How does it feel?

Sabato sera sono stato rifiutato da un ristorante.

Non che fosse pieno, o che i tavoli liberi fossero stati prenotati. No. Un ragazzo sulla porta, un cameriere o un buttafuori, ha chiesto a me e ai due amici con cui ero: “Do you speak Korean?”

E alla nostra prevedibile risposta negativa ci ha cacciati con un gesto eloquente della mano. E poi, perché fosse più chiaro, ci ha sbarrato l’ingresso con il corpo.

Per la verità non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Anni fa mi era successo a Tokyo: ci sono dei locali (ristoranti e bar) in cui l’accesso è riservato ai giapponesi, che si considerano tradizionalmente una “razza” eletta. Che capitasse, era scritto anche sulle guide. [Il ristorante coreano, invece, era addirittura segnalato dalla guida che avevo con me, la Rough Guide.]

Ma chiaramente non è questo il punto. Il punto è che, a volte, è bene essere dalla parte dei discriminati, invece che dei razzisti, giusto per sapere “how does it feel?”.

Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you
You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

You’ve gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
Nobody has ever taught you how to live out on the street
And now you’re gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And say do you want to make a deal?

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
A complete unknown
Like a rolling stone?

You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all did tricks for you
You never understood that it ain’t no good
You shouldn’t let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain’t it hard when you discover that
He really wasn’t where it’s at
After he took from you everything he could steal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinkin’, thinkin’ that they got it made
Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you’d better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

The Days of Pearly Spencer

Riemersa dalle torbiere della memoria grazie a una trasmissione radiofonica (File urbani su Radio3).

A tenement, a dirty street
Walked and worn by shoeless feet
In silence long and so complete
Watch by shivering sun.

Old eyes in a small child’s face
Watching as the shadows race
Through walls and cracks that leave no trace
And daylight’s brightness shun

The days of Pearly Spencer,
Ahaha
The race is almost run

Nose pressed hard on frosted glass
Gazing as the swollen mass
On concrete fields where grows no grass
Stumbles blindly on

Iron trees smother the air
But withering they stand and stare
Through eyes that neither know nor care
Where the grass has gone

The days of Pearly Spencer,
Ahaha
The race is almost run

Pearly, where’s your milk-white skin ?
What’s that stubble on your chin ?
It’s buried in the rotgut gin
You’ve played and lost, not won

You played a house that can’t be beat
Now look, your head’s bowed in defeat
You walked too far along the street
Where only rats can run

The days of Pearly Spencer,
Ahaha
The race is almost run

David McWilliams, l’autore, era nato nel 1945 a Belfast (è morto nel 2002, a soli 56 anni) e apparteneva al giro dei Them (Van Morrison!). Questa canzone, del 1967, non entrò in classifica nel Regno Unito ma divenne piuttosto nota nell’Europa continentale.

La canzone ha avuto tantissime cover. La più famosa, in Italia, fu quella di Caterina Caselli, che nel 1968 la portò al successo al Cantagiro.

Nel 1986 la riprese Ivan Cattaneo: chi se lo ricorda?. Dimenticabile!

Ancora più di recente, Elisa. Io, di mio, continuo a preferire la Caselli.

Negli Stati Uniti fu incisa da The Grass Roots, un gruppo abbastanza specializzato in cover (oltre a quella di Ballad of a Thin Man di Bob Dylan, che compare nella colonna sonora di Good Morning Vietnam, nel 1969  incisero e portarono al 21° posto delle classifiche statunitensi Balla Linda di Lucio Battisti).

In Francia l’hanno incisa, nel 1988, i Vietnam Veterans, in una versione tra lo psichedelico e il grunge…

Il cerchio si chiude quando nel 1991 la incide Marc Almond (non senza averci aggiunto, di suo, un’ultima strofa che attenua il finale disperato dell’originale) e la porta al successo anche nel Regno Unito, dove raggiunge il 4° posto in classifica nel 1991.

A tenement, a dirty street
Remember worn and shoeless feet
Remember how you stood to beat
The way your life had gone
So Pearly don’t you shed more tears
For those best forgotten years
Those tenements are memories
Of where you’ve risen from

Lo sputtanamento

Lo so, ci avranno pensato in tanti. Ma non resisto lo stesso a metterlo.

La canzone, del 1978, è di Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni ed Enzo Jannacci.

