How does it feel?

Sabato sera sono stato rifiutato da un ristorante.

Non che fosse pieno, o che i tavoli liberi fossero stati prenotati. No. Un ragazzo sulla porta, un cameriere o un buttafuori, ha chiesto a me e ai due amici con cui ero: “Do you speak Korean?”

E alla nostra prevedibile risposta negativa ci ha cacciati con un gesto eloquente della mano. E poi, perché fosse più chiaro, ci ha sbarrato l’ingresso con il corpo.

Per la verità non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Anni fa mi era successo a Tokyo: ci sono dei locali (ristoranti e bar) in cui l’accesso è riservato ai giapponesi, che si considerano tradizionalmente una “razza” eletta. Che capitasse, era scritto anche sulle guide. [Il ristorante coreano, invece, era addirittura segnalato dalla guida che avevo con me, la Rough Guide.]

Ma chiaramente non è questo il punto. Il punto è che, a volte, è bene essere dalla parte dei discriminati, invece che dei razzisti, giusto per sapere “how does it feel?”.

Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you
You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

You’ve gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
Nobody has ever taught you how to live out on the street
And now you’re gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And say do you want to make a deal?

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
A complete unknown
Like a rolling stone?

You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all did tricks for you
You never understood that it ain’t no good
You shouldn’t let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain’t it hard when you discover that
He really wasn’t where it’s at
After he took from you everything he could steal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinkin’, thinkin’ that they got it made
Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you’d better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Nisida e la soluzione 30%

Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.

Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):

«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri [...]

Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.

Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.

La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.

Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?

I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.

Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese  a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.

E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.

La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.

È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.

“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…

No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale

No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana

Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Knowledge wants to be free too

Riporto (perché mi sembra molto interessante e perché sono d’accordo con le sue tesi) un articolo di Peter Eckersley comparso sul numero del 27 giugno 2009 di NewScientist.

OPINION ESSAY

Knowledge wants to be free too

When technology makes knowledge globally available, reshaping the economics of buying and selling it becomes crucial, argues Peter Eckersley

Ten years ago, a piece of software called Napster taught us that scarcity is no longer a law of nature. The physics of our universe would allow everyone with access to a networked computer to enjoy, for free, every song, every film, every book, every piece of research, every computer program, every last thing that could be made out of digital ones and zeros. The question became not, will nature allow it, but will our legal and economic system ever allow it?

This is a question about the future of capitalism, the economic system that arose from scarcity. Ours is the era of expanded copyright systems and enormous portfolios of dubious patents, of trade secrecy, the privatisation of the fruits of publicly funded research, and other phenomena that we collectively term “intellectual property”. As technology has made a new abundance of knowledge possible, politicians, lawyers, corporations and university administrations have become more and more determined to preserve its scarcity.

So will we cling to scarcity just so that we can keep capitalism? Or will capitalism have to evolve into some new kind of digital economics? The question underlines many things – from music piracy to the woes of the newspaper industry to Google’s efforts to scan all the books in the world.

This fragile scarcity has a purpose: to make things expensive. Water is plentiful and essential; diamonds are rare and useless. But diamonds are much more expensive than water because they’re much rarer. People in the business of selling information have good reason to want a future where knowledge is valued like diamonds rather than water. Here pharmaceutical giants, Hollywood, Microsoft, even The Wall Street Journal speak with one voice: “Keep expanding copyright and patent laws so our products remain expensive and profitable.” And they pay lobbyists worldwide to ensure this message reaches governments.

The irony of the battle between advocates of abundance and advocates of scarcity is that both sides are right. It makes no sense to limit and control access now we have technologies to give information to everyone. But it is also foolish to pretend we do not need incentives to help produce and publish that information.

While financial incentives are a very complicated business, two simple points hold true. First, even without payment, some folk will always record music, write software, make their feature films, do their own investigative journalism, occasionally even test their own drugs. You couldn’t stop them if you tried. Second, we will all be better off with more, not fewer, professional careers available for knowledge producers. Not having to stick with a day job allows creative workers to be more creative and productive, for the benefit of all.

Crucially, though, if we really want to end scarcity, we will have to build institutions that promote knowledge-sharing, while at the same time ensuring that there are incentives for creative and technical minds to contribute.

Science, and the universities that support it, is the grandest example of a system that has evolved to promote the abundance of knowledge. Universities offer incentives in the form of tenure, promotion and prestige to researchers who can discover and share the information which their peers consider most valuable. Academics are human: they are as greedy, short-sighted and treacherous as everyone else, but the academic environment encourages them to focus those vices and impress their colleagues with their cleverness and cool discoveries published in fancy journals. Sometimes those cool discoveries are imagined or incomplete, but then others get ahead by pointing this out, and when the whole process works, the result is science.

In recent years, however, science has become another front in the conflict over scarcity. As any biologist will tell you, patents, secrecy and commercialisation have become a way of life. At the same time, science has inspired new institutions and movements that promote its ideals and its liberty.

Take the open access movement, which has campaigned to ensure that scientific articles are freely available to the public, who ultimately paid for the research with their taxes. Historically, most scientific writing was confined to expensive scholarly journals and essentially available only to people with university affiliations. Some publishers resisted the open access movement, but trends are against them. In March this year, for example, the US Congress made permanent a requirement that all research funded by the National Institutes of Health be openly accessible, and other countries are following. Within a decade or two, it is safe to say that all scientific literature will be anime, free and searchable. Journal publishers will still be paid, but at a different point in the chain.

Outside the universities we have some even more remarkable developments. Fifteen years ago, who would have predicted that teenagers would be allowed to edit the world’s primary reference source from their homes? Twenty years ago, who would have predicted that teams of volunteers would succeed in writing and giving away software that produces many billions of dollars of economic wealth?

Wikipedia and the free and open-source software movements have produced stores of knowledge while trying to insulate themselves from the old institution of copyright, which is inherently unsuited to their processes of authorship. But that’s not enough: we urgently need institutions to liberate knowledge produced under the old rules, too.

The music industry, for example, is slowly realising it cannot win the war on copying. People are pirates, and there are still 10 songs copied for every one bought on iTunes. Soon, the record labels will start to experiment with alternatives to copyright, such as licences that allow unlimited, restriction-free file sharing in exchange for flat fees, maybe a $5 or $10 voluntary payment with your monthly internet provider bill. This kind of system will not be perfect, but it will allow us to have wonderful libraries of legal MP3s, and it may help more independent professional musicians to flourish.

Another experiment in post-scarcity capitalism concerns the digitisation of the world’s books. One draft of the rules for access to scanned books is currently being written in the US courts as Google settles a class action aver its scanning projects. This settlement will make books more searchable and improve access to both out-of-print and “orphaned” books whose copyright holders can’t be found. Under the current version, books will only be available in snippets and sections. Some out-of-print books will be available through institutional and individual subscriptions, but we don’t yet know whether the prices will be inviting to most of the public, thus making Google Books a true post-scarcity project.

So here’s a challenge to the governments of countries that want to lead the way, whether rich or poor: sit down with Google (or one of its competitors), authors and publishers, and work out a deal that offers a complete, licensed digital library free to your citizens. It would cast taxpayers something, but less than they currently spend on buying scarce books and supporting large paper collections. It would be great news for publishers and authors, who would receive most of the funds and would no longer need to fear piracy.

It’s time to recognise that when we build institutions to promote the abundance of knowledge, everybody wins. When it comes to knowledge, you can never have too much of a good thing.

PROFILE
Peter Eckersley is a staff technologist at the Electronic Frontier Foundation in San Francisco, which sets out to defend digital civil liberties. His doctoral research at the University of Melbourne is on alternatives to digital copyright. He can be contacted at pde@eff.org


Più equazioni, meno emozioni

DISCLAIMER: questo è il post di un vecchio pignolo puntiglioso e brontolone, irrimediabilmente e noiosamente razionalista.

Da una ventina di giorni, troneggiano nelle stazioni italiane (che sono costretto, controvoglia, a frequentare) dei grandi manifesti che fanno pubblicità alla nuova gamma Vespa. Nulla di particolarmente innovativo, anzi direi che siamo sul classico (qui sotto un esempio).

Insomma, niente a che vedere con la leggendaria campagna della fine degli anni ‘60: vi ricordate?

Della campagna attuale, quello che a me irrita profondamente è il terzo manifesto, quello dedicato alla Vespa 50: un ragazzo e una ragazza si danno un bacio sotto la scritta “MENO EQUAZIONI PIÚ EMOZIONI”.

Pubblicità irresponsabile, sotto gli esami di maturità: chissà quante vittime ha fatto agli esami, quest’anno così più severi. Irresponsabile anche per il futuro dell’Italia, che spende molto meno della media europea per la ricerca scientifica (e, suppongo, più della media per gli scooter). Le competenze matematiche dei nostri studenti quindicenni (proprio quelli nell’età da Vespa) – secondo l’indagine PISA (Programme for International Student Assessment), condotta su un campione rappresentativo di 400.000 studenti quindicenni in 57 paesi – sono nettamente più basse di quelle della media OCSE (il punteggio medio degli studenti italiani è pari a 462, contro una media OCSE di 498). Se volete saperne di più, potete cominciare a documentarvi da qui.

So bene che le classifiche sono spesso criticate come irrilevanti, ma non mi sembra che questo sia il caso (stiamo parlando di una ricerca di un organismo internazionale importante, giunta ormai alla sua terza edizione, e seguita in Italia direttamente dall’INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione). Ho ordinato la classifica per punteggio conseguito.

Taiwan-Cina 549
Finlandia 548
Corea 547
Hong Kong-Cina 547
Paesi Bassi 531
Svizzera 530
Canada 527
Liechtenstein 525
Macao-Cina 525
Giappone 523
Nuova Zelanda 522
Australia 520
Belgio 520
Estonia 515
Danimarca 513
Rep. Ceca 510
Islanda 506
Austria 505
Germania 504
Slovenia 504
Svezia 502
Irlanda 501
OCSE 498
Francia 496
Polonia 495
Regno Unito 495
Rep. Slovacca 492
Ungheria 491
Lussemburgo 490
Norvegia 490
Lettonia 486
Lituania 486
Spagna 480
Azerbaijan 476
Russia 476
Stati Uniti 474
Croazia 467
Portogallo 466
Italia 462
Grecia 459
Israele 442
Serbia 435
Uruguay 427
Turchia 424
Thailandia 417
Romania 415
Bulgaria 413
Cile 411
Messico 406
Montenegro 399
Indonesia 391
Giordania 384
Argentina 381
Brasile 370
Colombia 370
Tunisia 365
Qatar 318
Kyrgyzstan 311

I livelli di competenza sulla scala di matematica sono 6. Il primo attesta le competenze più elementari, il sesto le più elevate. Per quanto riguarda l’Italia, uno studente quindicenne su tre (per l’esattezza, il 32,8%) si colloca al di sotto del livello 2,  che attesta il minimo di competenza matematica in grado di consentire di confrontarsi in modo efficace con casi in cui la matematica è chiamata in causa in situazioni della vita quotidiana e lavorativa (nella media OCSE gli studenti a questo insufficiente livello di competenza sono il 21,3%). Per contro, soltanto il 6,3% degli studenti quindicenni italiani si colloca ai 2 livelli più elevati di competenza matematica (meno della metà della media OCSE, che si attesta al 13,3%).

Quindi, ragazzi, educatori, politici e pubblicitari: PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI. Del Vespino ne parliamo dopo.

E già che ci siamo, PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI, PIÚ RAZIONALITÀ MENO EMOZIONI anche nelle sc elte politiche, nel dibattito, nei mezzi di comunicazione.

PS: giacché se ne vantano pubblicamente nei CREDITS della campagna, esponiamoli al pubblico ludibrio questi signori:

CREDITS
Cliente: Gruppo Piaggio
Prodotto: Vespa
Responsabile Immagine e Pubblicità: Giuseppina Valente
Agenzia: TBWA\Italia
Titolo Campagna: Manifesto
Direttore Creativo Esecutivo: Geo Ceccarelli
Direttore Creativo Associato: Gina Ridenti
Art Director: Elena Pancotti
Copywriter: Lorenza Pellegri
Business Unit Director: Gabriele Carusi
Account Manager: Cabiria Granchelli
Account Executive: Filippo Miselli
Industrial Strange Head of tv Department: Alessandro Pancotti
Producer: Marianne Asciak
Fotografo: Adrian Samson
Centro Media: OMD
Mezzi: affissioni grandi stazioni
On air: 20 giugno 2009

Italia multietnica

Cito dal Corriere della sera di ieri, 9 maggio 2009, le parole di Berlusconi.

