Foto di gruppo con chitarrista

Pagani, Mauro (2009). Foto di gruppo con chitarrista. Milano: Rizzoli. 2009.

È forte la tentazione di essere tranchant: Mauro Pagani è un grandissimo musicista. Non è un romanziere.

Ma forse Pagani e il libro meritano un po’ di più. Certo. La storia è abbastanza convenzionale e la scrittura, ancorché corretta, non ha grandi slanci. Però Pagani ha il coraggio di mettersi in gioco, e l’espediente narrativo di essere un comprimario della storia, anziché il protagonista, depone a suo favore: in fin dei conti, ci immaginiamo tutti che le rockstar (e Pagani lo è, o quanto meno lo è stata) siano smisuratamente narcisistiche.

Il romanzo racconta quasi esattamente un decennio, dall’inaugurazione della stagione della Scala il 7 dicembre 1969 ai funerali di Demetrio Stratos a metà giugno del 1979. In quegli anni, esclusi gli ultimi due e mezzo, ero anch’io a Milano. Certamente non ero una rockstar (anche se ero un frequentatore di concerti, e ne ricordo uno al Vigorelli in cui la PFM suonava prima di Emerson Lake & Palmer, e un altro nel 1973 a Milano Marittima in cui la PFM suonava presentata da Carlo Massarini). In parte, i ricordi di Mauro Pagani – di 6-7 anni più grande di me – coincidono con i miei. Ma in gran parte no, sia perché la differenza d’età a quell’età pesa e parecchio; sia perché, appunto, lui era un musicista dapprima e una rockstar subito dopo, e io uno studente di sinistra ma piuttosto studioso; sia perché, soprattutto, sospetto che Pagani si sia a tratti fatto prendere dalle licenze dell’epica. Ad esempio, tanto per pignoleggiare, a pagina 86, un amico del protagonista “cercava di intonare qualcosa che somigliava vagamente a Let it be.” È la notte del 10 dicembre 1969. Vabbè che il tipo era strafatto di acido, ma non mi risulta che tra gli effetti dell’LSD ci sia il dono della profezia: Let it be è stata pubblicata il 6 marzo 1970.

In definitiva. Una lettura piacevole, che però lascia poco. Un’occasione, per i miei coetanei milanesi, per qualche ricordo. Probabilmente sincero, ma non del tutto veritiero.

Ma a Mauro Pagani perdoniamo tutto, per aver fatto cose come questa (giusto per ricordare Demetrio Stratos, con cui Mauro Pagani stava per iniziare una collaborazione):

o questo:

o questo

Professione: reporter

Professione: reporter, 1975, di Michelangelo Antonioni, con Jack Nicholson e Maria Schneider.

È  considerato, direi a ragione, un Antonioni minore. Completa, nel 1975, la trilogia “straniera”, iniziata nel 1966 con Blow-Up e proseguito nel 1970 con Zabriskie Point (e questo dovrebbe bastare a far capire quanto Antonioni covasse i suoi film).

La storia non è certo originale: un reporter, trovando un compatriota morto d’infarto in una camera d’albergo nel Sahara, ne assume l’identità (a chi, dico io, non è capitato?). Come spesso accade, la storia è un pretesto che avanza lentamente, in genere in silenzio. E per fortuna, perché spesso i dialoghi tra Jack Nicholson e Maria Schneider sono un’insopportabile mistura di irrilevanti sciocchezze travestite da pensieri profondi.

Ma le immagini… Che cosa non sa raccontare Antonioni con le immagini…

Il film è quasi tutto racchiuso tra le sabbie mosse dal vento del Sahara e la polvere abbacinante mossa dal vento del sud della Spagna. Sabbia, polvere, biancore ti opprimono con un senso di morte che ti toglie quasi letteralmente il fiato. Tutto il resto non conta: la sensazione è che Nicholson abbia un appuntamento con il suo destino, come nella famosa canzone di Roberto Vecchioni.