La la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia di orinare senza mai farsi capire
ma la scarpa è già bagnata
e la patta disagiata
già c’è fuori il pendolone
fischia il vento nel calzone
olé olé
olé olé.

E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia d’imparare
abbracciare e non toccare
ma è già largo il pantalone
e robusto il pendolone
dico che è maleducato
quel che l’hanno già sgonfiato
olé olé
olé olé.

E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
è guardare il suo balcone
che si sa che non è in casa
è andata via a fare una cosa
sul balcone c’è le rose
e la luce ancora accesa
poi c’è lui che sputa giù
uh uh
uh uh
uh uh
uh uh

E così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
e così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
olé olé
olé olé
olé olé
olé olé.

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
[sfumando]
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

Questa è la versione dal vivo del solo Cochi Ponzoni, dalla leggendaria trasmissione di Paolo Rossi Su la testa.

Obituary: Edith Piaf (10 ottobre 1963)

Il ritardo del mio convoglio aumenta …

Muore di cancro al fegato, dopo una vita dissoluta e scandalosa. E allora l’arcivescovo di Parigi le nega il funerale religioso. Ma 100.000 parigini seguono comunque il corteo funebre.

Non, je ne regrette rien è l’orgoglioso inno dei perdenti di tutto il mondo, da cantare con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. Ma nelle intenzioni della Piaf era una canzone politica, e di destra se per quello, dedicata alla Legione straniera ai tempi della guerra d’Algeria.

Non, Je Ne Regrette Rien
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Ni Le Bien Qu’on M’a Fait, Ni Le Mal
Tout Ca M’est Bien Egal
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
C’est Paye, Balaye, Oublie, Je Me Fous Du Passe
Avec Mes Souvenirs J’ai Allume Le Feu
Mes Shagrins, Mes Plaisirs,
Je N’ai Plus Besoin D’eux
Balaye Les Amours Avec Leurs Tremolos
Balaye Pour Toujours
Je Reparas A Zero
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Ni Le Bien Qu’on M’a Fait, Ni Le Mal
Tout Ca M’est Bien Egal
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Car Ma Vie, Car Me Joies
Aujourd’hui Ca Commence Avec Toi

Quodlibet

“Nel Medioevo, questione discussa pubblicamente nelle università intorno ad argomenti proposti dagli ascoltatori. In musica, composizione a carattere scherzoso in uso dal XII al XVIII secolo, consistente nella contrapposizione di melodie, sacre o profane, diverse sia per il tono del testo sia per la musica.” [De Mauro online]

Dal latino, quod libet, “ciò che ti pare e piace”.

Il più famoso qudlibet della storia della musica è quello che Johann Sebastian Bach piazza come 30ª variazione delle celeberrime Variazioni Goldberg (BWV 988). Come era abitudine di Bach, le Variazioni Goldberg hanno una struttura musical-matematica rigidissima. Sono 10 gruppi di 3 variazioni, di cui la terza è sempre un canone, secondo una sequenza ascendente: la variazione 3 è un canone all’unisono, la 6 un canone alla seconda, la 3 un canone alla terza e così via (non è necessario sapere che cos’è un canone all’unisono eccetera per apprezzare quanto segue, ma se siete curiosi potete leggere su Wikipedia).

Arrivato alla 30ª variazione, che dovrebbe essere un canone alla decima secondo le regole che lo stesso Bach si è dato, sorpresa!, Bach ci schiaffa un quodlibet basato su due canzoni popolari tedesche, Ich bin solang nicht bei dir g’west, ruck her, ruck her (“Per troppo tempo sono stato lontano da te, vieni qua, vieni qua”) e Kraut und Rüben haben mich vertrieben, hätt mein’ Mutter Fleisch gekocht, wär ich länger blieben (“Crauti e rape mi hanno fatto andar via, se mia madre avesse fatto la carne sarei restato”).

Penso di non dover aggiungere altro. Buon divertimento (suona il grande Grigorij Sokolov).

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Nisida e la soluzione 30%

Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.

Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):

«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri [...]

Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.

Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.

La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.

Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?

I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.

Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese  a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.

E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.

La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.

È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.

“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…

No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale

No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana

Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Jack Bruce & la macchina di Berlusconi

Di Jack Bruce ho parlato pochissimo tempo fa, e quindi non mi dilungherò in chiacchiere vane.

