How does it feel?

Sabato sera sono stato rifiutato da un ristorante.

Non che fosse pieno, o che i tavoli liberi fossero stati prenotati. No. Un ragazzo sulla porta, un cameriere o un buttafuori, ha chiesto a me e ai due amici con cui ero: “Do you speak Korean?”

E alla nostra prevedibile risposta negativa ci ha cacciati con un gesto eloquente della mano. E poi, perché fosse più chiaro, ci ha sbarrato l’ingresso con il corpo.

Per la verità non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Anni fa mi era successo a Tokyo: ci sono dei locali (ristoranti e bar) in cui l’accesso è riservato ai giapponesi, che si considerano tradizionalmente una “razza” eletta. Che capitasse, era scritto anche sulle guide. [Il ristorante coreano, invece, era addirittura segnalato dalla guida che avevo con me, la Rough Guide.]

Ma chiaramente non è questo il punto. Il punto è che, a volte, è bene essere dalla parte dei discriminati, invece che dei razzisti, giusto per sapere “how does it feel?”.

Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you
You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

You’ve gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
Nobody has ever taught you how to live out on the street
And now you’re gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And say do you want to make a deal?

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
A complete unknown
Like a rolling stone?

You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all did tricks for you
You never understood that it ain’t no good
You shouldn’t let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain’t it hard when you discover that
He really wasn’t where it’s at
After he took from you everything he could steal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinkin’, thinkin’ that they got it made
Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you’d better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Impagabile Brunetta [2]

Benché non l’abbia mai sollecitato, e forse perché sono un dirigente pubblico (FANNULLONE tuttoalto e grassetto), ricevo immancabilmente la newsletter il VELINO (agenzia di stampa quotidiana nazionale diretta da Daniele Capezzone – e scusate se è poco): “Newsletter tematica, in collaborazione con il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, dedicata all’approfondimento degli argomenti relativi alla PA e all’innovazione. Un appuntamento settimanale con interviste, comunicati, progetti, bandi, leggi e dossier. Ma non solo, anche sondaggi sul rapporto cittadino/Pubblica amministrazione. Per seguire l’iter legislativo di un settore in evoluzione e in profonda trasformazione.”

Non penso sia necessario aggiungere molto. Sul numero che mi è arrivato oggi, 19 ottobre 2009, compariva la notizia seguente, che cito parola per parola:

Brunetta: sogno Venezia, ma porterò a termine l’impegno di ministro

–IL VELINO INNOVAZIONE E PA–

Roma – Resterà ministro o si candiderà a sindaco di Venezia? Da tempo Renato Brunetta viene indicato fra i papabili per la corsa alla poltrona di primo cittadino ora occupata da Massimo Cacciari. A rivolgere di nuovo al titolare della Pa la domanda sul proprio futuro è La Stampa in edicola oggi, lunedì 19 ottobre. “Chiunque faccia politica sogna di diventare sindaco della sua città. Ma io ho preso un altro impegno, di fronte a sessanta milioni di italiani, e lo porterò a termine” ha assicurato Brunetta. (red/riv)

Non sono un assiduo spettatore televisivo. Ma l’altra sera mi è capitato di vedere Brunetta a che contestava a Lilli Gruber le cifre sulle auto blu, vantandosi di essere un appassionato di cifre e producendosi in un convincente calcolo “sul retro di una busta” per dimostrare che le cifre di cui si parla sono fantasiose. Avevo apprezzato. Ma mi ero sbagliato.

O Brunetta è un furbacchione che piega i numeri a suo piacimento (e io la ritengo cosa riprovevole) oppure non sa far di conto (e per me è pure peggio, e si passa dal riprovevole allo spregevole).

  1. Brunetta non ha preso un impegno di fronte a 60 milioni di italiani. O forse sì, se si suppone che tutti guardassero la televisione all’atto del suo giuramento. E allora, forse, anche davanti a qualche milione di non italiani, che si trovavano a vedere quella trasmissione in quel momento. Ma se non vogliamo giocare con le parole, Brunetta il suo impegno l’ha preso soltanto con il Presidente del consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, che gli ha delegato dei compiti specifici (Brunetta è un ministro senza portafoglio).
  2. Brunetta è attento alle parole che usa, ma il suo discorso tende a farci credere che anche lui opera per investitura del popolo (in mano ai demagoghi il popolo è quasi peggio della ggente). Gli ricordiamo che, in questo sistema elettorale (il calderoliano porcellum) il popolo vota i partiti. I partiti scelgono i candidati da eleggere (sui quali gli elettori non hanno possibilità di scegliere alcunché), in base a calcoli più o meno imperscrutabili. Nel caso di Brunetta, tuttavia, pensiamo si possa escludere che gli abbiano dato un posto in lista per la sua avvenenza o perché era stato “carino” con qualche potente.
  3. In ogni caso, sono 60 milioni (da qualche mese, ma non lo erano nell’aprile del 2008) i residenti in Italia. Ma non tutti possono votare alle elezioni politiche per la Camera dei deputati.
  4. Vanno anzitutto esclusi gli stranieri residenti, anche se in Italia risiedono regolarmente e pagano le tasse come me – che le pago (no taxation without representation loro non lo possono dire!). E anche se sono nati in Italia. Stiamo parlando rispettivamente di quasi 4 milioni e di oltre mezzo milione di persone.
  5. Vanno poi esclusi quelli che non hanno diritto al voto, soprattutto per motivi di età (minori di 18 anni, nel caso della Camera dei deputati). Gli aventi diritto al voto, nel 2008, erano circa 45 milioni.
  6. Di questi quasi il 20% non è andato a votare. I voti validi sono stati poco più di 36 milioni.
  7. La coalizione cui appartiene Brunetta ha ottenuto appena più di 17 milioni di voti. Non pochi. Certo più del 50% dei voti validi che ti fa vincere le elezioni (con sostanzioso premio di maggioranza). Ma certo anche molto meno dei 60 milioni di cui parla Brunetta (e con lui il suo capo).

In conclusione, se Brunetta ci tiene tanto a fare il sindaco di Venezia, si candidi tranquillo. 43 milioni di residenti in Italia (il 71,7%) saranno contenti o indifferenti. 17 milioni (il 28,3%), forse, si dispiaceranno di perdere un loro rappresentante in Parlamento. Il presidente del consiglio dei ministri, lui soltanto, dovrà cercare un sostituto: i ministri non li sceglie l’elettorato.

Restano i veneziani, che magari non vogliono Brunetta sindaco. Facciamo così. Lui si dimetta da parlamentare (come fanno le persone serie) e si candidi. Poi decidano gli elettori veneziani. Si chiama democrazia.

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Lo sputtanamento

Lo so, ci avranno pensato in tanti. Ma non resisto lo stesso a metterlo.

La canzone, del 1978, è di Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni ed Enzo Jannacci.

La la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia di orinare senza mai farsi capire
ma la scarpa è già bagnata
e la patta disagiata
già c’è fuori il pendolone
fischia il vento nel calzone
olé olé
olé olé.

E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia d’imparare
abbracciare e non toccare
ma è già largo il pantalone
e robusto il pendolone
dico che è maleducato
quel che l’hanno già sgonfiato
olé olé
olé olé.

E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
è guardare il suo balcone
che si sa che non è in casa
è andata via a fare una cosa
sul balcone c’è le rose
e la luce ancora accesa
poi c’è lui che sputa giù
uh uh
uh uh
uh uh
uh uh

E così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
e così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
olé olé
olé olé
olé olé
olé olé.

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
[sfumando]
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la

Questa è la versione dal vivo del solo Cochi Ponzoni, dalla leggendaria trasmissione di Paolo Rossi Su la testa.

Nisida e la soluzione 30%

Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.

Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):

«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri [...]

Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.

Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.

La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.

Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?

I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.

Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese  a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.

E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.

La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.

È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.

“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…

No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale

No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana

Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Imperdibile Brunetta!

Dalle Lettere al direttore su The Economist del 5 settembre 2009 (lo so che è domani, ma i periodici sono datati a capocchia):

Southern Italy

SIR – You inferred that Italy’s government stole funds intended for the south of the country—your term was “raided”—to use for other things (“The messy mezzogiorno”, August 15th). I assure you that no such theft has taken place. Southern Italy’s backwardness is mostly explained by some local authorities squandering money on unnecessary projects. Public administration is often a substitute for market activity in the mezzogiorno and the region needs to become more efficient. After years of frittering away money, the government decided that rather than providing cash without any underlying logic (only to see it wasted, or worse, taken by the Mafia) we would assign funds to serious projects with a guarantee of transparency and legality.