[Oltre agli inutili dialoghi con la Schneider, c'è la Barcellona di Gaudì: un po' scontato adesso, ma nel 1975 era patrimonio degli happy few. Io stesso sono andato a Barcellona nel 1982, portando come guida un numero speciale di Abitare o di Casa Vogue, e non ho avuto nessuna difficoltà a salire sulla Pedrera e passeggiare tra i comignoli; ho persino suonato a un campanello per visitare la casa di una comune mortale che ci abitava pressoché ignara dei fasti di Gaudì. Adesso è un museo militarizzato a pagamento.]

Il culmine (virtuosistico) del film è il lungo piano-sequenza che lo conclude. Sufficiente a collocare Professione: reporter nella storia del cinema.

Io la conoscevo bene

Io la conoscevo bene, 1965, di Antonio Pietrangeli, con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Robert Hoffmann, Jean-Claude Brialy, Mario Adorf, Franco Fabrizi, Enrico Maria Salerno, Turi Ferro e Franco Nero.

Il film è un capolavoro, e non sono certo il primo a dirlo. Stefania Sandrelli un miracolo di freschezza e di bravura (ed è anche bellissima): nemmeno questo lo scopro io per primo. In più, per me che ci abito e lo amo (anche se di un amore molto contrastato), il fascino dell’Eur di quegli anni.

Quello che fa più impressione, rivedendo il film in questi giorni, è come l’Italia di oggi ci fosse già tutta, almeno in nuce, nella ricerca del successo della bella Adriana. Soltanto che ai tempi di Adriana la strada era una sola, quella del cinema e delle sue starlette, e adesso invece abbiamo 7 televisioni nazionali, moltissime emittenti locali, decine di riviste dedicate al gossip, veline, meteorine, letterine, letteronze e così via. Facile vedere il film e indignarsi, non solo per la sorte di Adriana, ma anche per quella sua capacità di farsi scorrere tutto sulla pelle, perché niente è poi importante, se non difendere un’apparenza di rispettabilità.

Oggi un’esperienza singolare, da segnare a parte. Incontrata Milena, ragazza bella e eccitante. [...] Il fatto è che le va tutto bene, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente; eppure, povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni. Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni, zero; morale, nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è nemmeno una puttana. [...] Per lei, ieri e domani non esistono. Non vive neppure giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto… prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività… per il resto… è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai. [lo scrittore, interpretato da Joachim Fuchsberger]

Ma Adriana non è una deficiente, è una vittima; ma una vittima coerente con se stessa fino alla fine, a suo modo consapevole, tutt’altro che sprovveduta e incapace di autocoscienza (alla frase precedente, che trova su un foglio inserito nella macchina da scrivere dello scrittore, risponde: “Milena sono io, vero? Sono così… una specie di deficiente?”).

Basta cambiare il finale per avere un’opinione diversa sulla storia di Adriana e su quelle delle protagoniste delle vicende d’oggi? Se Adriana avesse poi raggiunto il successo, come succederebbe nel remake hollywoodiano, ce ne usciremmo dal cinema sorridenti invece che turbati? E se una velina di successo, invece di incontrare un calciatore o un presidente che la copre di gioielli si buttasse dalla finestra con chi ce la piglieremmo? Con lei, vaccinata e maggiorenne (o magari minorenne “legale”)? Con un malfunzionamento del patronage (eh già, perché che altro sono, secondo i criteri di oggi, gli ambigui Cianfanna e Roberto)?

Certo, Pietrangeli (e Scola, e Maccari): moralisti. Si indignano. Ma possono farlo soltanto perché quell’Italia di allora  sembrava (a loro e agli spettatori) un’Italia marginale, rispetto a quella degli emigranti e dei lavoratori. La commedia all’italiana ce l’additava moralisticamente come una deviazione minoritaria, della Roma borghese corrotta e dei suoi parassiti e tirapiedi. E invece è quello, mi pare, il modello che ha vinto. Ed è chi cerca di lavorare seriamente che viene additato al disprezzo, e il moralista ci fa la figura del coglione (”Maddài, non sarai un moralista!”).

Peter Lorre [2] – M Il mostro di Düsseldorf

Ne ho già parlato per il suo compleanno poco più di 12 mesi fa.

Ne riparlo perché su YouTube ho trovato la bellissima scena finale (il processo) di M di Fritz Lang, forse la sua interpretazione più grande: aveva 26 anni!.

Il film è fuori diritti e Google video lo pubblica per intero, sia nella versione tedesca con i sottotitoli in inglese:

sia in quella (restaurata) doppiata in italiano (il film è del 1931 ma, censurato all’epoca, uscì in Italia soltanto nel 1960):

Vi raccomando vivamente di guardare il film per intero.

Educazione siberiana

Lilin, Nicolai (2009). Educazione siberiana. Torino: Einaudi. 2009.

Un romanzo autobiografico, o un’autobiografia romanzata, che si impone all’attenzione. L’autore è un giovane russo (è nato nel 1980), che vive in Italia e scrive in italiano.

Nicolai cresce a Bender, in Transnistria, unica città della regione a essere collocata sulla sponda destra del Dniestr e teatro, per la sua importanza strategica, della sanguinosa guerra del 1992. Nicolai all’epoca ha 12 anni. Ma Nicolai appartiene a una comunità siberiana, deportata a Bender in epoca staliniana, dedita ad attività criminali e governata da una propria legge. Questa è la sua “educazione siberiana”.

Difficile da definire, il libro ha pagine bellissime. Lo collocherei a metà strada tra il Bildungsroman criminale, una versione tragica e sanguinosa de I ragazzi della via Pál e Gomorra di Saviano. Con quest’ultimo, in particolare, ha in comune il taglio “antropologico”, la descizione di una comunità che vive di regole e tradizioni sue, diverse dalle nostre, terribili e anche ributtanti, ma coerenti al loro interno. Con la differenza che lo sguardo di Nicolai è ancora più “interno” di quello di Saviano.

Soprattutto, il libro fa scoprire un mondo a me del tutto sconosciuto e misterioso, quello delle comunità “nazionali” all’interno dell’ex impero sovietico, con radici e filoni che affondano nella storia della colonizzazione russa della Siberia (e del Caucaso, e dell’Asia centrale, e dell’Ucraina e della Moldavia), ulteriormente complicate dalle deportazioni di massa staliniane. Una realtà in cui, pare di capire, non c’è stato nessun melting pot, ma in cui al contrario culture e tradizioni si sono rimescolate mantenendo la loro identità come estrema forma di difesa dall’omologazione. E in cui la “criminalità onesta” è anche un’estrema forma di resistenza, che trova il suo spazio tra il totalitarismo irrazionale del sistema normativo (in cui l’omicidio è equiparato al dissenso e alla malattia mentale, e dunque non fa differenza quale norma si violi: il destino è sempre lo sterminato sistema carcerario) e l’inefficienza delle strutture dell’ordine costituito (che lascia quindi amplissimi spazi a strutture alternative di organizzazione sociale, anche all’interno delle carceri).

Le pagine più belle sono quelle sui tatuaggi, come iconografia e codice. Vorrei davvero saperne di più, impararne la lingua. Aspettiamo Lilin alla sua prossima prova.

Gas

Secondo il De Mauro online:

1a: ogni sostanza che, a temperatura e pressione normale, è allo stato aeriforme, in contrapposizione ai solidi e ai liquidi, e non presenta forma e volume propri

1b: sostanza aeriforme che si trova al di sopra della propria temperatura critica, in condizioni in cui non può essere condensata allo stato liquido con il solo aumento di pressione

2a: miscela combustibile, specialmente di idrogeno, metano, idrocarburi e ossido di carbonio, erogata per usi domestici o industriali: contatore, bolletta del gas, cucina, scaldabagno a gas, è finita la bombola del gas, una fuga di gas | flusso di tale miscela erogato da un impianto domestico: accendere, spegnere, regolare il gas| gas tossico

2b: per estensione, fornello: metti la pentola sul gas per far bollire l’acqua

3: miscela di benzina vaporizzata e aria che forma il carburante dei motori a scoppio; aumentare, togliere gas: regolarne l’afflusso con l’acceleratore

Gas è una parola inventata: a un certo punto della (recente) storia umana, un signore (un novello Adamo) ha deciso di dare un nome a una cosa (o, meglio, a una classe di “cose”) che prima non l’aveva. Il signore si chiamava Jan Baptist van Helmont, chimico e medico fiammingo (Brussels 12 gennaio 1580 – Vilvoorde 30 dicembre 1644). Nella sua opera Ortus Medicinæ scrisse:

halitum illum Gas vocavi, non longe a Chao veterum secretum (quel vapore l’ho chiamato ‘Gas’, non tanto diversamente dall’antico ‘Chaos’)

Non tanto diversamente per lui, che parlava fiammingo, lingua in cui la g- si pronuncia ch- aspirata (avete mai sentito come gli olandesi pronunciano il loro van Gogh?), e dunque l’assonanza c’era.

24 giugno 1859 – Solferino e San Martino

Quando ero bambino io, le battaglie delle guerre d’indipendenza si studiavano come le litanie. Qualche accenno nel primo ciclo delle elementari. Poi di nuovo nel secondo. Poi ancora alle medie. Alla fine restava una specie di filastrocca: Monzambano Valeggio e Pastrengo. Curtatone e Montanara. Custoza. La fatal Novara. Magenta. E, appunto, San Martino e Solferino.

Le date si studiavano un po’ meno, o forse sono io che non le ricordo: curiosamente, ricordo un gita lì il 24 giugno 1961 (mi rimase molto impressa non per i luoghi risorgimentali, ma per la gita in sé e per sé, e per di più in macchina – una 600 – con uno zio adorato che mi viziava: su un rettilineo mi fece superare per la prima volta in vita mia i 100 all’ora proprio in quell’occasione), ma non mi pare sapessi allora che era l’anniversario della battaglia.

Né sapevo – ma questo la retorica risorgimentale non ce lo raccontava certo – che fu un’imponente carneficina. L’esercito austriaco era in fuga dopo la sconfitta di Magenta, l’imperatore Franceso Giuseppe (Cecco Beppe, nei racconti risorgimentali) aveva silurato il generale Gyulai (e qui mi riaffiora una canzone: “Bada Gyulai…” – ho trovato il testo, diverso da come lo ricordavo, e lo metto più sotto),  assunto personalmente il comando e ordinato un dietro-front per contrattaccare sul Chiese. Napoleone III e le truppe franco-piemontesi inseguivano ignare. I due eserciti si trovarono l’uno di fronte all’altro, entrambi sorpresi. Fu la battaglia dei record: il fronte si estendeva su oltre 15 km, i combattenti erano più di 200.000 (seconda battaglia ottocentesca per numero di partecipanti dopo quella napoleonica di Lipsia, nel 1813), durò dalle 12 alle 14 ore, lasciò sul campo 14.000 austriaci e 15.000 francesi e italiani (più che nella pur sanguinosa battaglia di Waterloo), 8.000 austriaci furono catturati (dall’altra parte, i prigionieri furono 2.000).

Difficile pensare a tutta questa ferocia percorrendo le bellissime colline moreniche del Garda, che non hanno nulla da invidiare ad altri e più celebri paesaggi collinari italiani.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Se guardaremm in cera
Coi bombol e i cannon.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Te mettèm in caponera
A fa chicchirichì.

Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Varda Gyulai
Che vègn la primavera
Te mettaremm su l’era
A batt el formenton.

Paolo Soleri

Il 21 giugno 2009 Paolo Soleri ha compiuto 90 anni.

Chi è Paolo Soleri? Non lo sapevo fino a circa un anno fa (e direi – non perché io sappia tutto, ma perché sono di una curiosità patologica – che è abbastanza sconosciuto qui da noi). È un architetto torinese, collaboratore di Frank LLoyd Wright, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1956. Se volete saperne di più, consultate Wikipedia in italiano e in inglese.

In Italia la sua opera più nota è la sede delle Ceramiche Solimene, a Vietri sul Mare (1951-1954).

http://www.ceramicasolimene.com/azienda.html

http://www.ceramicasolimene.com/

http://www.ceramicasolimene.com/azienda.html

http://www.ceramicasolimene.com/

/azienda.html

http://www.ceramicasolimene.com/

L’opera più famosa in assoluto, anche se raramente attribuita a lui (io stesso credevo fosse di Frank LLoyd Wright), è la villa che esplode nel finale di Zabriskie Point di Antonioni. Si chiama John Lassen House e si trova a Carefree in Arizona.

Copyright © 2003 Cosanti Foundation

Copyright © 2003 Cosanti Foundation

La cura e la manutenzione

La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.

Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.

La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.

Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.

Volevano dirmi: tu non sei così!

Ma come si fa a essere così?

Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.

Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.

Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.

Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.

Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.

Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.

Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.

Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.

Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».

Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.

La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.

L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su www.limesonline.com.

Foto Dimnitri Antoniou

Foto Dimitri Antoniou

La città nuda

La città nuda (The Naked City), 1948, di Jules Dassin, con Barry Fitzgerald, Howard Duff, Dorothy Hart e Don Taylor.

Un noir sui generis, dalla trama piuttosto debole, ma girato con un occhio alla lezione del neo-realismo italiano e uno al documentario. Il film – fatto inconsueto per l’epoca – è stato girato prevalentemente on location, non solo negli esterni, ma anche negli appartamenti newyorkesi. Straordinari i protagonisti (soprattutto, direi, Barry Fitzgerald nella parte del sornione Detective Muldoon) e i caratteristi. Doppiato da alcuni grandi attori italiani (Alberto Sordi e Paolo Stoppa, tra gli altri). Gli aspetti documentaristici sono sottolineati dal commento fuori campo del produttore, Mark Hellinger (”There are eight million stories in the naked city. This has been one of them.”).

Rappresenta per me la quintessenza della New York immaginata nell’adolescenza, strade sporche, città immensa e affollata, il ponte di Brooklin. Protagonista indiscusso della scena finale è il Williamsburg Bridge  (non guardate la scena che segue se non volete rovinarvi il film – disponibile in 10 parti su YouTube).

Jules Dassin, il regista, nato nel Connecticut da un barbiere ebreo di origini russe, incappò nelle purghe di McCarthy (fu denunciato come comunista da Edward Dmytryk) e dovette fuggire in Francia. Soltanto nel 1955 potè tornare a dirigere e il suo primo film francese (Rififi) ebbe un successo straordinario e fu salutato da François Truffaut come il miglior noir di tutti i tempi. Dopo il matrimonio con Melina Mercouri (che aveva conosciuto nel 1966 a Cannes), Dassin si trasferì in Grecia. Morto ad Atene il 31 marzo 2008, a 96 anni compiuti.

Joe Dassin, nato dal suo primo matrimonio, è stato un cantante famoso in Francia. Non vi dice niente? Dai, che questo ossessionante motivetto lo conoscete anche voi!

Due cortocircuiti per finire.

Il primo. Il film, forse con la mediazione della serie televisiva ispirata da questo (1958-2003), è alla base della scelta del nome di uno dei gruppi (un “progetto”, dicono quelli che se la tirano) di John Zorn. Qui la loro interpretazione del tema di Uno sparo nel buio di Henry Mancini.

Il secondo. The Naked City è anche il nome della mappa situazionista di Parigi disegnata da Guy Debord nel 1967 (per saperne di più, leggete qui).

http://www.vulgare.net/maps-guy-debord/

http://www.vulgare.net/maps-guy-debord/

http://www.vulgare.net/maps-guy-debord/

http://www.vulgare.net/maps-guy-debord/

http://www.vulgare.net/maps-guy-debord/

http://www.vulgare.net/maps-guy-debord/