Ieri (25 luglio 2009) ha suonato a Roma, al festival di Villa Ada, con un power trio formato – oltre che da lui al basso – da Robin Trower (ex Procol Harum) alla chitarra e da Gary Husband (ex Level 42) alla batteria. Naturalmente, oltre al loro nuovo album, non potevano mancare le rievocazioni dei Cream, di cui hanno eseguito 5 brani: Sunshine of Your Love, We’re Going Wrong, White Room, Politician e Spoonful.

Politician racconta la storia di un politico che usa il suo potere come arma di rimorchio più o meno mafioso (“Hey now baby, get into my big black car, want to just show you what my politics are”). Ma non mi aspettavo che Jack Bruce, un signore 67enne, una vita dedicata al blues, modificasse le parole per cantare “get into Mr Berlusconi’s car”. Certo, è pur sempre possibile che Bruce sia amico di Scalfari e la sua casa discografica sia proprietà di Rupert Murdoch … possibile ma secondo me improbabile. Mi sembra più probabile che all’estero sia proprio questa l’immagine del nostro presidente del consiglio.

Qui gliela sentiamo eseguire dal vivo nel 1990 (ovviamente senza il riferimento a Berlusconi, che non era ancora sceso in campo) insieme a Rory Gallagher, un altro grandissimo chitarrista (ascoltare per credere).

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

I’m a political man and I practice what I preach.
I’m a political man and I practice what I preach.
So don’t deny me baby, not while you’re in my reach.

I support the left, though I’m leaning, leaning to the right.
I support the left, though I’m leaning to the right.
But I’m just not there when it’s coming to a fight.

Hey now baby, get into my big black car.
Hey now baby, get into my big black car.
I want to just show you what my politics are.

Ed ecco le altre. Sunshine of Your Love, Cream, circa 1968, dal vivo.

It’s getting near dawn,
When lights close their tired eyes.
I’ll soon be with you my love,
To give you my dawn surprise.
I’ll be with you darling soon,
I’ll be with you when the stars start falling.

I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

I’m with you my love,
The light’s shining through on you.
Yes, I’m with you my love,
It’s the morning and just we two.
I’ll stay with you darling now,
I’ll stay with you till my seas are dried up.

Chorus

Repeat Second Verse

I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
I’ve been waiting so long
To be where I’m going
In the sunshine of your love.

We’re Going Wrong. Ho scelto questa versione (live alla BBC nel 1968, su YouTube c’è anche quella in studio di Disraeli Gears), anche se imperfetta nella voce, perché dà un’idea molto piuù precisa di che cosa fossero i Cream dal vivo.

Please open your eyes.
Try to realize.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

Please open your mind.
See what you can find.
I found out today we’re going wrong,
We’re going wrong.

We’re going wrong.
We’re going wrong.
We’re going wrong.

White Room. Al concerto d’addio, fine 1968. Ascoltate il dialogo tra la voce di Bruce e la chitarra di Clapton, verso la fine del secondo minuto. E l’assolo dall’inizio del quarto.

In the white room with black curtains near the station.
Blackroof country, no gold pavements, tired starlings.
Silver horses ran down moonbeams in your dark eyes.
Dawnlight smiles on you leaving, my contentment.

I’ll wait in this place where the sun never shines;
Wait in this place where the shadows run from themselves.

You said no strings could secure you at the station.
Platform ticket, restless diesels, goodbye windows.
I walked into such a sad time at the station.
As I walked out, felt my own need just beginning.

I’ll wait in the queue when the trains come by;
Lie with you where the shadows run from themselves.

At the party she was kindness in the hard crowd.
Consolation for the old wound now forgotten.
Yellow tigers crouched in jungles in her dark eyes.
Now she’s dressing, goodbye windows, tired starlings.

I’ll sleep in this place with the lonely crowd;
Lie in the dark where the shadows run from themselves.

Infine, Spoonful. Registrato nella stessa occasione di Sunshine of Your Love (Bruce con il colbacco). Nella versione live del concerto d’addio dura oltre 10 minuti e quindi su YouTube è in 2 parti. Questo è l’unico dei brani a non essere stato scritto da Bruce (è di Willie Dixon – come bonus vi faccio ascoltare anche la versione di Howlin’ Wolf, circa 1960).

Could fill spoons full of diamonds,
Could fill spoons full of gold.
Just a little spoon of your precious love
Will satisfy my soul.

Men lies about it.
Some of them cries about it.
Some of them dies about it.
Everything’s a-fightin’ about the spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.
That spoon, that spoon, that spoonful.

Could fill spoons full of coffee,
Could fill spoons full of tea.
Just a little spoon of your precious love;
Is that enough for me?

Chorus

Could fill spoons full of water,
Save them from the desert sands.
But a little spoon of your forty-five
Saved you from another man.

Chorus

Ships in the Night – Jack Bruce

Mi sono già interrogato altre volte su come nasce una canzone capolavoro (ancora non me la sento di cimentarmi con elucubrazioni su come nasca un capolavoro in generale). Me lo sono chiesto, ad esempio, a proposito di Grace di Jeff Buckley che, per quanto bravo, non ha mai fatto, né prima né dopo, una cosa così bella. Anche Two Step di Dave Matthews – che invece è un capitano di lungo corso con molta buona musica al suo attivo – è così: una supernova in una galassia di stelle di tutte le grandezze. la cui luminosità impallidisce in presenza di un brano dolce e trascinante.

Ancor più di Dave Matthews, Jack Bruce è un musicista di lunghissimo corso. Attivo dal 1962 (bassista del Blues Incorporated di Alexis Korner), è famoso soprattutto per essere stato il bassista, la voce e il compositore dei Cream, con Eric Clapton e Ginger Baker. Nei 2 anni in cui i Cream esistettero, Bruce scrisse brani come White Room e Sunshine of Your Love. Negli anni successivi, e fino a oggi, Jack Bruce ha inanellato collaborazioni e buona musica. Seguito da pochi fan e in una relativa oscurità. Ma per me questa Ships in the Night è una delle canzoni più belle e “classiche” che io conosca. La voce femminile è quella di Maggie Reilly e l’assolo di chitarra (bellissimo) che inizia intorno a 3′20″ è di Eric Clapton (che suona insieme a Bruce anche in un altro paio di brani dell’album, SomethinELS, per la prima volta dopo gli anni dei Cream).

Ships in the night
Searching for day
Beckoning lips
So far away
Shadows adrift
Hiding from light
Ships in the night
Sometimes you feel
Then again you can’t
Morning comes down
Soon after the dance
Time slowly drowns
Streets so unreal
Needing to heal

Harbours of love
Shining so calm
Far beyond pain
Outside of harm
Why must we move
Into the rain
Again . . .
Ships in the night
Riding the waves
Yesterday slips
Into the haze
Memories ripped
Sliding from sight
Ships in the night

Maybe you win,
Maybe you lose
Future seems like
Just another ruse
Sirens invite
Us to begin
Come right on in

Harbours of love
Shining so calm
Far beyond pain
Outside of harm
Why must we move
Out of the sun
Into the rain
Again . . .

Questa è una versione dal vivo, incisa nel 1993. L’assolo di chitarra, che inizia intorno a 3′40″, più “sofferto” di quello della versione in studio ma (secondo me) altrettanto bello, è di David “Clem” Clempson (ex Colosseum e Humble Pie: ma qualcuno se ne ricorda ancora, di questi gruppi di blues-rock inglese? Forse Mauro Pagani e il suo amico Sonny …).

La cura e la manutenzione

La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.

Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.

La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.

Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.

Volevano dirmi: tu non sei così!

Ma come si fa a essere così?

Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.

Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.

Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.

Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.

Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.

Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.

Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.

Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.

Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».

Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.

La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.

L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su www.limesonline.com.

Foto Dimnitri Antoniou

Foto Dimitri Antoniou

Skunk Anansie – Hedonism

I hope you’re feeling happy now
I see you feel no pain at all it seems
I wonder what you’re doin’ now
I wonder if you think of me at all
do you still play the same moves now
or are those special moods for someone else
I hope you’re feeling happy now

just because you feel good
doesn’t make you right, oh no
just because you feel good
still want you here tonight

does laughter still discover you
I see through all the smiles that look so right
do you still have the same friends now
to smoke away your problems and your life
and how do you remember me
the one that made you laugh until you cried
I hope you’re feeling happy now

just because you feel good
doesn’t make you right, oh no
just because you feel good
still want you here tonight, want you …

oh no …!

<2x>
just because you feel good
doesn’t make you right, oh no
just because you feel good
still want you here tonight, want you …

I wonder what you’re doing now
I hope you’re feeling happy now
I wonder what you’re doing now
I hope you’re feeling happy now