We are striving to make public administration as transparent as possible to every citizen in Italy. Furthermore, we are waging a full-blown war against crime, hitting criminal organisations at the very highest level, arresting important Mafia people, delinquents and fugitives. In short, the south has quite a lot of money and we are developing policies specifically for the region. But remember, the state needs to be efficient if it is to be effective.

Renato Brunetta
Minister for public administration and innovation
Rome

Wow! Un ministro italiano che scrive in inglese a un settimanale straniero. Il rivoluzionario Communist, per di più (molti anni fa, quando chiesero a uno dei miei figli, allora in 1ª elementare, che lavoro facesse il papà, rispose, per l’appunto, “il comunista”)! Sì, un inglese non perfetto, che ignora anche le regole di capitalization, e che fa il furbetto trattando come sinonimi stole, raided e theft

Ma non sottilizziamo.

Il falso grave è qui: “the government decided that rather than providing cash without any underlying logic (only to see it wasted, or worse, taken by the Mafia) we would assign funds to serious projects with a guarantee of transparency and legality.” I fondi di cui si parla sono, per lo più, la quota di cofinanziamento nazionale degli interventi europei (i fondi strutturali), destinati a serious projects with a guarantee of transparency and legality la cui underlying logic e la cui trasparenza e legalità di realizzazione sono verificati dalla Commissione europea, sulla base di regole condivise da tutti gli Stati membri e applicate da decenni. Tra le righe, quindi, leggo un ennesimo velenoso attacco all’Unione europea da parte del nostro governo.

Le 10 domande

A questo punto, vorrei che fosse chiaro che anch’io – per quello che conta (ma in democrazia conta, eccome) – mi pongo e pongo le stesso domande di Giuseppe D’Avanzo. Rivendico il diritto di porle, per gli organi di informazione e per i singoli cittadini. E rivendico anche il diritto di avere risposte.

E ne aggiungo 2 mie, piccole piccole: perché i dirigenti pubblici “fannulloni” sono obbligati per legge a pubblicare il proprio curriculum, i propri incarichi e la propria retribuzione e il signor Berlusconi querela chi gli pone domande inerenti il suo incarico politico e pubblico? L’essenza della democrazia liberale non consiste nel principio che anche il principe è soggetto alla legge?

(Per i legali di Berlusconi: Sì, queste ultime 2 sono domande retoriche)

Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice

Ho resistito fino all’ultimo, ma poi ho morbosamente ceduto e ieri mi sono andato a sentire i nastri pubblicati da L’Espresso. Per mia fortuna ho cominciato dai terzi, e meno noti. E sono rimasto subito colpito da un aspetto che, meglio di me, mette in luce Alessandro Robecchi su il manifesto di oggi, 24 luglio 2009.

BERLUSCONI-D’ADDARIO

Le istruzioni erotiche del Superpapi

Alessandro Robecchi

Il presidente allenatore faceva la formazione del Milan. Il presidente operaio prometteva instancabile operosità e modestia. Poi venne il presidente ferroviere che tagliava nastri e stringeva mani con il cappello da capostazione. E ora, questo presidente che dispensa consigli erotici a una professionista del ramo, come dovremmo chiamarlo, il presidente-zoccola? Il presidente-squillo? Va bene che è «uomo del fare», come dice lui, ma pretendere anche di essere «donna del fare» non sarà eccessivo? Eppure è vero: nelle registrazioni che Patrizia D’Addario ha raccolto nei paraggi del lettone grande di Putin a Palazzo Grazioli c’è anche questo, la voce lumacona di Superpapi che dà le sue indicazioni:
«Mi posso permettere? Tu devi fare sesso da sola… Devi toccarti con una certa frequenza». Insomma, lasci dire a me che me ne intendo… un po’ di allenamento, mi consenta!
E dunque, eccoci. Eccoci al coronamento, all’apoteosi, al non plus ultra, ai confini della realtà, al picco massimo umanamente consentito della berlusconeide, alla vetta e all’apice estremo. Ci siamo: cosa volere di più dell’uomo che dà consigli erotici alla donna? Dell’«utilizzatore finale» che insegna a una sex worker d’esperienza come usare il suo principale strumento di lavoro? In sostanza, quale immenso e ineguagliabile ridicolo si può aggiungere al cliente che consiglia a una professionista del sesso come tenersi in esercizio? Nemmeno Borat avrebbe osato tanto.
Ora naturalmente si potrà discettare a lungo (anche per decenni, se volete) sul buon gusto, il buon senso, la privacy, i segreti del talamo e tutto quello che volete. Chissenefrega. Il fatto inequivocabile e definitivo è che certe frasi, private o pubbliche che siano, descrivono gli uomini, ne disegnano la personalità, ne spiegano pregi e difetti, insomma li svelano perfettamente. E quel che ci appare dalle registrazioni della signora D’Addario – che l’Espresso diffonde a gocce, come un prezioso unguento sulle ferite degli italiani offesi da una leadership così inadeguata – è davvero un piccolo ometto in cerca di conferme.
E’ l’uomo che telefona il giorno dopo l’amplesso per sentirsi dire bravo. E’ l’uomo che – in possesso di un potere senza eguali nei paesi democratici – si dice da solo «ho fatto un bellissimo discorso, con applauso». Che spiega alla cortigiana complessi conti sul G8, per giungere alla conclusione che lui è «in-su-pe-ra-bi-le!». Questo libro «l’ho disegnato io». E ci mancherebbe. E questo l’ho fatto io. E questo l’ho pensato io. Io, io, io. Il vero dramma umano del signor Berlusconi Silvio, ciò che lascia sgomenti, non è qualche notte di sesso a tassametro. Ma piuttosto che inviti signorine a decine per farsi cantare in coro «Meno male che Silvio c’è», per assistere alla ola in suo onore, in definitiva per farsi battere le mani. Una bulimia di consenso che lascia atterriti, e al contempo una monumentale presunzione che sfocia immancabilmente nel consiglio, nell’indicazione, nell’«io farei così». Consigli all’allenatore del Milan. Consigli ai ministri. Consigli ai capi dell’opposizione. Consigli agli imprenditori. Consigli a tutti. Persino «darò io dei consigli a Obama», frase del 5 novembre (perché il 4 notte, si sa, aveva da fare). E ora, record del mondo, pure consigli alla escort in materia di sesso. In questa emergenza nazionale sospesa tra il dramma della democrazia e Alvaro Vitali, un caro pensiero va a Enzo Biagi. Pensando di esagerare, di creare un’iperbole, di fabbricare un paradosso estremo aveva detto: «Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice». Chissà come arrossirebbe quel vecchio galantuomo di fronte agli sviluppi odierni, ascoltando un Berlusconi che non si limita a usare il corpo delle donne, ma pretende pure di spiegarglielo.

Più equazioni, meno emozioni

DISCLAIMER: questo è il post di un vecchio pignolo puntiglioso e brontolone, irrimediabilmente e noiosamente razionalista.

Da una ventina di giorni, troneggiano nelle stazioni italiane (che sono costretto, controvoglia, a frequentare) dei grandi manifesti che fanno pubblicità alla nuova gamma Vespa. Nulla di particolarmente innovativo, anzi direi che siamo sul classico (qui sotto un esempio).

Insomma, niente a che vedere con la leggendaria campagna della fine degli anni ‘60: vi ricordate?

Della campagna attuale, quello che a me irrita profondamente è il terzo manifesto, quello dedicato alla Vespa 50: un ragazzo e una ragazza si danno un bacio sotto la scritta “MENO EQUAZIONI PIÚ EMOZIONI”.

Pubblicità irresponsabile, sotto gli esami di maturità: chissà quante vittime ha fatto agli esami, quest’anno così più severi. Irresponsabile anche per il futuro dell’Italia, che spende molto meno della media europea per la ricerca scientifica (e, suppongo, più della media per gli scooter). Le competenze matematiche dei nostri studenti quindicenni (proprio quelli nell’età da Vespa) – secondo l’indagine PISA (Programme for International Student Assessment), condotta su un campione rappresentativo di 400.000 studenti quindicenni in 57 paesi – sono nettamente più basse di quelle della media OCSE (il punteggio medio degli studenti italiani è pari a 462, contro una media OCSE di 498). Se volete saperne di più, potete cominciare a documentarvi da qui.

So bene che le classifiche sono spesso criticate come irrilevanti, ma non mi sembra che questo sia il caso (stiamo parlando di una ricerca di un organismo internazionale importante, giunta ormai alla sua terza edizione, e seguita in Italia direttamente dall’INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione). Ho ordinato la classifica per punteggio conseguito.