«Si deve fare chiarezza sulle due visioni – afferma il presidente del Consiglio. – La sinistra con i suoi precedenti governi aveva aperto le porte ai clandestini provenienti da tutti i Paesi. Quindi l’idea della sinistra era ed è quella di un’Italia multietnica. La nostra idea non è così». Per questo, dice Berlusconi, «non apriremo le porte a tutti come la sinistra».

Mettiamo da parte i dubbi semantici (lo sapete che ho la mania dei metadati – provate a cercare “metadati” utilizzando la finestrella “cerca” in alto a sinistra): che cosa significa “multietnico”? Per etnia si intende nazionalità? cittadinanza? paese di nascita? o c’è un inquietante risvolto “razziale”? E c’è una soglia quantitativa oltre la quale si decide che una società è multietnica?

Secondo le stime ufficiali dell’Istat, che dovrebbero essere ben note al presidente del consiglio e al ministro dell’interno, all’inizio del 2009 gli stranieri residenti – cioè quelli regolari registrati in anagrafe – erano quasi 4 milioni, il 6,5% della popolazione residente totale. Dato che 9 stranieri su 10 risiedono nel Centro-Nord, in quelle regioni l’incidenza della popolazione straniera è molto più elevata.

Nel corso del 2008, secondo la stessa fonte, gli stranieri residenti sono aumentati di 462.000; vale la pena di ricordare che le 2 sanatorie del 2002 (Bossi-Fini) regolarizzarono 650.000 persone, il flusso più elevato da sempre, tanto per fare giustizia dell’affermazione “la nostra idea non è così”.

Quasi mezzo milione dei cittadini stranieri residenti in Italia è nato in Italia. Questo accade perché in Italia vige lo ius sanguinis (il neonato ha la cittadinanza dei suoi genitori, anche se risiedono in Italia) e non, come accade ad esempio in Francia, lo ius soli (se nasci sul suolo francese sei cittadino francese, acquisendo la cittadinanza per nascita). Il numero e l’incidenza dei nati da coppie di genitori stranieri aumenta di anno in anno (nel 2008, si stima che siano circa 70.000, circa un nato su 8).

Una digressione: ogni tanto, qualcuno lancia un segnale d’allarme sugli effetti nefasti del calo della fecondità sull’invecchiamento della popolazione (da ultimo, l’ha fatto Piero Angela con Perché dobbiamo fare più figli). In Italia, il numero medio di figli per donna ha toccato un minimo nel 1995 (1,19) ed è poi risalito, fino a toccare il valore di 1,41 nel 2008: ma per le donne italiane siamo a 1,33 (non molto di più che nel 1995), e per le straniere a 2,12 (la fonte sono le stime Istat già citate). Senza il loro apporto, il declino demografico italiano sarebbe rapido e inesorabile. Capisco che non sia una buona notizia per gli elettori di Calderoli (lui, non ho dubbi, lo sa ma preferisce glissare).

Quindi, più del 13% degli stranieri residenti è, come si dice, di seconda generazione: è nato e cresce in Italia, parla italiano fin da piccolo e frequenta le scuole italiane. E in Italia, verosimilmente resterà, perché la lingua italiana, poco “spendibile” all’estero, lo lega al nostro territorio e alla nostra cultura.

I minorenni stranieri sono ormai quasi 900.000. Secondo il Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 gli alunni di cittadinanza straniera erano 575.000, concentrati nella scuola dell’obbligo e soprattutto nelle elementari (non dobbiamo dimenticare che si tratta per la massima parte di bambini nati in Italia o immigrati da piccolissimi). In Emilia-Romagna, gli stranieri sono già più del 12% della popolazione scolastica, e superano il 10% anche in Umbria, Lombardia e Veneto.

Resta da sottolineare, anche se è abbastanza banale, il contributo degli stranieri alla nostra economia. Non voglio parlare delle badanti o dei muratori: chiunque abbia ristrutturato casa l’ha constatato con i suoi occhi e può rispondere da solo alla domanda: si potrebbe realizzare il piano-casa del governo senza rumeni (che per fortuna sono cittadini comunitari e hanno il diritto di libera circolazione) o senza albanesi? Ma forse non tutti sanno che alcuni dei più tipici prodotti italiani non si farebbero senza l’apporto degli stranieri. Degli indiani, ad esempio, per il parmigiano-reggiano. Dei macedoni per il Moscato d’Asti e il Prosecco di Valdobbiadene. Dei serbo-montenegrini per il Brunello di Montalcino (la notizia è comparsa a pagina 16 de Il Sole 24 ore del 29 settembre 2008).

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Ringrazio Gabriele Lorenzini per avermi consentito di riprodurre la sua fotografia, che trovo bellissima ed eloquente, e vi invito ad andare a vedere le sue altre opere su Flickr (http://www.flickr.com/photos/gabrielelorenzini/)

L’obbedienza non è più una virtù

“È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”, dice uno degli esecutori del respingimento. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia – aggiunge – ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno.” [corsivo mio]

Sto citando da la Repubblica di oggi, 9 maggio 2009. Parlano i militari delle motovedette italiane della Guardia di Finanza (Gf 106) e della Capitaneria di porto (Cpp 282) appena rientrati dalla missione rimpatrio, intervistati da Francesco Viviano.

“Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti.” [corsivo mio]

Non penso di essere un persona particolarmente emotiva, ma mi si raggela il sangue. Gli ordini erano quelli. La foglia di fico dei militari da sempre. Forse basta citare Adolf Eichmann: “Non ho mai compiuto alcuna azione, grande o piccola, senza aver avuto prima esplicite istruzioni da Adolf Hitler o da qualcuno dei miei superiori.”

Questa difesa, ampiamente utilizzata dai gerarchi nazisti, è stata considerata giuridicamente non valida dal IV principio di Norimberga:

The fact that a person acted pursuant to order of his Government or of a superior does not relieve him from responsibility under international law, provided a moral choice was in fact possible to him. “I was following orders”, is not an excuse.

Mi direte che tutti, in questi giorni, stanno parlando “a sproposito” di fascismo, nazismo, razzismo eccetera. Non mi sembra un’obiezione fondata: chi ne sta parlando, è perché vede in questo affievolirsi dei principi lo stesso processo che portò alla supina acettazione di questi regimi mostruosi.

Sono certamente “vetero-” e anche un po’ “catto-” comunista, ma mi attengo alla lezione di Lorenzo Milani:

A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca.

Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.

[...]

A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.

C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico. [il testo integrale di L'obbedienza non è più una virtù lo potete trovare qui]

Governare è asfaltare?

“Governare non è asfaltare”, amava ripetere Bettino Craxi. “Governare è asfaltare”, pare abbia detto – recentemente – Giulio Tremonti.

Allora?

Se guardiamo all’etimologia, in prima battuta ha ragione Bettino: “governare” viene dal greco Κυβερνήτης attraverso il latino gubernare (“reggere il timone”). La radice è la stessa di “cibernetica” e include il riferimento a Κυβε (“testa”, da cui deriva l’italiano “capo”). Tutto si tiene, dunque? Stiamo parlando di sistemi di controllo, in senso un po’ tecnocratico, e la nobile arte di asfaltare non c’entra nulla. Craxi-Tremonti 1-0.

Un momento. Parliamo di strategia. Governare non è asfaltare, è avere una strategia. O no?

Lo stratega, nell’antica Grecia, era il comandante militare (στρατός + ηγούμαι, cioè il comandante dell’accampamento – ηγούμαι è il verbo da cui viene “egemonia”). L’accampamento è στρατός perché era “disteso”, “dispiegato” sul terreno. Noi conserviamo la stessa radice, pressoché uguale, nella parola “strato”. In inglese, dalla medesima radice deriva street, “strada” (eh già, anche l’italiano strada deriva da στρατός).

E quindi, Tremonti pareggia. Anzi, con i tempi che corrono, mi sa che vince.

Capito lo stratagemma?

Autocalunnia [3]

Adesso mi aspetto che qualcuno vada a chiedergli scusa, ad Alexandru Isztoika Loyos.

Certo, non tutti quelli che lo hanno dipinto come un mostro e trattenuto in carcere anche dopo che era stato scagionato dello stupro di San Valentino, perché altrimenti la fila davanti alla porta del carcere sarebbe troppo lunga (perché il nostro, mi risulta, è ancora in galera). Mi accontenterei dei loro rappresentanti istituzionali.

Ecco la mia proposta dei 3 che dovrebbero andare a chiedere scusa:

  • il ministro dell’interno Roberto Maroni, in rappresentanza dei questurini tutti e (per estensione) di tutte le forze dell’ordine, anche se dipendenti da altri ministeri;
  • il vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino, in rappresentanza dei pubblici ministeri e degli altri magistrati che hanno trattenuto in carcere il rumeno “presunto innocente” con imputazioni e motivazioni sempre più risibili;
  • il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana Francesco Angelo Siddi, in rappresentanza dei giornalisti.

Ancora Attali [2]

Il sito attaligratuit.wordpress.com è un falso. Meglio: un sito satirico. Ci sono cascato in pieno (ma ancora più inquietante è che ci siano caduti Giovanni De Mauro e Internazionale). Ringrazio Il barbarico re per avermelo segnalato.

In effetti, sarebbe stato sufficiente leggere con un po’ di attenzione la biografia di Attali (“je suis diplômé [...] de l’Ecole des Mines à crayon”; “J’ai enseigné l’économie théorique à l’Ecole Polygamique”; “Je suis docteur honoris causas-nostras de plusieurs universités étrangères”) e qualche titolo delle sue opere (il mio preferito? “2000 : Baise Pascal ou le génie lubrique français – Biographie – Éditions Fayard”).

Niente male, comunque: ““Pour ou Contre ?” , la tyrannie de la pensée binaire, qui devrait rester reservée aux machines. [...] Ni pour, ni contre, bien au contraire…”

Live

Chers amis.

J’ai décidé d’entamer une tournée mondiale, une série de lectures publiques marathon,  dits « concerts-littéraires », des performances de hard-littérature (littérature dure), durant lesquelles je lirais l’intégralité de mes 50 livres en une seule longue soirée.

Vu la durée exceptionnelle des ces « concerts » dont chaque représentation durera près de 15 heures, ceux et celles qui le désirent pourront dormir ou faire la sieste, afin d’éviter l’épuisement.  Des sacs de couchages, des oreillers ainsi que des somnifères seront fournis à la demande.

Je ne toucherais évidemment aucun bénéfice sur ces concerts, afin de pouvoir baisser le prix des tickets. Les besoins de la vie quotidienne se plieront devant mon désir de vivre uniquement d’amour et d’eau fraiche.

La tournée sera intitulée : « Rage Against The Machine ». Plusieurs dates sont prévues en France durant le mois de  février 2010.

Plus d’informations dans les prochains jours.

Votre ami, Jacques Attali

Ancora Attali

Abbiamo parlato, in due occasioni, di libri di Jacques Attali (Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo e Breve storia del futuro).

Oggi ne parliamo con riferimento a una sua recente presa di posizione (riprendo da Internazionale di oggi, 20 marzo 2009).

La settimana

Lezioni

“Che sia possibile, nel 2009, far votare al parlamento, con i voti della destra e di una parte della sinistra, una legge indegna come quella in discussione oggi è un ulteriore segno del fatto che le élite politiche ed economiche di questo paese non capiscono nulla di giovani, di tecnologia e di cultura”. Sembra l’Italia, ma siamo in Francia. E sono parole di Jacques Attali, intellettuale ed economista, a lungo consigliere di Mitterrand. Nel suo blog, Attali ha attaccato il progetto di legge che vuole impedire il download gratuito di musica e film. L’ha definito “scandaloso e ridicolo”, perché applica una norma sul diritto d’autore che risale al diciottesimo secolo. Bisogna trovare nuovi modi. Nei commenti al suo post, un anonimo lettore ha scritto: “Sono un musicista indipendente. Lei avrà l’autorità morale per dare lezioni sulla gratuità solo quando avrà messo gratis su internet tutti i suoi libri”. Il giorno dopo Attali l’ha fatto: i cinquanta saggi che ha scritto negli ultimi trent’anni sono online a disposizione di tutti. – Giovanni De Mauro

L’articolo originale lo trovate qui (dove trovate anche il dibattito che l’intervento di Attali ha scatenato):

Une loi scandaleuse et ridicule

Comme en agriculture, où les riches paysans de la Beauce se sont depuis  longtemps cachés   derrière les pauvres agriculteurs de montagne, pour obtenir des  subventions  dont ils étaient en fait  les principaux bénéficiaires, les industries du cinéma et de la musique mettent   maintenant en avant quelques créateurs et quelques chanteurs bien vus des puissants, pour maintenir d’indéfendables rentes de situation.

Qu’on puisse dans la France de 2009  présenter et faire voter au Parlement, avec les voix de toute la droite et d’une partie de la gauche,  une loi aussi indigne que celle qui vient en débat cette semaine à l’Assemblée nationale est une signe de plus d’un pays dont les élites politiques et économiques ne comprennent plus  rien ni à la jeunesse, ni à la technologie, ni à la culture.  D’un pays où les mots distraction, culture, art, spectacle, commerce, chiffres d’affaires sont employés de façon indifférenciée  .

Cette loi vise à surveiller ceux qui téléchargent gratuitement de la musique ou des films, à leur envoyer une semonce, puis une amende, ou l’interdiction de l’accès à internet. Cette loi est absurde et scandaleuse.

Absurde, parce que plus personne ne télécharge :  on regarde ou écoute en streaming . Absurde parce que toute volonté de crypter est sans cesse contournée par des moyens de le dépasser. Absurde parce qu’on prétend  interdire d’accès  à internet toute une famille, qui en a besoin pour son travail, parce qu’un enfant utilise l’ordinateur familial pour écouter de la musique.  Absurde parce que les vrais artistes n’ont rien à perdre à faire connaitre leurs œuvres, ce  qui leur attirent de nouveaux spectateurs et   les protègent, à terme, contre l’oubli.

Scandaleuse   parce que cette loi ouvre la voie à une surveillance générale de tous les  faits et gestes des internautes ;  parce qu’elle protège les rentes de situation des entreprises de média, qui ne sont pas incitées à apporter des nouveaux services à leurs clients (les paroles des chansons, les œuvres d’artistes inconnus, des films en 3 D ou tant d’autres innovations qui s’annoncent ailleurs) et les privilèges des fournisseurs d’accès,( qui devraient, en finançant une licence globale, fournir la rémunération des droits d’auteurs, des interprètes, des maisons de disques inventives  et des agents des artistes ) . Scandaleuse surtout parce que, pour une fois qu’on pouvait donner quelque chose gratuitement à la  jeunesse,  première victime de la crise, voilà qu’on préfère engraisser les majors de la musique et du cinéma, devenues aujourd’hui cyniquement, consciemment,   les premiers parasites de la culture.  Et en particulier, comment la gauche, dont la mission est de défendre la gratuité contre le marché, peut elle se prêter à une telle hypocrisie ?

A la fin du 18ème siècle, les  lois sur les droits d’auteurs ont été écrites pour protéger les créateurs contre les marchands. Au milieu du 19ème siècle, telle fut aussi  la raison d’etre des premières  sociétés d’auteurs . Voilà qu’on prétend les utiliser pour protéger les marchands contre les créateurs !   Pire même, voilà qu’on prétend  transformer les artistes en une avant-garde  d’une police de l’Internet  où sombrerait la démocratie.

Cette loi sera sans doute  votée, parce qu’elle est le pitoyable résultat d’une connivence passagère entre des hommes politiques, de gauche comme de droite,  toujours soucieux de s’attirer les bonnes grâces d’artistes vieillissants et des chefs d’entreprises bien contents de protéger leurs profits sans rien changer  à leurs habitudes.

Cela échouera, naturellement. Pour le plus grand ridicule de tous.

Se invece volete leggere o scaricare gratuitamente i saggi di Attali, l’indirizzo è: attaligratuit.wordpress.com. Le opere non ci sono ancora, ma ci trovate il commento all’intervento precedente che ha indotto Attali a questo passo.

Anche Paul Krugman (premio Nobel per l’economia 2008) è a favore del download gratuito: lo ha scritto sul New York Times del 6 giugno 2008.

Op-Ed Columnist

Bits, Bands and Books

Published: June 6, 2008

Do you remember what it was like back in the old days when we had a New Economy? In the 1990s, jobs were abundant, oil was cheap and information technology was about to change everything.

Then the technology bubble popped. Many highly touted New Economy companies, it turned out, were better at promoting their images than at making money — although some of them did pioneer new forms of accounting fraud. After that came the oil shock and the food shock, grim reminders that we’re still living in a material world.

So much, then, for the digital revolution? Not so fast. The predictions of ’90s technology gurus are coming true more slowly than enthusiasts expected — but the future they envisioned is still on the march.

In 1994, one of those gurus, Esther Dyson, made a striking prediction: that the ease with which digital content can be copied and disseminated would eventually force businesses to sell the results of creative activity cheaply, or even give it away. Whatever the product — software, books, music, movies — the cost of creation would have to be recouped indirectly: businesses would have to “distribute intellectual property free in order to sell services and relationships.”

For example, she described how some software companies gave their product away but earned fees for installation and servicing. But her most compelling illustration of how you can make money by giving stuff away was that of the Grateful Dead, who encouraged people to tape live performances because “enough of the people who copy and listen to Grateful Dead tapes end up paying for hats, T-shirts and performance tickets. In the new era, the ancillary market is the market.”

Indeed, it turns out that the Dead were business pioneers. Rolling Stone recently published an article titled “Rock’s New Economy: Making Money When CDs Don’t Sell.” Downloads are steadily undermining record sales — but today’s rock bands, the magazine reports, are finding other sources of income. Even if record sales are modest, bands can convert airplay and YouTube views into financial success indirectly, making money through “publishing, touring, merchandising and licensing.”

What other creative activities will become mainly ways to promote side businesses? How about writing books?

According to a report in The Times, the buzz at this year’s BookExpo America was all about electronic books. Now, e-books have been the coming, but somehow not yet arrived, thing for a very long time. (There’s an old Brazilian joke: “Brazil is the country of the future — and always will be.” E-books have been like that.) But we may finally have reached the point at which e-books are about to become a widely used alternative to paper and ink.

That’s certainly my impression after a couple of months’ experience with the device feeding the buzz, the Amazon Kindle. Basically, the Kindle’s lightness and reflective display mean that it offers a reading experience almost comparable to that of reading a traditional book. This leaves the user free to appreciate the convenience factor: the Kindle can store the text of many books, and when you order a new book, it’s literally in your hands within a couple of minutes.

It’s a good enough package that my guess is that digital readers will soon become common, perhaps even the usual way we read books.

How will this affect the publishing business? Right now, publishers make as much from a Kindle download as they do from the sale of a physical book. But the experience of the music industry suggests that this won’t last: once digital downloads of books become standard, it will be hard for publishers to keep charging traditional prices.

Indeed, if e-books become the norm, the publishing industry as we know it may wither away. Books may end up serving mainly as promotional material for authors’ other activities, such as live readings with paid admission. Well, if it was good enough for Charles Dickens, I guess it’s good enough for me.

Now, the strategy of giving intellectual property away so that people will buy your paraphernalia won’t work equally well for everything. To take the obvious, painful example: news organizations, very much including this one, have spent years trying to turn large online readership into an adequately paying proposition, with limited success.

But they’ll have to find a way. Bit by bit, everything that can be digitized will be digitized, making intellectual property ever easier to copy and ever harder to sell for more than a nominal price. And we’ll have to find business and economic models that take this reality into account.

It won’t all happen immediately. But in the long run, we are all the Grateful Dead.

Krugman non ha (ancora?) reso disponibili tutte le sue opere per il download gratuito, ma sul suo sito si trova già parecchio.