Sabato sera sono stato rifiutato da un ristorante.
Non che fosse pieno, o che i tavoli liberi fossero stati prenotati. No. Un ragazzo sulla porta, un cameriere o un buttafuori, ha chiesto a me e ai due amici con cui ero: “Do you speak Korean?”
E alla nostra prevedibile risposta negativa ci ha cacciati con un gesto eloquente della mano. E poi, perché fosse più chiaro, ci ha sbarrato l’ingresso con il corpo.
Per la verità non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Anni fa mi era successo a Tokyo: ci sono dei locali (ristoranti e bar) in cui l’accesso è riservato ai giapponesi, che si considerano tradizionalmente una “razza” eletta. Che capitasse, era scritto anche sulle guide. [Il ristorante coreano, invece, era addirittura segnalato dalla guida che avevo con me, la Rough Guide.]
Ma chiaramente non è questo il punto. Il punto è che, a volte, è bene essere dalla parte dei discriminati, invece che dei razzisti, giusto per sapere “how does it feel?”.
Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you
You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.
How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
You’ve gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
Nobody has ever taught you how to live out on the street
And now you’re gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And say do you want to make a deal?
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
A complete unknown
Like a rolling stone?
You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all did tricks for you
You never understood that it ain’t no good
You shouldn’t let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain’t it hard when you discover that
He really wasn’t where it’s at
After he took from you everything he could steal.
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
Princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinkin’, thinkin’ that they got it made
Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you’d better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal.
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
Lo so, ci avranno pensato in tanti. Ma non resisto lo stesso a metterlo.
La canzone, del 1978, è di Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni ed Enzo Jannacci.
La la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia di orinare senza mai farsi capire
ma la scarpa è già bagnata
e la patta disagiata
già c’è fuori il pendolone
fischia il vento nel calzone
olé olé
olé olé.
E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia d’imparare
abbracciare e non toccare
ma è già largo il pantalone
e robusto il pendolone
dico che è maleducato
quel che l’hanno già sgonfiato
olé olé
olé olé.
E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
è guardare il suo balcone
che si sa che non è in casa
è andata via a fare una cosa
sul balcone c’è le rose
e la luce ancora accesa
poi c’è lui che sputa giù
uh uh
uh uh
uh uh
uh uh
E così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
e così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
olé olé
olé olé
olé olé
olé olé.
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
[sfumando]
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
Questa è la versione dal vivo del solo Cochi Ponzoni, dalla leggendaria trasmissione di Paolo Rossi Su la testa.
Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.
Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):
«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri [...]
Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.
Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.
La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.
Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?
I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.
Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.
E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.
La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.
È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.
“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…
No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale
No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…
Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…
No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana
Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…
Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…
Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…
Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…
La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.
Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.
Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.
La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.
Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.
Volevano dirmi: tu non sei così!
Ma come si fa a essere così?
Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.
Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.
Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.
Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.
Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.
Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.
Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.
Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.
Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».
Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.
La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.
L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su www.limesonline.com.
La città nuda (The Naked City), 1948, di Jules Dassin, con Barry Fitzgerald, Howard Duff, Dorothy Hart e Don Taylor.
Un noir sui generis, dalla trama piuttosto debole, ma girato con un occhio alla lezione del neo-realismo italiano e uno al documentario. Il film – fatto inconsueto per l’epoca – è stato girato prevalentemente on location, non solo negli esterni, ma anche negli appartamenti newyorkesi. Straordinari i protagonisti (soprattutto, direi, Barry Fitzgerald nella parte del sornione Detective Muldoon) e i caratteristi. Doppiato da alcuni grandi attori italiani (Alberto Sordi e Paolo Stoppa, tra gli altri). Gli aspetti documentaristici sono sottolineati dal commento fuori campo del produttore, Mark Hellinger (“There are eight million stories in the naked city. This has been one of them.”).
Rappresenta per me la quintessenza della New York immaginata nell’adolescenza, strade sporche, città immensa e affollata, il ponte di Brooklin. Protagonista indiscusso della scena finale è il Williamsburg Bridge (non guardate la scena che segue se non volete rovinarvi il film – disponibile in 10 parti su YouTube).
Jules Dassin, il regista, nato nel Connecticut da un barbiere ebreo di origini russe, incappò nelle purghe di McCarthy (fu denunciato come comunista da Edward Dmytryk) e dovette fuggire in Francia. Soltanto nel 1955 potè tornare a dirigere e il suo primo film francese (Rififi) ebbe un successo straordinario e fu salutato da François Truffaut come il miglior noir di tutti i tempi. Dopo il matrimonio con Melina Mercouri (che aveva conosciuto nel 1966 a Cannes), Dassin si trasferì in Grecia. Morto ad Atene il 31 marzo 2008, a 96 anni compiuti.
Joe Dassin, nato dal suo primo matrimonio, è stato un cantante famoso in Francia. Non vi dice niente? Dai, che questo ossessionante motivetto lo conoscete anche voi!
Due cortocircuiti per finire.
Il primo. Il film, forse con la mediazione della serie televisiva ispirata da questo (1958-2003), è alla base della scelta del nome di uno dei gruppi (un “progetto”, dicono quelli che se la tirano) di John Zorn. Qui la loro interpretazione del tema di Uno sparo nel buio di Henry Mancini.
Il secondo. The Naked City è anche il nome della mappa situazionista di Parigi disegnata da Guy Debord nel 1967 (per saperne di più, leggete qui).
Dalla musica composta da Eugenio Bennato come colonna sonora dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello, andato in onda sulla RAI nel 1980.
All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tene ‘e scarpe vecchie se l’assòla
c’avimm’a fare nu lungo cammino
Quant’è lungo stu cammino disperato
e sta storia se ripete ciento volte
nuie fuimmo tutte quante assai luntano
quanno sona la campana
All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tiene o grano lo porta a la mola
comme ce vene janca la farina
Ma nun bastano farina festa e forca
pe sta gente ca n’ha mai vuttàto e mane
o padrone vene sempe da luntano
quanno sona la campana
E po’ vene o re Normanno ca ce fa danno
E po’ vene l’Angiuino ca ce arruvina
E po’ vene l’Aragunese, ih che surpresa
e po’ vene o re Spagnolo ch’è mariuolo
E po’ vene o re Burbone can un va buono
E po’ vene o Piemontese ca ce vo’ bene
Ca pussa essere cecato chi nun ce crede
Ca pussa murire acciso chi nun ce crede.
Me l’ha fatta tornare in mente, per un cortocircuito sinaptico della più bell’acqua, questo articolo pubblicato sulle pagine romane di La Repubblica del 17 maggio 2009.
Nostra Signora dei Turchi
Repubblica — 17 maggio 2009 pagina 11 sezione: ROMA
Ormai ci si ritrova di fronte a una gran bella scelta: crederci che «l’ Italia non è multietnica» e, allora, lasciar perdere. Oppure raccontarla la Roma degli Anatolici: la Roma di Enea, Cibele, Artemide & C. che Virgilio, Ovidio, Giuliano l’ Apostata & C. ci hanno tramandato. Figurarsi a scuola, i professori. Diventerà imbarazzante quel III libro dell’ Eneide? Lì Apollo appare in sogno al profugo troiano Enea che, disperato, cerca una nuova patria per spiegargli dove ricominciare le loro vite: «Vi è un luogo, i Greci lo chiamano Esperia, antica terra, potente d’ armi e di feconde zolle». E Anchise, al racconto del figlio, si ricorda di Cassandra: «Ora la rammento prevedere tali destini alla nostra stirpe,e spesso invocare l’ Esperia e i regni italici». Respingi in mare Enea e ti svapora Roma e l’ intera sua storia. E figurarsi nei nostri musei – che, dove vai vai, comunque una Cibele o un’ Artemide, primao poi, le incontri- gli archeologie le guide cosa dovrebbero dirci di queste dee che mezza Roma adorava? Che sono roba nostra? Divinità autoctone? Non è così: l’ abbiamo pregata a lungo, Cibele, ma è ci arrivata da fuori: bella, santa, turca e già famosa da secoli. La si riconosce subito: ha una corona di torri sulla testa (proprio come ancor oggi l’ immagine tradizionale dell’ Italia turrita), un trono, un’ aria severa. Talvolta con lei ci sono uno o due leoni. Una simbologia la sua che, in parte, già appartiene alla Dea Madre di Chatal Hoyuk (VI millennio a.C.) e che riassume il suo mito che, nel I millennio a.C., la lega stretta stretta ad Attis, il giovinetto che muore e risorge grazie a lei. L’ abbiamo voluta noi, quella pietra nera che la evocava, facendola immigrare da Pessinunte, nel 204 a.C. Certo, allora c’ era anche da tenersi buono il padrone del suo tempio, Attalo di Pergamo, utile come alleato contro Annibale. E si pensava anche che – potente com’ era, Cibele – riuscisse a entusiasmare l’ esercito dai brutti colpi subiti. Funzionò a perfezione, la dea: Scipione vinse Cartagine e divenne l’ Africano; il Mediterraneo Occidentale divenne romano: Mare Nostrum. Fu così che nel 191 a.C ebbe l’ onore di un suo tempio al Palatino. Ovidio racconta, nel IV dei suoi «Fasti», come andò il suo arrivo: «Quando Enea trasferì Troia in terra d’ Italia, la dea fu tentata dall’ idea di seguire la nave che trasportavai sacri tesori, ma poi capì che il destino non l’ aveva ancora chiamata a trasferire nel Lazio la sua presenza divina». Rimase a casa sua Cibele, fin quando, alla fine di quel III secolo a.C., i sacerdoti di Roma, consultando i libri sacri per capire come mai le cose andassero così male, ebbero un responso chiarissimo: «Manca la madre. Vi ordino Romani di cercare la madre. Quando verrà, essa dovrà essere accolta da una mano pure». Trattarono con Attalo: ma solo un terremoto e un messaggio perentorio della dea lo convinsero a lasciar partire Cibele. Ovidio mette in bocca al re di Pergano, la città delle prime pergamene, queste parole rivolte alla dea: «Vai pure, resterai ugualmente nostra: Roma discende da progenitori Frigi». E Roma l’ amò davvero questa Nostra Signora dei Turchi, Madre Santa dei Padri di Roma: al tempio sul Palatino, ne seguì un altro all’ Aventino, un altro ancora in Vaticano del II o III secolo. La sua statua finì al centro del Circo Massimo, con le divinità più sacre. Dal 15 al 27 marzo era festa grande per lei, con timpani, urla e sonagli di bronzo: una processione, lavacri, offerte, sacerdoti vistosi, spesso castrati, ma anche veglie, il taglio dell’ albero sacro, e giochi al Circo. Ovidio si toglie lo sfizio di fare una domanda anche sui sacerdoti eunuchi: «Che origine ha la frenesia per cui si tagliano il membro?» Ed è una musa a spiegargli che si tratta di una citazione del peccato carnale commesso da Attis che, pur avendo promesso alla dea di restar per sempre fanciullo, s’ era poi invaghito di una ninfa e per punirsi decise che doveva «morire quella parte del corpo che mi ha rovinato». Un voto di castità, il suo, che mezzo Mediterraneo conobbe, con cento variazioni. Se si va a Ostia Antica – e s’ imbocca il decumano fino al Foro per prender poi a sinistra, percorrendo il cardo massimo fino alla fine del parco archeologico – si arriva al Campus Magnae Matris: zona sua. Era proprio lei, Cibele, infatti, che veniva considerata la Madre degli Dei. Di tutti gli dei: Demetra, Hera, Ade, Poseidone, persino Zeus, tutti figli suoi, secondo gli Antichi. Non che in quel grande spazio poco distante dal Tevere ci sia rimasto granché: un podio e, in asse, una cappella per Attis. Là dentro vennero trovate 19 statue, finite in gran parte in Vaticano, in minima parte al Museo di Ostia. Anche delle copie fatte per sostituire la roba che c’ era è rimasto poco: la statua di Attis adagiato, due Telamoni mostruosi con gambe di capro e pelle di leone, che sorvegliano l’ ingresso, l’ alberello sacro che faceva parte della liturgia e che, ormai, si sta sfaldando. Nel museo nella stessa sala di Mithra e Serapide – due bassorilievi ce ne fanno conoscere i riti e un sacerdote. E un suo fedele si è fatto rappresentare sul sarcofago che è lì: al polso, sul suo bracciale, l’ immagine santissima della dea. Tra II e III secolo Tertulliano – nell’ ora delle polemiche tra Cristiani e Gentili – si accanì proprio su Cibele divertendosi a raccontare che, ormai morto a Sirmione Marco Aurelio, il gran sacerdote della dea a Roma, ancora all’ oscuro di tutto, «indiceva pubbliche preghiere per la salute di Marco, già morto da una settimana».E sarcastico: «O lenti corrieri, o tardivi messaggi! Fu colpa vostra se Cibele non conobbe in tempo la morte dell’ imperatore, perché i Cristiani non avessero a ridere di una simile dea!». Bisognerà arrivare all’ Imperatore Giuliano – cresciuto cristiano, ma poi restauratore degli antichi culti – per tornare a parole rispettose verso l’ antica Madre degli Dei. Lui – mezzo secolo circa dopo la cristianizzazione dell’ impero voluta da Costantino- le dedica una vibrante omelia. In quel suo solenne atto di fede racconta non solo dell’ arrivo miracolistico della Dea Anatolica qui da noi via mare (con la sua nave che s’ incaglia e con una vergine che miracolo! – riesce a trascinarla via con la sua cinta, dimostrando così di esser davvero vergine, cosa di cui molti sospettavano) ma si sforza di spiegare il senso di questa divinità e del suo amatissimo Attis, mortoe risorto. Convinto com’ era che non si potevano affidare i giovani a insegnanti cristiani che – snobbando gli antichi miti non erano in grado di spiegare gli antichi testi da studiare, Giuliano con un editto del 17 giugno 362 interdì loro la docenza. Morì giovane, l’ Apostata Giuliano, l’ anno dopo. «Un segno di Dio» spiegò la Chiesa degli Inizi che – tra pogrom, persecuzioni, discriminazioni – aveva vissuto le sue restaurazioni come una terribile sorpresa. «Un segno degli Dei» dissero, però, anche i pagani, che mai compresero le profondità di questo imperatore che fu anche un grande scrittore mistico: convinto, sincero, in buona fede. Il Cristianesimo tornò religione di stato. Tempo altri 30 anni e l’ imperatore Teodosio metterà fuori legge i culti degli Antichi. Sopravviveranno nei villaggi – nei «pagi» – riserve dimenticate del «paganesimo»: il nostro Sud, con i suoi flagellanti e il taglio rituale dell’ albero sacro, ne conserva antiche memorie. Non fu l’ unica Cibele ad arrivare dall’ Anatolia per conquistare il cuore dei Romani. L’ altra, Artemide di Efeso si chiama: più anatolica di così. Ora si mostra ai Capitolini con quel suo viso scuro e il busto sorprendente che l’ ha fatta passare per secoli come una superdotata, zeppa di seni, fin quando, qualche anno fa, uno studioso svizzero non dimostrò che quelle escrescenze toraciche erano collane di testicoli di toro appena sacrificati alla dea. Sacrilego far sparire con una boutade il sangue misto che ci ha creato. Ci fu un momento terribile in cui, però, ci si riuscì: ai professori d’ Italia venne comunicato da «Razza e Civiltà» (nel suo numero di maggio-luglio 1941) un diktat di Mussolini: era venuto il momento di smetterla di ragionare e indagare sulla multietnicità delle nostre origini, e che in Italia si è tutti di «razza ario-romana». Molti, moltissimi ubbidirono. – SERGIO FRAU
Non sono sicuro di aver capito tutto. Mentre sulla teoria classica dell’informazione mi sento abbastanza sicuro (in fin dei conti il mio Shannon l’ho letto), la parte dedicata alla Quantum Information mi mette in difficoltà. Ma apparentemente sono in buona compagnia:
If anybody says he can think about quantum physics without getting giddy, that only shows he has not understood the first thing about them. [Niels Bohr]
If quantum mechanics hasn’t profoundly shocked you, you haven’t understood it yet. [Niels Bohr]
If someone says that he can think or talk about quantum physics without becoming dizzy, that shows only that he has not understood anything whatever about it. [Murray Gell-Mann]
I think it is safe to say that no one understands quantum mechanics. Do not keep saying to yourself, if you can possibly avoid it, ‘But how can it possibly be like that?’ because you will go down the drain into a blind alley from which nobody has yet escaped. Nobody knows how it can be like that. [Richard Feynman]
Per non parlare dei dubbi di Einstein.
Il libro di von Baeyer è un tour de force, e mi sento di raccomandarlo vivamente, anche se non tutto mi sembra egualmente convincente. Ma è certo che von Baeyer ha il raro dono della divulgazione (quello che gli anglosassoni chiamano, capovolgendo la nostra prospettiva, public understanding of science), e sono rimasto impressionato dal modo fresco e nuovo di illustrare e far comprendere cose che già conoscevo. Basti per tutti la spiegazione del “problema di Monty Hall” [pp. 69-72].
Von Baeyer fa un uso ampio ed efficace di quelle che Daniel Dennett chiama intuition pumps.
Sotto il profilo filosofico (che è quello in cui, tutto considerato, mi sento più a mio agio), mi sembra che von Baeyer sia vicino al punto di vista di Bohr, che affermava:
“Our task is not to penetrate into the essence of things, the meaning of which we don’t know anyway, but rather to develop concepts which allow us to talk in a productive way about phenomena in nature.”
“There is no quantum world. There is only an abstract quantum physical description. It is wrong to think that the task of physics is to find out how nature is. Physics concerns what we can say about nature.” [citato a p. 65]
Von Baeyer aderisce apparentemente alla soluzione proposta da Anton Zeilinger:
Its crucial, underlying assumption is Bohr’s proclamation that physics in general, and quantum mechanics in particular, do not describe the world itself, only what we are able to say about it. Bohr demands that we wake up from the spell of Democritus – the illusion that we can come to grips with the objective material world, without acknowledging, or even trying to understand, the mediating role of information. We never see a chair, Bohr would say: we receive senso impressions that give us information which our brains somehow process into the idea (an Aristotelian ‘Form’) of chair. We don’t see, or detect, or measure an atom: we gather information about the atom and encode it in a mathematical construct called a wave function, which enables us to make predictions about information we may gather in future experiments. [p. 227]
Why does nature seem granular, discontinuous, quantized into discrete chunks like sand – instead of smooth and continuous like water? The answer is that while we have no idea how the world is really arranged, and shouldn’t even ask, we do know that knowledge of the world is information; and since information is naturally quantized into bits, the world also appears quantized. If it didn’t, we wouldn’t be able to understand it. It’s both as simple, and as profound, as that. [p. 229]
Ecco, io non so voi, ma a me questa spiegazione ha lasciato con un grande senso di pace interiore, “un grande senso di dolcezza…”. LA sensazione di essermi avvicinato un po’ a una verità.
E mi è venuta in mente una cosa molto personale. Io sono molto miope, pochi possono immaginare quanto. E fin da bambino, senza occhiali, nella penombra, quello che vedevo (e vedo) mi appariva granulare, come dipinto da Seurat. La spiegazione di von Baeyer– nell’unificare teoria quantistica e teoria dell’informazione – risuona in me con questa sensazione consueta.
From time to time, God causes men to be born — and thou art one of them — who have a lust to go abroad at the risk of their lives and discover news — today it may be of far-off things, tomorrow of some hidden mountain, and the next day of some near-by men who have done a foolishness against the State. These souls are very few; and of these few, not more than ten are of the best. [R. Kipling, Kim]
Roth, Philip (2007). Exit Ghost. London: Vintage Books. 2008.
In questi tempi di crisi finanziaria e di incertezza economica, siamo più che mai avidi di previsioni. L’incertezza ci dà ansia, ci atterrisce, ci spinge tra le braccia degli equivalenti moderni dei lettori del volo degli uccelli, delle viscere fumanti degli animali sacrificati, dei fondi di caffè.
Su una cosa, paradossalmente, non chiediamo ci sia rivelato il futuro: sul futuro più certo (insieme alle tasse, secondo Benjamin Franklin), sulla nostra morte (o sulla fine della vita, per usare un eufemismo tutto sommato recente). La nostra morte la teniamo, di norma, al di fuori dell’orizzonte delle nostre speranze e dei nostri timori, che sono invece il regno dell’incertezza. E anche la morte altrui la esorcizziamo finché ci è possibile, e quando non possiamo più negarla, non possiamo fare a meno di riconoscerla – perché colpisce un nostro affetto, uno di famiglia, un amico, un collega di lavoro che magari conoscevamo a stento – allora reagiamo con l’incredulità (spesso con un’incredulità e un dolore in qualche misura socialmente ostentati, e sproporzionati al nostro legame affettivo con la persona scomparsa). Parlare di morte è un tabù, che spesso produce negli altri reazioni scandalizzate; non è di buon gusto; è riprovato certamente più che parlare di sesso o di deiezioni corporee.
Exit Ghost – come, ma diversamente da Diary of a Bad Year di J. M. Coetzee – è la meditazione di uno scrittore anziano sulla propria morte, attesa e temuta (Roth è del 1933, Coetzee del 1940). I due romanzi, al di là di questi punti di contatto, sono molto diversi. Quello che Roth ci racconta è che la morte non è un istante, non è l’attraversare una porta (anche se questa immagine è presente nel libro), ma è un lungo e doloroso processo. È la decadenza fisica, la perdita di funzioni corporali che diamo quotidianamente per scontate: nel caso di Nathan Zuckerman, l’impotenza e l’incontinenza. È la perdita non della capacità d’innamorarsi e d’amare, ma di essere creduti nella “verità” del proprio innamorarsi e amare: Zuckerman scopre di non essere percepito più come un possibile oggetto d’amore, ma ancora più di non essere percepito come un possibile soggetto d’amore. Ma più di tutto, è la perdita delle capacità intellettive, della capacità di dare un ordine coerente, una narrazione alla propria esistenza a segnare la fine dell’esistenza di Zuckerman (“I vecchi subiscon le ingiurie degli anni, / non sanno distinguere il vero dai sogni, / i vecchi non sanno, nel loro pensiero, / distinguer nei sogni il falso dal vero…”, canta Guccini). Zuckerman non muore, si dissipa con il perdere di coerenza del proprio sé.
La paura della morte come evento – evento che percepiamo sempre come traumatico, anche quando non lo è, perché nella nostra cultura che nega la morte, la morte è sempre percepita come traumatica e prematura – è sostituita dalla paura del processo di progressivo annientamento che la precede. In questo, Exit Ghost prosegue la riflessione di Everyman: invecchiare è un massacro (“Old age isn’t a battle; old age is a massacre”), la morte una liberazione.
Non è certo un libro consolatorio, questo (Everyman, dedicato alla morte del padre, in qualche modo lo era: la delicatezza ne attenuava la lucida spietatezza): quando comincia questo processo di perdità di sé? Zuckerman non è “vecchio” secondo i parametri di oggi: ha 71 anni, 2 meno di Berlusconi che proprio qualche giorno fa si è dichiarato “giovane”; è diventato impotente e incontinente a 62 anni, dopo una prostatectomia. Quando ha cominciato a perdere la memoria, e poi la capacità di “distinguer nei sogni il falso dal vero”, non lo sa neppure lui. La sua capacità d’amare è apparentemente intatta, sia che si tratti della devastata Amy Bellette che ritorna dal passato remoto, sia che si tratti dell’amante immaginaria Jamie Logan: ma Zuckerman attraversa le vite delle persone ormai come un fantasma (“muti i suoi occhi all’altrui core”, per parafrasare Leopardi).
Inevitabile pensare, e chiedersi: e noi? da quando è cominciato questo processo per noi, che non siamo più giovani e ci percepiamo sempre adolescenti (la verità universale scoperta da Douglas Coupland in The Gum Thief)? dobbiamo smettere di innamorarci per non sembrare ridicoli o patetici?
La risposta di Roth/Zuckerman è questa:
Rapture. Yes, I remember rapture. It comes at a very high price. [p. 152]
Adesso mi aspetto che qualcuno vada a chiedergli scusa, ad Alexandru Isztoika Loyos.
Certo, non tutti quelli che lo hanno dipinto come un mostro e trattenuto in carcere anche dopo che era stato scagionato dello stupro di San Valentino, perché altrimenti la fila davanti alla porta del carcere sarebbe troppo lunga (perché il nostro, mi risulta, è ancora in galera). Mi accontenterei dei loro rappresentanti istituzionali.
Ecco la mia proposta dei 3 che dovrebbero andare a chiedere scusa:
il ministro dell’interno Roberto Maroni, in rappresentanza dei questurini tutti e (per estensione) di tutte le forze dell’ordine, anche se dipendenti da altri ministeri;
il vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino, in rappresentanza dei pubblici ministeri e degli altri magistrati che hanno trattenuto in carcere il rumeno “presunto innocente” con imputazioni e motivazioni sempre più risibili;
il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana Francesco Angelo Siddi, in rappresentanza dei giornalisti.