Taiwan-Cina 549
Finlandia 548
Corea 547
Hong Kong-Cina 547
Paesi Bassi 531
Svizzera 530
Canada 527
Liechtenstein 525
Macao-Cina 525
Giappone 523
Nuova Zelanda 522
Australia 520
Belgio 520
Estonia 515
Danimarca 513
Rep. Ceca 510
Islanda 506
Austria 505
Germania 504
Slovenia 504
Svezia 502
Irlanda 501
OCSE 498
Francia 496
Polonia 495
Regno Unito 495
Rep. Slovacca 492
Ungheria 491
Lussemburgo 490
Norvegia 490
Lettonia 486
Lituania 486
Spagna 480
Azerbaijan 476
Russia 476
Stati Uniti 474
Croazia 467
Portogallo 466
Italia 462
Grecia 459
Israele 442
Serbia 435
Uruguay 427
Turchia 424
Thailandia 417
Romania 415
Bulgaria 413
Cile 411
Messico 406
Montenegro 399
Indonesia 391
Giordania 384
Argentina 381
Brasile 370
Colombia 370
Tunisia 365
Qatar 318
Kyrgyzstan 311

I livelli di competenza sulla scala di matematica sono 6. Il primo attesta le competenze più elementari, il sesto le più elevate. Per quanto riguarda l’Italia, uno studente quindicenne su tre (per l’esattezza, il 32,8%) si colloca al di sotto del livello 2,  che attesta il minimo di competenza matematica in grado di consentire di confrontarsi in modo efficace con casi in cui la matematica è chiamata in causa in situazioni della vita quotidiana e lavorativa (nella media OCSE gli studenti a questo insufficiente livello di competenza sono il 21,3%). Per contro, soltanto il 6,3% degli studenti quindicenni italiani si colloca ai 2 livelli più elevati di competenza matematica (meno della metà della media OCSE, che si attesta al 13,3%).

Quindi, ragazzi, educatori, politici e pubblicitari: PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI. Del Vespino ne parliamo dopo.

E già che ci siamo, PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI, PIÚ RAZIONALITÀ MENO EMOZIONI anche nelle sc elte politiche, nel dibattito, nei mezzi di comunicazione.

PS: giacché se ne vantano pubblicamente nei CREDITS della campagna, esponiamoli al pubblico ludibrio questi signori:

CREDITS
Cliente: Gruppo Piaggio
Prodotto: Vespa
Responsabile Immagine e Pubblicità: Giuseppina Valente
Agenzia: TBWA\Italia
Titolo Campagna: Manifesto
Direttore Creativo Esecutivo: Geo Ceccarelli
Direttore Creativo Associato: Gina Ridenti
Art Director: Elena Pancotti
Copywriter: Lorenza Pellegri
Business Unit Director: Gabriele Carusi
Account Manager: Cabiria Granchelli
Account Executive: Filippo Miselli
Industrial Strange Head of tv Department: Alessandro Pancotti
Producer: Marianne Asciak
Fotografo: Adrian Samson
Centro Media: OMD
Mezzi: affissioni grandi stazioni
On air: 20 giugno 2009

Waste is Good – Scarcity vs. Abundance Management

Scarcity

Abundance

Rules

Everything is forbidden
unless it is permitted

Everything is permitted
unless it is forbidden

Social model

Paternalism
(«We know what’s best»)

Egalitarianism
(«You know what’s best»)

Profit plan

Business model

We’ll figure it out

Decision process

Top-down

Bottom-up

Organizational structure

Command and control

Out of control

Chris Anderson, su Wired 17.07

Qui tutto l’articolo.

(Dedicato ai vortici e allo stop management di tutte le organizzazioni con più di 15 persone)

Scarcity

Abundance

Rules

Everything is forbidden
unless it is permitted

Everything is permitted
unless it is forbidden

Social model

Paternalism
(«We know what’s best»)

Egalitarianism
(«You know what’s best»)

Profit plan

Business model

We’ll figure it out

Decision process

Top-down

Bottom-up

Organizational structure

Command and control

Out of control

Compleanni infausti

120 anni fa, il 20 aprile 1889, nasceva Adolf Hitler.

Le teste di cazzo di tutto il mondo festeggiano.

Qui sopra una delle tante celebrazioni dello scorso anno, con la presenza di un personaggio di spicco dei Repubblicani dell’Indiana (amici stretti dei nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers).