Esenin Branduardo e Caparezza – La vendetta
Domenica, 6 Luglio 2008 — borislimpopoGrazie a Il barbarico re.
Grazie a Il barbarico re.
In una delle interviste con cui si conclude il volume delle Opere scelte, Hrabal dice a un certo punto che secondo lui il poeta più grande è Sergej Esenin. Io sapevo molto poco di lui, così sono andato a documentarmi.
Bellissimo, ragazzo prodigio, bisessuale, viziatissimo, travolto dalla rivoluzione russa, marito anche di Isadora Duncan, si suicida trentenne.

Ha scritto poesie bellissime.
Forse la più nota (ovviamente anche per curiosità morbosa) è quella che vergò con il suo sangue come suicide note:
Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
Promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,
ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.
Indubbiamente bella. Ma io trovo ancora più bella questa, così russa, con le rape rosse e l’avena, con l’attaccamento alla nera zolla, con l’amore che che nel ricordo si decompone come una cosa viva e vegetale.
Non vagheremo più
La poesia di Esenin più nota in Italia è quella che, con qualche modifica, è stata musicata da Angelo Branduardi con il titolo Confessioni di un malandrino. La riporto qui sotto in una versione dal vivo del 1999 e con il testo della canzone e la traduzione dell’originale di Esenin.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
l’agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi
ma mi vogliono bene come ai campi,
alla pelle ed alla pioggia di stagione
raro sarà che chi mi offende scampi
dalle punte del forcone.
Poveri genitori contadini
certo siete invecchiati, ancor temete
il signore del cielo e gli acquitrini
genitor che mai non capirete
che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del paese
ed ora con le scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
alla vacca s’inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria benché
afflitta di tronchi rugginosi
mi è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi
son malato d’infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’aprile.
Sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell’albero le uova
per rubare salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima.
E tu mio caro amico vecchio cane
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola, all’uomo ed una al cane
io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.
Buonanotte, la falce della luna
si cheta mentre l’aria si fa bruna
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte è così tersa
qui forse anche morire non fa male
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O pegaso decrepito e bonario
il tuo galoppo è ora senza scopo
e giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.
Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”. E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. [Vangelo di Marco, V, 1-17]
The killer lives inside me: yes, I can feel him move.
Sometimes he’s lightly sleeping in the quiet of his room
but then his eyes
will rise and stare through mine;
he’ll speak my words and slice my mind inside…
Yes the killer lives.
The angels live inside me: I can feel them smile.
Their presence strokes and soothes the tempest in my mind;
And their love
can heal the wounds that I have wrought,
They watch me as I go to fall - well, I know I shall be caught
While the angels live.
How can I be free?
How can I get help?
Am I really me?
Am I someone else?
But stalking in my cloisters hang the acolytes of gloom
and Death’s Head throws his cloak into the corner of my room
and I am doomed
But laughing in my courtyard play the pranksters of my youth
and solemn, waiting old man in the gables of the roof -
he tells me truth…
I, too, live inside me and very often don’t know who I am;
I know I’m not a hero - well, I hope that I’m not damned.
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as man lives…
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators,
Saviours,
Refugees.
Nel 1975, quando uscì Barry Lyndon di Stanley Kubrick, il biglietto del cinema dava diritto all’accesso alla sala, non alla visione di uno spettacolo. Succedeva quindi, per diversi motivi (non tutti legati alla bellezza del film) che si restasse in sala per due spettacoli, rivedendo il film. Barry Lyndon ci piacque talmente, a me e a T. B. con cui ero andato a vederlo, che lo riguardammo integralmente. Niente di strano, se non fosse che Barry Lyndon dura 184 minuti e dunque restammo al cinema per più di 6 ore.
Tra le cose bellissime del film c’è, come spesso accade con Kubrick, una splendida colonna sonora. Tra i brani che ne fanno parte c’è questa struggente canzone irlandese, suonata dai Chieftains. La musica è di Seán Ó Riada, una leggenda della musica irlandese (nato nel 1931 e scomparso quarantenne nel 1971) e le parole sono riferite alla rivoluzione irlandese del Novecento.
La canzone, che come avete sentito è bellissima, ha avuto una grande fortuna. Oltre alle varie traduzioni pop (con titolo e parole cambiate), ne hanno suonato versioni Alan Stivell (non ho trovato la clip, sorry), Mike Oldfield (un po’ hawaiana…)
Sinead O’ Connor
Kate Bush
Carlos Nuñez
Per chi sa bene il gaelico, eccovi le parole:
Ta bean in Éireann a phronnfadh sead damh is mo shaith le n-ol
Is ta bean in Éireann is ba bhinne leithe mo rafla ceoil
No seinm thead; ata bean in Eirinn is niorbh fhearr lei beo
Mise ag leimnigh no leagtha i gcre is mo tharr faoi fhod
Ta bean in Éireann a g ead liom mur bhfaighfinn ach pog
O bhean ar aonach, nach ait an sceala, is mo dhaimh fein leo;
Ta bean ab fhearr liom no cath is cead dhiobh nach bhfagham go deo
Is ta cailin speiriuil ag fear gan Bhearla, dubhghranna croin.
Ta bean a dearfadh da siulann leithe go bhfaighinn an t-or,
Is ta bean ‘na leine is is fearr a mein no na tainte bo
Le bean a bhuairfeadh Baile an Mhaoir is clar Thir Eoghain,
Is ni fhaicim leigheas ar mo ghalar fein ach scaird a dh’ol.
Questa poesia mi accompagna e mi tocca da 40 anni, quasi. Un’altro occhio emerso nel brodo primordiale di Dublino (me la fece scoprire un professore là, che mi consigliò anche di acquistare The Penguin Book of English Romantic Verse – un tesoro).
STANZAS WRITTEN IN DEJECTION, NEAR NAPLES.
The sun is warm, the sky is clear,
The waves are dancing fast and bright,
Blue isles and snowy mountains wear
The purple noon’s transparent might,
The breath of the moist earth is light,
Around its unexpanded buds;
Like many a voice of one delight,
The winds, the birds, the ocean floods,
The City’s voice itself, is soft like Solitude’s.
I see the Deep’s untrampled floor
With green and purple seaweeds strown;
I see the waves upon the shore,
Like light dissolved in star-showers, thrown:
I sit upon the sands alone, –
The lightning of the noontide ocean
Is flashing round me, and a tone
Arises from its measured motion,
How sweet! did any heart now share in my emotion.
Alas! I have nor hope nor health,
Nor peace within nor calm around,
Nor that content surpassing wealth
The sage in meditation found,
And walked with inward glory crowned –
Nor fame, nor power, nor love, nor leisure.
Others I see whom these surround –
Smiling they live, and call life pleasure; –
To me that cup has been dealt in another measure.
Yet now despair itself is mild,
Even as the winds and waters are;
I could lie down like a tired child,
And weep away the life of care
Which I have borne and yet must bear,
Till death like sleep might steal on me,
And I might feel in the warm air
My cheek grow cold, and hear the sea
Breathe o’er my dying brain its last monotony.
Some might lament that I were cold,
As I, when this sweet day is gone,
Which my lost heart, too soon grown old,
Insults with this untimely moan;
They might lament – for I am one
Whom men love not, – and yet regret,
Unlike this day, which, when the sun
Shall on its stainless glory set,
Will linger, though enjoyed, like joy in memory yet.
… ma anche …
FRAGMENT: “AMOR AETERNUS”.
Wealth and dominion fade into the mass
Of the great sea of human right and wrong,
When once from our possession they must pass;
But love, though misdirected, is among
The things which are immortal, and surpass
All that frail stuff which will be – or which was.
Un ricordo venuto a galla come un occhio di grasso nel brodo, per usare una metafora particolarmente poetica. Per me è stata una delle canzoni più importanti del 1969 (e il 1969 è stato il mio vero 1968).
Thunderclap Newman è stato un gruppo di un solo album, anzi di un solo 45 giri, questo Something in the Air arrivato al 1° posto nella classifica britannica il 2 luglio 1969 e rimasto al top per 3 settimane. ero a Dublino ed è stata la mia canzone preferita di quel periodo.
Tornato in Italia, ne feci con mezzi rudimentali la “base” per una versione italiana che cantavano mia sorella e alcune sue amiche.
Riporto le informazioni sul gruppo da AllMusicGuide:
John “Speedy” Keene was an old crony of the Who, and had written “Armenia City in the Sky,” which appeared on The Who Sell Out LP. The unlikely Andy Newman played terrific pub-style piano and looked much like a postal clerk, which in fact, he was. Jimmy McCullough, the guitarist, looked to be a mere teenager, and so he was. It was this combination, plus the production efforts of Pete Townshend, that offered the album, Hollywood Dream. As the now-classic single, “Something in the Air” had long preceded it, the album delivered the goods in a similar fashion, fueled by Keene’s reedy vocals and Newman’s charming honky-tonk piano. Hollywood Dream has remained an anglophile fave; sadly, it was to be Thunderclap Newman’s only album. Even if you own the original LP, make sure to check out the recently expanded edition of the compact disc.
Le parole della canzone riportano al clima infuocato di quegli anni:
Call out the instigators because there’s something in the air,
We got to get together sooner or later because the revolution’s here,
And you know it’s right and you know that it’s right.
We have got to get it together.
We have got to get it together now
We’re together now.
Block off the streets and houses because there’s something in the air,
We got to get together sooner or later ‘cos the revolution’s here
And you know it’s right and you know that it’s right
We have got to get it together
We have got to get it together now
Hand out the arms and ammo
We’re gonna blast our way through here
We’ve got to get together sooner or later becaue the revolution’s here
And you know it’s right and you know that it’s right
We have got to get it together
We have got to get it together now
We have got to get it together now
Now, we’re together now, the revolution’s here,
It’s here, the revolution’s here now.
Anche per questo, il brano fu inserito nella colonna sonora di Fragole e sangue (The Strawberry Statement), un film del 1970 che molti (spero) ricorderanno.
Molti l’hanno reincisa. Tra questi, Bob Dylan e Tom Petty (fecero un tour insieme, e suonarono in Italia – la seconda volta di Bob Dylan se si esclude la leggenda metropolitana della sua apparizione al Folkstudio – al Paleur di Roma il 3 ottobre 1987, con Roger McGuinn dei Byrds come support group, e io c’ero, ma questa è tutta un’altra storia; la prima era stata, sempre al Paleur, il 19 giugno 1984, ed ero anche lì).
Nata il 3 giugno 1906 a St. Louis nel Missouri, ottenne uno straordinario successo in Francia, soprattutto per la famosa Danse Sauvage in cui indossava un gonnellino di banane (finte).
![]()
Non tutti sanno, però, che Josephine fu membro attivo della resistenza francese durante l’occupazione nazista e ricevette per questo la Croce di guerra, la Legion d’onore e la Rosetta della resistenza.
Negli anni 50, pur residente in Francia, fu attiva nel movimento per i diritti civili americano e nella NAACP. Nel 1963 partecipò alla marcia su Washington e parlò a fianco di Martin Luther King. La sua famiglia multietnica era composta di 12 figli adottivi: Akio (Korea), Janot (Giappone), Luis (Colombia), Jarry (Finlandia), Jean-Claude (Canada), Moïse (Israele), Brahim (Algeria), Marianne (Francia), Koffi (Costa d’Avorio), Mara (Venezuela), Noël (Francia) e Stellina (Marocco).
Se avete pazienza, ecco un documentario di una mezzoretta (in inglese).
Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Grazie a Egidio Edini, che me l’ha regalata e me ne ha fatto capire la grandezza. E dopo più di quarant’anni è ancora con me, in questa sera di maggio finalmente serena.
I video li metto senza commenti. Ma se andate su YouTube, leggete i commenti lì. Da preoccuparsi veramente.
Però vorrei che leggeste l’articolo di Marco D’Eramo comparso su il manifesto del 15 maggio 2008:
La ragazza che la sera deve camminare per una strada di periferia buia e isolata, guardandosi continuamente dietro le spalle, sempre pronta a scappare; l’anziano strattonato e depredato della sua grama pensione, la mamma assillata e terrorizzata dalle cronache di pedofilia… Non sono sentimenti da prendere alla leggera, stati d’animo da schernire. Hanno ragione quanti dicono che la sinistra non ha saputo affrontare il tema dell’insicurezza.
È vero: non si può fare finta che il problema non esista. C’è qualcosa di beffardo e aristocratico nel canzonare la paura: tanto più che il pericolo, o fosse anche solo la sua percezione, è fenomeno di classe. Molto più sicuro - anche se mai immune - a chi vive in quartieri agiati, con frequenti controlli di polizia, in strade bene illuminate e frequentate a tarda ora. Anche la sicurezza è una risorsa rara: è nei quartieri meno agiati che endemica la violenza mette la pelle d’oca. Quella ragazza che al buio cammina sola è assai più spesso una commessa che torna dalle sue 9 ore giornaliere per 800 euro al mese piuttosto che una giovane manager accessoriata di Smart. E il pensionato scippato non aveva certo inguattato i risparmi in Liechtenstein.
Il problema dunque è reale. Ma davvero le risposte rispondono? Il fatto è che non c’è limite all’insicurezza. Non basteranno mai espulsioni né poliziotti. Le ronde popolari non malmeneranno mai a sufficienza. Rimarrà sempre un pirata della strada, uno stupratore, un bandito a scatenare di nuovo la caccia all’uomo, la persecuzione del rom di turno (negli Stati uniti a fine ‘800 i «rom» da linciare erano gli italiani). Sotto quest’aspetto, la sicurezza è il tema perfetto per la destra: sempre troppo poco le leggi saranno poliziesche, le pene draconiane, le prigioni intasate. Come raccomandava il marchese de Sade ai giacobini durante il Terrore, così, dopo ogni legge liberticida, dopo ogni nuovo ordinamento repressivo, anche la destra nostrana potrà sempre dire: «Italiani, ancora uno sforzo!» La genialità del tema securitario è che esso si auto-alimenta: più risorse collettive saranno riversate nell’apparato di controllo e nel sistema correzionale, più miliardi di euro saranno spesi in prigioni e reparti di polizia, e meno fondi saranno disponibili per alloggi decenti, scuole, ospedali, per politiche d’inserimento: e quindi più aumenterà la microcriminalità e più crescerà l’insicurezza, in una spirale di cui gli Stati uniti ci hanno indicato la via.
«Legge e ordine» e «tolleranza zero» hanno portato negli Usa a una situazione aberrante in cui si spende di più per le prigioni che per le scuole e in cui un giovane nero ha più probabilità di finire in galera che di terminare gli studi. Senza che tutto ciò abbia il benché minimo impatto sulla sicurezza reale dei cittadini. Il tema securitario è perciò per la destra un argomento «win-win»: se la sinistra non lo affronta, sarà accusata a ragione di essere indifferente ai problemi reali della «gente»; se invece vi abbocca, sarà costretta a perseguire politiche di destra, ma senza mai la stessa convinzione estremista della destra vera, sempre con l’impotenza che - a torto o a ragione - viene imputata al buonismo. Basti un esempio di questa seconda deriva: come è universalmente noto, mendicanti, signore dai sacchetti di plastica, clochard, sono gli esseri più innocui e inoffensivi, a volte poveri di spirito, spesso di salute cagionevole o anziani. Per di più hanno sempre ricevuto buona stampa nei paesi cristiani, con la millenaria tradizione dell’elemosina sul sagrato. Che c’entra quindi l’espulsione dei mendicanti con una politica di sicurezza? Niente, se non un’affinità ideologica, un comune disgusto per «sporcizia, indolenza e pigrizia»: in fondo i mendicanti sono l’esito finale a cui si vorrebbero condannare tutti i fannulloni (già nel 1840 le signore inglesi chiedevano che i mendicanti fossero espulsi dalle vie di Manchester).
È su argomenti come questi che si sente, eccome, l’influenza dei mass-media, e quanto conta possedere tre televisioni. Ogni sera a cena il piccolo schermo ti porta in tavola uno stupro, un massacro gratuito, con dessert di abomini bestiali. Il problema con la paura, come con l’odio, è che, dopo averlo suscitato, non puoi più farlo rientrare. Per questo genere di sentimenti collettivi, ansia securitaria, razzismo, xenofobia, vale quel che scriveva Benedict Anderson sulla nascita del nazionalismo: le comunità nazionali sono state inventate di sana pianta, «comunità immaginarie», ma non per questo sono meno reali e sono meno letali. Una volta prodotte, queste «immaginazioni» diventano realtà per cui si muore e si uccide (gli stati nazionali hanno prodotto le guerre più sanguinose della storia umana). Lo stesso vale per la percezione del pericolo. Statistiche alla mano, si può dimostrare che la nostra è la società in assoluto meno violenta di tutta la storia umana (basti pensare che, a differenza di pochi secoli fa, un uomo normale va in giro disarmato senza per questo sentirsi inerme). Ma le comunicazioni di massa fanno sì che il minimo evento violento sia amplificato nella percezione di ognuno di noi: la società è più sicura, ma la sensazione di violenza è più acuta. E qui c’è poco da fare: opera una legge interna ai mass-media, una deriva quasi spontanea verso il sensazionalismo, secondo cui l’orrore fa più notizia del giubilo e la morte colpisce più della vita.
Ma se i media sono intrinsecamente ansiogeni, se il problema securitario è inaggirabile, non per questo l’unica soluzione sono palazzi recintati da cavalli di Frisia, cittadelle private con postazioni di mitragliatrici, proprietari di casa armati di Magnum. Un punto è riconoscere la questione della sicurezza, altro è dire che l’unica soluzione all’insicurezza è uno stato di polizia. Gli Stati uniti sono la prova vivente che più repressione può accompagnarsi con più criminalità. L’equazione «più polizia = più sicurezza» è una chimera che esprime un solo fatto: che la destra è egemonica. Basti un esempio: tutte le esperienze al mondo dimostrano che il metodo più efficace per ridurre il tasso di criminalità tra gli immigrati è una politica dei ricongiungimenti familiari. Un immigrato che la sera torna a casa da una compagna e non può rischiare di finire in galera, ha una propensione a delinquere minore di un clandestino che nella solitudine umana del suo dormitorio affollato non sa come sfogare male di vivere e rabbia col mondo se non coi pugni in tasca.
Ma non c’è un solo politico italiano, di destra o di sinistra, che si azzarda a proporre misure di ricongiungimento. Al contrario, tutte le misure avanzate vanno nella direzione opposta: rendere più difficili regolarizzazione e inserimento, e quindi più cronica la clandestinità. Lo stesso avviene in altri casi, a cominciare da più lampioni in periferia e più trasporti pubblici: inezie che però, accumulate, cambiano vite.
Perciò la questione sicurezza non va né schivata, come finora ha fatto la sinistra «radicale», né mutuata sic et simpliciter dalla destra, con soluzioni di destra (per cui comunque la destra è meglio attrezzata), ma ponendosi il problema di riconquistare l’egemonia, o meglio di come essere egemonici sul tema del pericolo: cioè come dimostrare, e convincere, che tutti saremo più sicuri non in una società più belluina e spietata, ma in un mondo che non abbia più un cronico bisogno di vite vendute, importate da lontano, spremute, e poi da incenerire o deportare come rifiuti umani.
Da Wikipedia:
Pogrom è un termine storico di derivazione russa (Погром) con cui vengono indicate le sommosse popolari antisemite e le successive devastazioni avvenute soprattutto al tempo degli Zar di Russia con il consenso - se non con l’appoggio - delle autorità. [...] Più in generale, con pogrom si intendono le azioni violente contro la proprietà e la vita di appartenenti a minoranze politiche, etniche o religiose.
Dopo numerosi episodi avvenuti nel corso del Medioevo, i primi veri e propri pogrom dell’età contemporanea furono attuati nel 1881 in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II. Un paio di decenni dopo, con il fallimento della rivoluzione russa (1905), circa seicento fra villaggi e città furono al centro di pogrom; un massacro ai danni della popolazione ebraica si era già avuto nel 1903 a Kišinev (oggi Chişinău, Moldavia). Sebbene tali «spedizioni punitive» fossero accreditate come reazioni spontanee della popolazione verso gli usi religiosi ebraici, sembra certo che esse furono volutamente organizzate dal governo zarista per convogliare verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico la protesta di contadini e lavoratori salariati sottoposti a dure condizioni di vita. Anche nella guerra civile susseguente alla rivoluzione bolscevica del 1917 furono attuati in Ucraina dai capi delle Armate bianche numerosi pogrom che causarono centinaia di migliaia di vittime.
Un pogrom accompagnò anche - nella Notte dei cristalli - l’inizio della campagna antiebraica nazista che portò alla Shoah. [...]
“Con il consenso, se non con l’appoggio delle autorità…”
Si può preparare anche oggi un pogrom?
Le premesse:
Gli effetti: