? Quello di dare al lavoro la giusta remunerazione e di fondare una nuova civiltà del lavoro: chi non lavora non mangia. Qual’è il problema per i rivoluzionari? Quello di abolire il lavoro salariato, cioè, oggi, il lavoro stesso, per costruire una civiltà fondata sulla libera e collettiva attività creatrice e su rapporti non mercificati fra gli uomini: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità. Qui sta tutta la differenza tra socialismo come società capitalistica meno diseguale e più opulenta, e socialismo come rovesciamento del capitalismo dalle fondamenta.
Non si tratta, per il marxismo, di una ingenuità anarchica, del mito del buon selvaggio. Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro motore della storia, l’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro. Ma proprio col suo lavoro l’uomo ha dominato la natura, ne ha decifrato le leggi, ha trasformato se stesso fino al punto in cui può rovesciare la storia e liberarsi dal lavoro come prima e ultima schiavitù, come qualcosa di estraneo a lui, di accettato per la necessità della sopravvivenza.
Il capitalismo è il momento storico in cui questa contraddizione e la possibilità di superarla maturano insieme. Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e contenuti, una alienazione insopportabile; dall’altro esso ha ormai prodotto un livello di forze produttive, prima fra tutte la capacità razionale dell’uomo, che consente il salto ad un ordine sociale in cui il lavoro, per ciò che è stato fin qui, sia soppresso. Soppresso non per lasciar posto ad un ozio stupido e al faticoso `tempo libero’ — che è solo l’altra faccia del lavoro alienato — ma ad un complesso di libera attività collettiva e di riposo creativo di una nuova capacità. Di tale attività, la produzione materiale dei mezzi di sussistenza può diventare un sottoprodotto naturale, progressivamente affidato alle macchine, che non giustifica assolutamente più né lo sfruttamento economico né la dominazione politica. Questa è l’essenza della rivoluzione comunista, della soppressione della proprietà privata, delle classi e dello stato. Ribellione alla condanna biblica: tu lavorerai con fatica.
Non è un caso che questo nucleo radicale del marxismo sia stato dimenticato o sia rimasto minoritario nel movimento operaio. Gli operai, come tutti gli uomini, possono porsi solo i problemi che sono effettivamente in grado di risolvere. Solo nella nostra epoca, della piena maturità del capitalismo e della sua degenerazione imperialistica, le grandi masse dell’occidente che hanno avuto dallo sviluppo capitalistico tutto ciò che potevano avere pagandolo con lo sfruttamento, e le grandi masse dell’oriente che dal capitalismo potrebbero avere solo fame e guerra, possono porsi realmente il problema del comunismo. Cioè il problema non solo di maggiore consumo e di lavoro sicuro, ma di un diverso significato del lavoro e del consumo. Qual è, se non questo, il senso profondo delle lotte di massa di operai, studenti, intellettuali degli ultimi anni? Qual’è, se non questo, il significato universale della rivoluzione culturale cinese?
Certo, tutto ciò può anche alimentare spinte ingenuamente neoanarchiche, l’illusione che si possa abolire il capitalismo d’un colpo; ribellarsi alla logica della produzione e `rifiutare il lavoro’ con un atto di ribellione soggettivistica e distruttiva; o usare delle macchine e degli uomini così come sono per una organizzazione comunista della società, senza una lunga e faticosa trasformazione delle une e degli altri, senza una società di transizione, e dunque senza organizzazione, violenza, sacrificio, invenzione, educazione. Ma ciò che oggi importa, come importava per Lenin, è cogliere in queste spinte `ingenue’ il nucleo di verità che oggi è maggiore di ieri, e senza del quale non è più possibile sfuggire all’egemonia ideale del capitalismo.
Questo vogliamo ricordare il primo maggio: per riscoprirne fino in fondo il significato di festa politica, di festa rivoluzionaria.

Una storia romantica (2)

Dimenticavo. Un’osservazione che ho trovato di straordinaria profondità:

C’è però una tipologia di mistificazioni che, forse, merita una parola in più. Come avvertivo in principio, in qualche raro caso ho messo in bocca ai miei personaggi d’invenzione frasi pronunciate da personaggi storici. parole, dunque, che non si originano nel territorio della finzione ma che, passando attraverso il cosiddetto immaginario collettivo, sono poi entrate a farne parte. Sono, perlopiù, parole malvagie (Saint-Just, Stalin, Stanislav Galic, Bin Laden, George Habash ecc.), nel senso che il male non vi è solo detto ma, attraverso di esse, è fatto. Queste concatenazioni di parole inclinano spesso a ritornare. Le frasi malvagie si ripresentano, di epoca in epoca, identiche a loro stesse. Non accadono, non divengono, si ripetono. Conn andatura ossessiva, con flemma persecutoria.

Nei nostri momenti di sconforto, siamo portati a vedere in queste ricorrenti malvagità una delle poche prove di una altrimenti dubbia essenza comune al genere umano. Il male, più che il bene, tende ad apparirci universale. A volte, affascinati da esso, cadiamo nella tentazione di credere che questa eco millenaria d’odio e violenza porti alla superficie un substrato mitico della storia, un archetipo eterno, fatidico, destinale. In quei momenti, pieghiamo verso l’abbandono. Quando invece troviamo la forza di prenderci cura di noi stessi, scorgiamo in questi stereotipi della dannazione non la maestà delle cose nascoste fin dall’origine del mondo, ma l’ottusa, fragile ripetitività della nevrosi. Ripercorre questi luoghi comuni del male significa chiedere all’uomo – come fa lo psicanalista con il paziente – di giungere a pronunciare la sua frase senza senso. E sperare, una volta sputatala fuori, di poter attraversare il fantasma. Oppure, se si preferisce, significa sgranare quell’antica preghiera che recita “Libera nos, Domine, a malo”. (pp. 563-564)
Ecco: “in questi stereotipi della dannazione non la maestà delle cose nascoste fin dall’origine del mondo, ma l’ottusa, fragile ripetitività della nevrosi”.
Da morte nera e secca, da morte innaturale,
da morte prematura, da morte industriale,
per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d’ ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da tutti gli imbecilli d’ ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”,
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d’ ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d’ ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine…

Non si può più fare

Condivido le preoccupazioni di Alessandro Robecchi, pibblicate su il manifesto di oggi, 16 aprile 2008:

Pd
Non si può più fare
Alessandro Robecchi
Lascio l’analisi del voto ai più esperti, ma credo che ci leccheremo questa ferita finché avremo la lingua, e forse anche dopo. A sinistra si è sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, imperdonabile e dilettantesco tutto quanto. E’ triste, ma non parliamo dei defunti, parliamo dei vivi, a malapena, ma vivi. Il Pd, infatti, pone un interessante problema di marketing che sarà il principale problema politico dei prossimi cinque anni e che sintetizzerei cosi: si può fare cosa? Si può fare il ponte sullo stretto di Messina? Si può fare il test di salute mentale ai magistrati? Si può fare di peggiorare le leggi razziali esistenti? So che messa così può sembrare una provocazione, ma restiamo ai fatti. Non risulta che in tutto il Parlamento, Camera e Senato, sieda un solo antiliberista. L’assoluta unanimità, con minuscole varianti e sfumature, nei confronti della totale libertà del mercato si realizza - credo unico posto in Europa - nel Parlamento italiano. Libera volpe in libero pollaio: 630 deputati e 322 senatori tifano apertamente per la volpe. E fin qui la valutazione oggettiva della situazione. Ma non può sfuggire anche un discreto errore di strategia. Impostare un intero disegno politico e una intera campagna elettorale sullo slogan «si può fare» renderà un po’ meno agevole svolgere il compito che ci si aspetta dall’opposizione, il cui mestiere, generalmente nelle democrazie mature, è di dire a voce alta e forte che «non si può fare». C’è da pensare che quella strategia del «si può» prevedesse la vittoria come unica modalità, e che applicarla nella sconfitta sia impossibile. Partita secca, la va o la spacca, come del resto sono le presidenziali americane da cui hanno preso vela lo slogan e la sua filosofia. La principale accusa rivolta alla sinistra da parte del Pd per settimane e mesi è stata quella di essere «l’Italia del no», mentre lui ardeva, bramava e si sbracciava per essere l’«Italia del sì». Ora, che farà? Dirà sempre sì? E quando ci sarà da dire no sui temi economici, quando la volpe avrà sempre più fame e il pollaio sarà sempre più indifeso, che farà, si opporrà strenuamente con Calearo? Con Colaninno? Con Ichino? Già mi vedo manifestazioni di industriali, cortei di imprenditori e - in caso di scontri - il fitto lancio di rolex in difesa dei lavoratori. A pensarci è un vecchio sogno, quella vecchia mania del Pci di non avere nessuno a sinistra. Sogno che si realizza quando il sognatore è morto e sepolto, e ci si sveglia agghiacciati che non ci sia niente a sinistra di questa moderna e neo-flaccida Dc. Niente a sinistra punto e basta. Il tutto, alle prese con un governo di estrema destra, in campo economico e sociale. Non vedo soluzioni all’orizzonte, non vedo nemmeno l’orizzonte. Constato che se qualcuno avesse in animo di dire «non si può fare» - frase che con il prossimo governo bisognerà pronunciare ogni istante - è già partita la criminalizzazione. Si teme il ritorno delle piazze, il ritorno addirittura del terrorismo e altre cossigate consimili. Su questo il Pd ha qualcosa da dire o lascerà fare? O dirà sempre, come in un mantra ipnotico che si può? E quanto poi all’entità del baratto (fine della sinistra in cambio di un grande disegno politico), va detto che il piatto di lenticchie è misero, sotto quel 35% che era la soglia della decenza di tutta l’operazione. «Come succede nelle grandi democrazie europee - è la prima frase di Veltroni dopo il disastro - ho telefonato al mio avversario». Corretto. La seconda cosa che si fa nelle grandi democrazie europee dopo una facciata simile è andarsene, come Segolène, come Aznar. Ma questo non si è detto e nemmeno pensato. 5 anni di si può fare saranno lunghissimi. Si può dire.

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